lunedì 19 luglio 2021

Il dialetto piemontese nei teenagers (di Giulia Stasia)


Questionario Sociolinguistico

1. Introduzione. Com’è nata l’idea del questionario

Mi chiamo Giulia, ho 24 anni e sono cresciuta in un comune montano di 697 abitanti in provincia di Biella, ai piedi delle Alpi. La frazione in cui ho abitato fino ai 13 anni contava non più di 30 nuclei familiari, con età media superiore ai 55 anni. Io e i miei cugini eravamo gli unici bambini, perciò trascorrevamo il tempo libero facendo disperare (amichevolmente) gli anziani del paese. Ricordo ancora le estati passate a giocare a scala quaranta in cooperativa sorseggiando litri di acqua e menta o le partite a bocce sotto l’ombra delle querce. Tutto questo per dire che sono cresciuta a pane e dialetto piemontese, e ne sono immensamente grata. A mio fratello però è andata diversamente. Egli ha vissuto in quel contesto rurale solo fino ai 5 anni e perciò non ha sviluppato lo stesso mio legame con la tradizione e la lingua piemontese. Ora, a 16 anni, capisce qualche parola in dialetto, conosce qualche usanza ma niente di più. Un episodio accaduto insieme a lui qualche mese fa mi ha stupita particolarmente e mi ha fornito lo spunto per questa tesina. Eravamo a pranzo dai nonni quando il nonno ha chiesto a mio fratello di passargli ‘na mica e lui, con gli occhi sbarrati, ha risposto: “cosa intendi per ‘na mica?”. Capisco che ciò possa sembrare banale, ma per me non lo è stato affatto. In quel momento ho realizzato quanto velocemente il dialetto piemontese stesse scomparendo e come, insieme a lui, anche moltissime tradizioni. L’espressione ‘na mica ‘d pan era alla base della parlata dialettale con la quale ero cresciuta poiché in paese ogni pasto era obbligatoriamente accompagnato da una pagnotta. In cuor mio inoltre quell’espressione conteneva una carica emotiva fortissima perché la associavo a tutti i pranzi estivi della mia infanzia. Quando mio fratello ha dimostrato di non conoscere il termine mica ho perciò realizzato che in lui vi erano lacune a livello non solo linguistico, ma anche socio-culturale. Ho capito che era totalmente estraneo al contesto rurale piemontese e ciò mi ha riempito di amarezza. Al che mi sono chiesta se anche i suoi coetanei fossero nella sua stessa situazione e ho deciso di indagare con un questionario. Grazie all’aiuto di mio fratello e di alcuni ex-professori ho diffuso online l’indagine dal titolo “Il Dialetto Piemontese nei Teenagers”1, ricevendo 77 risposte.

Nella presente tesina verrà esaminato prima il tema delle varietà dialettali da un punto di vista linguistico e sociale, successivamente si passerà all’analisi del questionario e delle risposte ricevute.
1 https://forms.gle/Zm5hxUKvsf3yWvsA7

2. Varietà dialettali

Il piemontese è una varietà linguistica riconosciuta come lingua minoritaria europea ed inclusa nell’Atlante delle Lingue del Mondo in Pericolo di UNESCO. Secondo questo registro, una lingua è a severo rischio di estinzione (severely endangered) quando è parlata esclusivamente da nonni e da vecchie generazioni e quando le nuove generazioni di genitori non la parlano tra loro o non la trasmettono ai figli2. Legalmente, dal 1999 esso è riconosciuto come lingua regionale del Piemonte e dal 2015 il Consiglio regionale lo ha inserito tra le lingue del proprio sito ufficiale.

