Pare debba piovere, le voci si rincorrono. A reggere la previsione sono le nuvole grigie che incombono sulle nostre teste.
Intanto continua ad arrivare gente. Di oggi proporrò certamente un breve video, con i passaggi salienti dell’inaugurazione di “Uaheeeeo”, ma in pochi avranno la costanza di guardarlo per intero, seppure di pochi minuti; tale è la fruizione dei canali social. Rimane l’intramontabile valenza del racconto, così sono alla cerimonia informale, che celebra la siunéra, la donna valligiana arrampicatrice, con la realizzazione di una scultura in legno, con la gerla – la scësta - sulle spalle.È l’ultimo sabato di maggio e sono al Parco delle Cave, alla balconata della Pila (bassa), lungo la strada comunale che da Quittengo porta a Rialmosso, borgate oggi di competenza amministrativa di Campiglia Cervo, in Valle Cervo appunto, a circa 780 metri di altitudine.
Mi soffermo a parlare con Anna e Tiziana, che indossano i costumi della tradizione, i ĝipoun. Mi spiegano che si tratta di riproduzioni il più possibile fedeli. «Gli abiti originali, quelli rimasti nei bauli, non si possono indossare – dicono -. Sono piccoli. Hanno il busto stretto per noi. La corporatura di un tempo era diversa. L’alimentazione certamente non era così ricca. Erano donne molto magre. Abbiamo cercato di ricrearli, guardando le vecchie foto, come pure i pizzi. Il vestito di un tempo era anche fatto con la disponibilità della stoffa che avevano. Oggi, invece, pur rispettando certe caratteristiche, come la gonna lunga e lo scialle, gli abiti sono un po’ personalizzati. C’erano poi le pettinature. Le donne portavano i capelli lunghi e si facevano il al pucc, ai tiravo su ai cavéi, as feio al pucio, la cipolla sul retro. Noi le ricordiamo così. I tempi sono cambiati. Da dopo la guerra si è persa l’usanza del costume. La maggior parte delle gonne è stata utilizzata per fare gli scapin, le scarpe di stoffa con la punta quadrata, che vanno bene per arrampicarsi.»
Mi spiegano che si è considerati valligiani, valit appunto: «Da Passbrél an su – da Passobreve in su -. Oggi l’Alta Valle inizia da borgata Bogna, anche se la distinzione rimane soltanto dentro di noi. Un tempo c’erano proprio due comunità.»
Ad avviare il pomeriggio è una voce di donna che spiega chi sono state le siunére, le donne della Valle che nel periodo estivo si prendevano cura della famiglia, del bestiame e della casa, mentre gli uomini erano lontani da casa, nel mondo, a lavorare soprattutto come pica péré – scalpellini -, abili muratori ed esperti costruttori edìli. Salivano sulle cime dei monti a riempire le gerle di siun, la Festuca varia, l’erba per nutrire gli animali, da qui il nome siunéra. Da un vallone all’altro, dalla banda sulìa alla banda vèja, riecheggiavano i richiami per ritrovarsi, per salutarsi: erano gli scrii. Oggi sono tradotti con un suono onomatopeico come uaheeeeo, oppure uuuu-uuuu, pronunciati nell’introduzione vocale.
Il monumento alla siunèra simboleggia rispetto, gratitudine per le raccoglitrici di un tempo, è sinonimo di vita dura. Rappresenta anche un inno alle donne valligiane di oggi. Non per nulla, la statua mostra uno scapin – scarpetta tipica in stoffa - di colore rosso, che oggi esprime solidarietà, l’essere contro la violenza di genere.
A scoprire la statua in legno di cedro del Libano, proveniente da Cantù, dove, come mi spiegano, ci sono i mobilifici, sono le valëte an ĝipun, anche volontarie nella gestione della settecentesca Casa museo del vicino borgo di Rosazza.
Al sindaco Maurizio va il compito dei ringraziamenti, con il collega Daniele di Tollegno e l’assessore Alberto di Piedicavallo. Sono tante le persone che si sono impegnate per la riuscita della giornata, in particolare ricordo Carola, Filippo e Alessandro, che hanno contribuito a coprire le spese vive. Mi preme citare l’ultima menzione, che va ai partecipanti di oggi, persone che con la loro presenza testimoniano affetto per la Valle, siano residenti o villeggianti. Tutti avvertono il senso di appartenenza. Anche se, a essere sincera, le parole di Anna e Tiziana mi riecheggiano dentro. Mi sento accettata, ma non considerata una valëta, nonostante gli anni di frequentazione. Allo scultore Francesco, oltre all’applauso, arriva un “bravooo”, che vibra nella vallata. Viene ricordato Franco, che ha curato la parte grafica del progetto e l’audio introduttivo, e Rosanna del Comune, che ha dato voce al Uaheeeeo.
La benedizione spetta al parroco don Paolo, che spende parole per le donne di un tempo, quanto per le donne di oggi. «Bisogna essere attenti al presente per un mondo sempre migliore» dice.
Daniela, la vicesindaco, nonché presidente dell'Associazione “Casa Museo dell'Alta Valle del Cervo”, ripercorre il contesto storico della siunéra. Ci tengo a ricordare i gruppi “Quittengo, Chitent ansèma”, e il “Nuovo circolo di Rialmosso”, che si occupano della “bicchierata finale”, come la nomina il sindaco, e che preservano con determinazione i valori della Valle, con iniziative culturali.
Intervengono i bambini della scuola primaria, che hanno studiato in classe la figura della donna siunéra e realizzato il cartellone colorato con disegni e modi di dire, che il sindaco indica con l’indice definendolo “roba rossa là in fondo”. A seguire il poeta della Valle, Giuseppe, recita una sua poesia in piemontese, più esattamente an valët.
A far da cornice sono il coro “La Gerla” di Torino, che intona “La pastora fedele”, brano del repertorio piemontese, e la nostra cara Valle, che emerge in ogni mia inquadratura.
Lo spirito della montagna mi appartiene, ce l’ho dentro, seppure per i valligiani rimanga una straniera. La meraviglia che sortisce in me, ogni volta come se fosse la prima, rigenera.
Oggi raccontare l’inaugurazione è aggiungere un tassello, dare il mio contributo alla vitalità della Valle, perché celebrare il passato è una forma di rispetto, ma è anche vivere il presente consapevolmente. E comunque la pioggia non è arrivata.
Segue galleria fotografica e collegamento diretto al video ricordo:
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