sabato 27 giugno 2026

Le libellule

 

Questa mattina in giardino ho messo gli occhi su di una rarissima libellula. Non era della specie che ricordo.

Il pensiero è comunque balzato a quando ero bambina. È accaduto tutto in una frazione di secondo, come quando si accende la luce in una stanza buia. L’insetto, con le sue alette argentate, ha scovato in me immagini che si erano sopite chissà dove nella memoria.

Nel bagliore ho rivisto me piccola, la casa dei nonni e la lunga cancellata gialla in ferro costellata di punte, su ognuna delle quali si posava una libellula. A volte era per pochi istanti, un tocco leggero per poi spostarsi sull’estremità successiva, o poco oltre, fino al primo spazio libero, perché quasi tutti gli stalli erano impegnati da “colleghe” della stessa specie.

Le libellule, quando si soffermavano a lungo, rilassavano le ali, lasciandole scendere in posizione più bassa rispetto al corpo. Il nonno diceva che stavano dormendo. Io però non ci badavo. Non avevo il senso del rispetto che porterei loro oggi. Salivo con entrambi i piedi sul muretto e poi allungavo il braccio verso lo spuntone tenendo la mano semichiusa, a forma di cucchiaio. Facevo piano piano, arrivando all’insetto dalla parte della coda, affinché non mi vedesse, almeno così credevo, e sferravo la presa. La catturavo quasi sempre. Tenendola poi per le ali – povera creatura – osservavo la libellula da vicino. Aveva due occhi grandi ai lati della testa, retati. A volte la rinchiudevo per un po’ in un barattolo – oggi rabbrividisco solo al pensiero – e cercavo di nutrirla dandole del cibo, solitamente una formica o un piccolo seme. Alla fine del rito, la liberavo sempre! Un po’ di buon senso ce l’avevo.

Oltre alle punte della cancellata, ricordo che le libellule si fermavano sulla rete verde dell’orto del nonno, confinante con il prato. Anche gli steli più alti dell’erba erano dei buoni posti tappa, ma proprio perché questa era pronta per il taglio, nonno non voleva che andassi a calpestarla. La falce, ancora quella manuale, con lama ricurva e il manico in legno, nulla avrebbe potuto più tagliare.

Quasi tutte le libellule avevano la coda gialla ed erano creature buone, poi ce n’erano altre, poche, con la coda rossa. Quelle pare che mordessero e di solito non le toccavo. I grandi dicevano che erano i “carabinieri”. Ricordo anche una specie meno diffusa, più esile, discreta, che volava bassa soltanto in alcune aree del cortile, nella penombra, ad esempio intorno alla salvia. La chiamavo “dama”, ma credo sia conosciuta come damigella. A loro non ho mai dato cibo, le trattavo con cura e, da quel che ricordo, neppure le catturavo.

Correre appresso alle libellule era uno dei miei passatempi preferiti, oltre a perdermi in ripetitivi giri in bicicletta intorno alla casa. Giocavo tantissimo con il micetto di turno, perché la mamma gatta di me ne aveva già abbastanza ed era sufficiente lanciarmi uno sguardo ben assestato per tenermi a debita distanza. Sono cresciuta con i felini. La prima fotografia per la carta d’identità mi ritrae con un gattino tigrato in braccio. È uno scatto memorabile, che mi fa sorridere ogni volta che lo guardo.

Spesso giocavo a volano, con una racchetta in legno lunga e leggera. Facevo battere una specie di pallina conica con le alette contro il muro laterale della casa, l’unico senza finestre, e attendevo che mi ritornasse per colpirla nuovamente. Sulla stessa parete a volte lanciavo la palla, con la medesima modalità. Ero sola. Non ho mai avuto un compagno di giochi, quindi m’inventavo come trascorre il tempo con ciò che avevo.

Tanto audace intrattenimento avveniva durante le vacanze estive, nelle giornate ben assolate e calde anche allora, in attesa che arrivasse la merenda che preparava la nonna e che di solito consisteva in un pezzo enorme di emmental, per me “il formaggio dei buchi”, che mangiavo con due grossi grissini, tipo rubatà.

Un tempo di libellule ce n’erano tantissime. Era normale che ci fossero, poi, pian piano, senza che ci badassi troppo, e crescendo, non ci ho più pensato. Fatto sta che le libellule oggi sono quasi scomparse. Non so se il declino sia parte di un ciclo perpetuo di eventi o se sia stato causato dall’uso dei pesticidi. O entrambi. Le libellule però fanno parte della mia storia, come penso che appartengano ai ricordi di tutti coloro che furono bimbi ormai un cinquantennio fa. In un certo senso, vorrei che tornassero, ma certe decisioni le può prendere soltanto Madre natura.

La libellula vista oggi in giardino, stando al risultato della mia ricerca, è una femmina di Orthetrum cancellatum, conosciuta anche come frecciazzurra puntanera, dalla caratteristica colorazione gialla con bande nere sull'addome.

Anna Arietti, “Le libellule” testo e immagine dal blog Baffidigatto

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