Il piemontese, definito dialetto primario secondo alcune linee di pensiero3, comprende decine di dialetti secondari o terziari e di parlate diatopicamente ben differenti, formatesi a seconda dell’area o località. In base alla collocazione spaziale troviamo per esempio il torinese, i dialetti alessandrini, monferrini, vercellesi, valsesiani. Per semplificare si tende a generalizzare differenziando l’alto-Piemontese e il basso-Piemontese in riferimento al corso del fiume Po. Sebbene non sia espressamente specificato, la varietà che predomina nel presente studio è quella biellese in quanto il 100% degli intervistati ha affermato di risiedere in provincia di Biella.

Prima di proseguire è opportuno riportare che lingua e dialetto si differenziano non da un punto di vista linguistico bensì sociale (o sociolinguistico). Secondo i Fondamenti di Dialettologia Italiana4, tra i fattori atti a distinguere lingua e dialetto troviamo fattori spaziali, sociologici, stilistici e dei domini d’uso. Il criterio spaziale si riferisce allo spazio geografico limitato che i dialetti occupano rispetto alla lingua standard ed è strettamente correlato a fattori extra-linguistici (per esempio, caratteristiche storiche e culturali di una comunità). Il criterio sociologico asserisce che tutti i sistemi linguistici sono in contatto con altri mediante particolari interferenze. Secondo Weinreich inoltre quando due sistemi linguistici entrano in contatto uno di loro è sempre dominato dall’altro. Il criterio stilistico e quello dei domini d’uso sono interconnessi e si riferiscono alla variabile diafasica, ossia alla situazione comunicativa nella quale si trova il parlante. Tali fattori dipendono infatti dal contesto, interlocutori, circostanze e finalità della comunicazione, nonché dal suo registro. Per esempio, nessuno adotterebbe il dialetto per documenti ufficiali in quanto sono domini d’uso che la convenzione sociale riserva alla lingua standard. Tutti questi criteri hanno però un valore relativo in quanto non sono sempre validi o applicabili. Si tende perciò a generalizzare definendo il dialetto come lingua parlata in uno spazio geograficamente limitato e usata per lo più nelle varietà orali. Al contrario, una lingua viene parlata in un’area più vasta, gode di uno

2 “language is spoken by grandparents and older generations; while the parent generation may understand it, they do not speak it to children or among themselves”. http://www.unesco.org/new/en/culture/themes/ endangered-languages/atlas-of-languages-in-danger/

3 Coseriu, 1980.
4 C. Grassi, A. A. Sobrero & T. Telmon, Fondamenti di Dialettologia Italiana, Laterza, 1997.

stato socio-culturale e politico garantito dall’ordinamento statale ed è usata come strumento amministrativo e scolastico.


Tornando al questionario, prima di analizzare le risposte è necessario presentare il ruolo del dialetto nella società in relazione a variabili sociali e demografiche. Per ciò che riguarda l’età, i giovani sono tendenzialmente orientati verso forme innovative che però non escludono a priori termini dialettali. Caratteristica primaria del gergo giovanile è differenziarsi da altri gruppi sociali ma ciò non comporta esclusivamente la creazione di termini ex novo o l’uso di prestiti stranieri, bensì anche l’utilizzo di termini arcaici o dialettali (spesso utilizzati in modo scherzoso). Il sesso è un’altra variabile demografica presente nelle indagini sociolinguistiche che però ultimamente trova sempre meno appoggio in quanto è difficile (nonché discriminatorio) parlare di caratteri universalmente maschili o femminili. In linea generale si tende ad affermare che le donne sono più improntate verso l’uso di forme standard e conservative ma tale dato va filtrato da altre variabili come posizione sociale, status e ruolo del parlante nella società. A proposito di status sociale, avente come componenti fondamentali istruzione, reddito, professione, stile di vita, alcuni studi confermano che il dialetto è usato maggiormente negli strati sociali inferiori. Il grado di scolarità influenza tale dato in modo decisivo in quanto una persona scolarizzata ha una competenza lessicale ampia ed un una maggiore padronanza dei registri linguistici rispetto ad una persona non scolarizzata. Anche il concetto di rete sociale rientra tra le variabili sociolinguistiche in quanto comprende l’insieme delle relazioni tra parlanti. Una rete sociale dipende da proprietà specifiche tra cui molteplicità (ossia la quantità di relazioni tra i membri), densità (il grado di contatto tra di loro), centralità dell’ego di riferimento, frequenza e durata dell’interazione6. Essa è costruita “a cipolla” in quanto comprende cinque zone (personale, confidenziale, utilitaristica, nominale ed allargata) di decrescente rilevanza per il soggetto al centro della rete. Rapportando tale concetto al dialetto è possibile affermare che coloro che appartengono alla parte più interna della rete sociale utilizzano spesso termini dialettali mentre coloro situati nella fascia periferica hanno un comportamento linguistico più variegato ed aperto.

