venerdì 10 luglio 2026

Un caffè in canonica


È di un azzurro che emoziona, il cielo. L’ho notato percorrendo la provinciale e ancora di più ora, arrivando a canton Chiesa di Gifflenga, piccola municipalità della pianura biellese, dove la Casa comunale è adiacente alla taverna e la chiesa parrocchiale di San Martino si trova dalla parte opposta della strada, con il campanile che svetta nel blu.

La prima domenica di luglio partecipo alla celebrazione della santa messa e a seguire ai festeggiamenti di ben sei compleanni.

Il vociare dei fedeli, per meglio dire delle donne, mi arriva sin dall’istante in cui chiudo la porteria dell’auto, che lascio nel parcheggio alle spalle dell’abside. È tutto vicino, piccolo, un aggettivo che utilizzerò diverse volte oggi.

In chiesa il mio saluto viene ricambiato a cascata da tutti i presenti. Spicca il buongiorno di Ileana, accompagnato da un sorriso. L’invito a esserci arriva da lei: «Venga a conoscere le pie donne», mi aveva detto una settimana fa. Vuoi non andarci? E chi sono le pie donne?

Attendo l’inizio della messa e scatto fotografie, come sempre, destando attenzione, come sempre. Senza tanti convenevoli mi chiedono da dove arrivo, chi sono. Lo apprezzo. Mi fanno sentire parte della comunità in modo schietto.

M’intrattengo poi sul sagrato a leggere locandine e Ileana mi raggiunge: «Noi, pie donne - in sostanza un gruppo di amiche di lunga data - le chiacchiere le facciamo sempre in chiesa, in estate e in inverno.» Ascolto poi confidenze che non mi aspetto e provo gratitudine per la fiducia.

Il celebrante intanto non arriva e lei, buttando lo sguardo verso la strada, dice: «Don Marco è sempre in ritardo. È tanto impegnato.»

Giungono ancora persone, anche una certa Maria, che Ileana riprende: «Cardìa che at rivèise pù – credevo che non arrivassi più -» quando a pochi metri da noi sfreccia un’automobile e le sento dire: «È lui!» Ileana s’affretta ad avvisare in chiesa, a voce alta: «Uei! L’è rivà – è arrivato - come a voler richiamare all’ordine -.» Guardo l’ora, sono le 9.02, la celebrazione è fissata per le 9. Oggi penso che lo si possa perdonare.

Durante l’omelia il parroco ricorda il valore delle piccole cose, dei piccoli gesti e del saperli apprezzare. Le sue parole mi arrivano fra i cinguettii degli uccelli. Il portale alle mie spalle, completamente aperto, offre alla navata anche un lungo raggio di sole.

Negli avvisi parrocchiali, prima della benedizione, don Marco domanda a Renato, seduto in prima fila, delle sue condizioni di salute. Mi meraviglio nuovamente. Menziona poi il centro estivo che si svolge nel borgo e ancora ricorda il valore di questo intrattenimento, fatto di azioni concrete e discrete.

A fine messa Ileana m’intima di partecipare alla festa, una donna accanto a me m’invita a non badarci: «Detto a quel modo sa di minaccia, ma l’Ileana è fatta così.» Un’altra donna mi prende sottobraccio: «Venga con noi, ormai fa parte della parrocchia.»

Mi sorprendo ancora.

A questo punto don Marco raduna le pie donne, una ventina - e quattro uomini - in canonica e finalmente comprendo. A battezzarle così è stato lui. È una canzonatura bonaria che allude alle figure di fede della tradizione cristiana, alle discepole che assistettero Gesù.

Al centro della piccola sala si trova un tavolino con due grandi caffettiere fumanti, alcune bibite e un vassoio di pasticcini. In un vociare confuso s’inizia a cantare “Tanti auguri a voi”, pronunciando i nomi dei festeggiati: don Marco, Marco, Enzo, Valeria, Anna e Rossana, ai quali segue l’assegnazione dei regali. Anche il don scarta felice: «Mutande e magliette sono sempre gradite!», dice; ha compiuto 50 anni il 30 giugno.

In un attimo, senza mai cessare minimamente le chiacchiere, i pasticcini vengono spazzolati via, tranne uno, l’ultimo, per il quale occorre ripetere il giro più volte per destinarlo. Lo prenderà Marco, che è tanto alto e non gli farà male, come gli ricordano.

Dietro a una tenda si apre un’altra saletta, nella quale il mercoledì, come mi spiegano, si ritrovano le donne del paese a lavorare all’uncinetto, oltre a essere un’occasione per stare insieme. Realizzano piccole creazioni, con la cessione delle quali raccolgono offerte da donare ai bisognosi.

Ed ecco che, così come si è creata l’allegra confusione, in un attimo è tutto un ciao ciao, stamme bèn – stammi bene -. Pure il don si dilegua, senza che me ne renda conto. Mi ritrovo con Ileana, che mi racconta degli ultimi parroci che vissero in canonica, ormai molto tempo addietro.

Della festicciola non porto fotografie. Non me la sento di turbare in alcun modo quell’ intimità così genuina. Neanche al Don chiedo nulla, nel rispetto della discrezione a cui tiene e che ha citato durante l’omelia.

Lascio il paese, cento residenti o poco più, con un senso di rinnovata fiducia nel prossimo. Accosto lungo la strada, fra le verdi risaie, per godermi il paesaggio, posticipare il rientro. Scorgo una cicogna nel fosso che becchetta fra gli steli erbacei, con la sua livrea bianca e le penne nere sulle ali. Sullo sfondo le Alpi Pennine, le nostre montagne.

Anna Arietti
(testo e fotografie)

Racconto dedicato alla memoria di mio papà Diego Arietti, mancato un anno fa nello stesso giorno in cui si svolge la mia visita in paese, il 5 luglio.

Seguono fotografie.










I diritti relativi ai testi, alle fotografie e ai video presenti in questo portale, ove non diversamente indicato, sono di proprietà di chi collabora con noi e degli autori stessi.

L’utilizzo di piccole parti è concesso a condizione che venga SEMPRE citata la fonte, nome e cognome dell’autore e questo sito web. Siamo grati a coloro che ce ne daranno comunicazione.

Per informazioni o segnalazioni potete scrivere ad anna.arietti@gmail.com





















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