Le cime dei monti sono coperte da fitte nuvole grigie. L’aria è frizzante, io mi stringo nelle spalle e inizio a respirare con entrambe le narici. La pioggia dei giorni scorsi ha rinvigorito la Valle, l’erba cresce generosa, direi pronta per il primo taglio. È un maggio che un tempo sarebbe stato gradito alla civiltà agreste.
Sono all’imbocco del camminamento pedonale in ciottolato che porta alla cara borgata di Sassaia, in Valle Cervo, di competenza amministrativa di Campiglia Cervo. Ho appuntamento con Erica, che dopo aver esplorato il mondo, ha preferito fare ritorno alla sua terra di origine. Ciò che mi attrae è la sua decisione di apprendere un’attività antica, un tempo di bottega, ma soprattutto itinerante di paese in paese, spostandosi magari soltanto con la bicicletta, alla ricerca di sedie, ceste o di altri attrezzi della tradizione contadina, in paglia o in vimini, da riparare. Era l’abilità dell’impagliatore, che oggi resiste per mano di artigiani, di cultori del bello, del recupero e, appunto, di Erica, che ha scelto il piccolo borgo montano, situato a 1020 metri sul livello del mare, per avviare la propria passione.
Apprezzo l’idea di ripopolamento che vive Sassaia, in modo lento e spontaneo, con il ritorno di giovani provenienti un po’ da ovunque e sorrido fra me e me, quando raggiungo la piazzetta dei lavatoi e l’unica voce che sento intrattiene una conversazione telefonica in lingua inglese.
Di lì a poco stringo la mano a Erica, che mi accompagna al suo laboratorio, oltre una porta in legno risorta a nuova luce, ridipinta di verde, accanto alla quale spunta in un vasetto una piantina di aquilegia in fiore. Sono dettagli che mi rendono orgogliosa di vivere proprio dove voglio stare: nel Biellese, una terra che ha molto da dire.
Apprezzo il tepore della stanza in cui vengo accolta, accanto a una stufa a legna accesa, in maiolica, che dall’aspetto pure lei di storie ne avrebbe da riferire. Erica mi spiega che per impagliare utilizza diverse tecniche: «Quella con cui sto operando è “a paglia di Vienna” – dice -. Utilizzo rattan, fibra di una pianta che proviene del Sud-est asiatico.»
Come sei arrivata a questa idea? le domando.
«Tre anni fa, al ritorno dai miei vari pellegrinaggi nel mondo e da anni di studio all’università di Torino, in cui ero iscritta al corso di Lettere, ho attraversato un periodo di transizione e ho guardato più al lavoro manuale, che non intellettuale – mi dice ancora -. Ho iniziato a imparare il mestiere da un amico di famiglia, in virtù del fatto che già anticamente sul territorio c’erano scuole di cadrégat, coloro che riparavano le sedie, in cui si utilizzava la tecnica della segale, specifica della zona. È un impegno di cui ho una visione piuttosto romantica; ci vedo la possibilità di intrecciare storie, raccontarle, ci vedo la continuità nel mio percorso di vita, rispetto agli studi intrapresi. Ogni sedia che riparo ha una storia e a osservarle nelle loro forme ne sento il vissuto. Sono arrivata fin qui preparando un progetto con il quale ho partecipato a un bando del Gal Montagne Biellesi, che ho vinto. Sono contributi europei che vengono distribuiti tramite la regione Piemonte.»
Le parole che ascolto veicolano un messaggio buono: si offre alle persone la possibilità di esercitare le proprie competenze, qui e ora.
Prima di lasciare Sassaia, scorro con lo sguardo i ciuffi in fiore di timo serpillo dal profumo fine, pulito, che si susseguono lungo il camminamento. Mi siedo sul muretto, mi arrivano i cinque rintocchi di una campana, un cane abbia, forse sul lato opposto della valle, dalla banda vèja, in ombra. Io sono sulla banda soulìa, più soleggiata. Mi piace ricordarlo. È coniugare passato e presente. Vuol dire vivere la modernità, ricordando dove radichiamo.
Anna Arietti, testo e immagine di copertina
Erica, fotografia di Alex Schuchmann
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