3. Il Questionario: quadro generale

L’obiettivo primario del presente questionario è investigare la situazione sociolinguistica del dialetto piemontese tramite un’indagine rivolta esclusivamente a teenagers (giovani tra i 13 e i 19 anni) residenti in Piemonte. Nel questionario vengono presi in considerazioni fattori anagrafici generali (genere, età, comune di residenza) e specifici (“Hai sempre abitato in Piemonte?”, “Se ti sei traferito/a, da dove?”). Viene indagata la provenienza geografica dei genitori degli informanti e la loro conoscenza del dialetto piemontese in modo da tracciare un parallelo con la generazione precedente. L’inchiesta analizza poi la competenza attiva e passiva dei giovani nel dialetto d’origine, le circostanze in cui ci si avvale di esso ed il fine

5 C. Grassi, A. A. Sobrero & T. Telmon, Fondamenti di Dialettologia Italiana, Laterza, 1997.6 G. Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, Laterza, 2003, pag. 85.

del suo utilizzo. La parte terminale si rivolge direttamente ai ragazz* approfondendo il loro legame affettivo con la cultura e le tradizioni piemontesi nonché le loro sensazioni connesse ad una presunta “morte” del dialetto.

La maggior parte delle domande sono strutturate (presentano risposte predefinite insieme all’opzione “altro”) in quanto il target di riferimento non è incline a dedicare troppo tempo ad un questionario socio-linguistico. Le uniche domande aperte facoltative hanno difatti ricevuto il 50% di risposte in meno rispetto al totale.

4. Il Questionario: analisi delle risposte

1) Dati anagrafici
Il questionario ha ricevuto 77 risposte totali: 56 da informanti di sesso femminile e 21 di sesso maschile. Il 72% dei partecipanti ha un’età compresa tra i 15 e i 17 anni; seguono con percentuali vicine al 10% ragazz* di 19, 14 e 18 anni. Nessun informante ha 13 anni. Il 100% dei giovani ha sempre abitato in Piemonte (ed in provincia di Biella) e l’80% di loro frequenta un Liceo.

2) Famiglia
L’80% degli intervistati ha la madre originaria del Piemonte e il 64% ha il padre originario del Piemonte. In generale, il 90% dei genitori degli informanti capisce il dialetto piemontese, il 62% di loro lo parla in rare occasioni, il 12% lo parla spesso mentre il 26% non possiede alcuna competenza attiva. Per ciò che riguarda il contesto familiare, il 57% degli intervistati afferma che i propri nonni parlano spesso in dialetto piemontese, il 13% afferma che lo parlano sia i nonni che i genitori mentre il 26% dichiara che in famiglia non lo parla nessuno. Più specificatamente, alla domanda “In famiglia c’è qualcuno che si rivolge a te in dialetto piemontese?” il 47% dei ragazz* ha risposto “Sì, i nonni”, il 40% ha risposto negativamente e il restante 13% ha indicato sia i nonni che i genitori.

3) Competenza attiva e passiva
Alle due domande “Quanto capisci il dialetto piemontese?” e “Quanto sai parlare il dialetto piemontese?” si rispondeva indicando un numero da 1 a 5. Per ciò che riguarda la competenza passiva, solamente 2 ragazz* hanno affermato di capirlo alla perfezione (selezionando il numero 5) mentre 11 di loro hanno optato per il livello minimo 1. I restati 64 partecipanti hanno indicato in maniera omogenea i gradi di conoscenza intermedia 2, 3 e 4 con circa 20 preferenze ciascuno. Per ciò che riguarda la competenza attiva i dati sono drastici: nessuno ha indicato il valore massimo mentre quello minimo ha ricevuto 49 preferenze, significando che più del 60% degli intervistati non è in grado di parlare in dialetto piemontese. I valori restanti 2, 3 e 4 hanno ricevuto rispettivamente 19, 7 e 2 voti.

4) Contesti di utilizzo
Tramite una serie di domande rivolte a coloro che sanno parlare il dialetto piemontese è risultato che l’85% lo utilizza occasionalmente mentre il 15% settimanalmente. In relazione ai contesti di utilizzo, il 70% degli informanti ha affermato di parlare in dialetto con i propri familiari, dunque in contesti domestici, il 23% lo usa con amici ed il 7% con conoscenti esterni alla famiglia. Interessante che alla domanda rivolta a tutti “Hai mai usato parole/ espressioni/modi di dire in dialetto piemontese con gli amici?” l’87% dei partecipanti ha risposto affermativamente e alla facoltativa “Se sì, con che fine?” 57 persone hanno indicato l’opzione “Scherzare” (l’alternativa “Spiegare un concetto per il quale non esiste un termine analogo in italiano standard” ha ricevuto solo 6 adesioni). Curioso inoltre riportare ciò che i ragazz* hanno indicato essere le espressioni e modi di dire dialettali che usano più spesso: ti te fola, speruma ben, boia faus, né, stà citu, esageruma nen, cadrega, anduma, fa frech, su nen mi, ciaparat, fuma ch’anduma, che caut ca fa, sciopà, catagnuffo, piutost che nient l’è mej piutost, ciaparat, stuma, fai prima a sautelo che girarli inturn, jotu, a t’è vist, fate furb. A tal proposito sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla quantità di risposte (41) che ha ricevuto questa domanda in quanto era aperta e facoltativa.

5) Cosa ne pensano i giovani?
Prevedendo che la maggior parte dei teenagers non conoscesse la lingua piemontese ho voluto scoprire come si sentissero a riguardo: ne è risultato che a 46 persone (il 60%) piacerebbe saper parlare o saper parlare meglio il dialetto. Tuttavia, solo 33 persone (il 43%) frequenterebbero corsi per apprenderlo. Interessante citare alcune delle motivazioni ottenute da coloro che invece non sono interessati ad impararlo in quanto mostrano la perdita di prestigio che ha subito il dialetto negli ultimi decenni. Oltre che a “Perchè non mi interessa”, molti ragazz* hanno difatti affermato che oramai conoscerlo è improduttivo (“Non lo parla più nessuno quindi non ha senso impararlo”, “Non lo ritengo utile”, “Non saprei in quale occasione utilizzarlo e preferisco imparare lingue internazionali”, “Inutile”, “Non credo sia utile oggi”). Contraddittorio però che alla domanda “Ti sarebbe piaciuto se qualcuno ti avesse insegnato il dialetto da bambino?” il 71% degli intervistanti, corrispondente a 55 individui, ha risposto affermativamente.

6) Previsioni future e sentimenti a riguardo
La parte conclusiva del questionario, più personale, è volta a capire cosa pensino i teenagers di oggi sul futuro del dialetto piemontese. La maggioranza degli intervistati, più precisamente il 68%, si definisce dispiaciuta per il fatto che, probabilmente, tra qualche generazione esso sparirà. Tale valore raggiunge addirittura l’83% alla domanda “Come ti fa sentire il fatto che, insieme al dialetto, spariranno anche molte tradizioni (modi di dire, canzoni popolari, ricette ecc...)?”. Ciò dimostra che, sebbene molti ragazz* non siano disposti ad imparare il dialetto, riconoscono che esso sia un’importante fonte di retaggio culturale. Quando è stato domandato loro di citare gli aspetti della tradizione popolare piemontese a cui si sentivano particolarmente legati, 29 persone su 77 hanno fatto sentire la propria voce citando elementi tipici della gastronomia piemontese (bagna cauda, bunet, fritto misto a la piemunteis), celebrazioni folkloriche (il Carnevale e la battaglia delle arance di Ivrea, sagre e feste di paese varie) e tradizioni orali (canzoni, modi di dire, racconti, filastrocche).
Il questionario si concludeva con la domanda “Avevi mai pensato a tutto ciò?” (che ha ricevuto più risposte negative (56%) che positive) e con la possibilità di aggiungere un pensiero personale a riguardo. Solamente due intervistati hanno contribuito aggiungendo i seguenti commenti: “A parer mio dovrebbe essere più utilizzato fra i giovani”, “Trovo che ognuno debba, tramite la famiglia e persone strette, tramandare tradizioni per non dimenticarsi le proprie origini”.

5. Conclusioni

É impossibile tracciare conclusioni universali in quanto il materiale della presente ricerca è ristretto, è tuttavia possibile osservare delle tendenze. Dai dati ricevuti risulta evidente che i teenagers di oggi non hanno le competenze necessarie per tramandare il dialetto piemontese alle nuove generazioni, perciò esso è destinato a scomparire. La colpa di tale declino non va attribuita esclusivamente ai giovani quanto ai loro genitori, i quali (volontariamente o involontariamente) non hanno trasmesso il dialetto piemontese ai propri figli. Ciò è strettamente collegato alla perdita di prestigio che ha colpito molte varietà dialettali (soprattutto al Nord Italia) alla fine del ‘900. Con l’avvento della globalizzazione i dialetti hanno iniziato ad essere percepiti come lingue proprie degli strati più bassi della società e perciò si preferiva evitare il loro utilizzo. Molti genitori inoltre credevano che crescere i propri figli in dialetto avrebbe compromesso un corretto apprendimento dell’italiano standard. Tutto ciò ha portato alla situazione attuale in cui tale varietà linguistica è utilizzata principalmente con funzione espressiva, per esempio tramite esclamazioni (dal questionario:boia faus, stà citu, esageruma nen) o ludica, ed in contesti perlopiù domestici, amichevoli e informali. I domini d’uso del piemontese si stanno circoscrivendo sempre di più e ciò avrà gravi ripercussioni in futuro.

Inoltre, sebbene gli intervistati si siano dichiarati dispiaciuti per il destino tragico che colpirà il dialetto piemontese, essi hanno anche affermato apertamente di non essere interessati a salvaguardare tale lingua o approfondirne lo studio. Di conseguenza, se nessun organo regionale o statale imporrà il dialetto come materia obbligatoria a scuola la sua competenza si ridurrà progressivamente e con molta probabilità nel giro di qualche generazione si assisterà alla “morte” del dialetto piemontese.

L’unica speranza risiede in una sorta di revival delle varietà dialettali: se esse tornassero di moda e riacquistassero prestigio la società sarebbe più incentivata a preservarne l’esistenza. Oggigiorno tale fenomeno sembra prendere piede in ambito turistico e gastronomico dove termini tipici dialettali vengono sfruttati per creare un’atmosfera suggestiva (per esempio in nomi di birre, vini, locande). Se ciò si allargasse anche ad altri contesti il destino del dialetto potrebbe subire un capovolgimento e le tradizioni ad esso connesse non cadranno nell’oblio.

Giulia Stasia

Pubblichiamo per gentile concessione di Giulia Stasia



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