venerdì 29 luglio 2016

Amarsi come l'edera


È seduta sulla poltrona, di fronte al camino spento. Alzarsi prende il suo tempo. Facendo girare la chiave nella toppa invoca pazienza.  È un pomeriggio di fine autunno. Fernanda indossa un vestito bianco, porta le babucce, chiare pure quelle, decorate con le perline tipiche della tradizione marocchina, regalate dai vicini. Una famiglia che si è trasferita da poco. Le chiama le "barbi", forse intende dire "cherbil". Mi accoglie con un sorriso, come sua abitudine. Sta leggendo un libro fresco di stampa, che non conosco. Riesce sempre a sorprendermi.

Mi offre un bicchiere di aranciata, che apre sul momento; dice che la compra per gli amici che vanno a trovarla. Mi racconta le sue giornate mai troppo uguali. Lamenta solitudine, ma lo sento più un rito che un dato di fatto. Lo attestano le diverse bottigliette di bibite, vuote, allineate sul pavimento, pronte per lo smaltimento. Non manca un certo andirivieni, di cui parla volentieri. Il discorso cade poi su un argomento da pettegolezzo, una giovane coppia che conosce e che si sta separando. Si mostra dispiaciuta, ma riesce a dare alla conversazione un tocco tutto suo, che ancora mi stupisce.

"Un tempo - mi spiega - si stava insieme per tutta la vita. Almeno uno dei due, di solito quello che faceva la prima mossa - e sorridendo ammicca alla foto ingiallita del marito - si univa all'altro come l'edera al tronco di un albero; non lo lasciava più. Amava, nel bene e nel male. Oggi, le coppie sono come le ortiche, appena uno dei due sente un po' bruciare, scappa".

Dei suoi 86 anni, Fernanda conserva bei pensieri. Non riempie di nenie e di rimandi al passato senza un nesso. Nelle sue parole è chiaro il desiderio di rimanere a contatto con chi è anagraficamente più giovane. Una volontà che la tiene ancorata al presente. E, a volte, fa sentire me anziana.

testo e fotografia di Anna Arietti
riproduzione riservata

giovedì 28 luglio 2016

Amarsi come l'edera


E' seduta sulla poltrona, di fronte al camino spento. Alzarsi prende il suo tempo. Facendo girare la chiave nella toppa invoca pazienza. E' un pomeriggio di fine autunno. Fernanda indossa un vestito bianco, porta le babucce, chiare pure quelle, decorate con le perline tipiche della tradizione marocchina, regalate dai vicini. Una famiglia che si è trasferita da poco. Le chiama le "barbi", forse intende dire "cherbil". Mi accoglie con un sorriso, come sua abitudine. Sta leggendo un libro fresco di stampa, che non conosco. Riesce sempre a sorprendermi.


Mi offre un bicchiere di aranciata, che apre sul momento; dice che la compra per gli amici che vanno a trovarla. Mi racconta le sue giornate mai troppo uguali. Lamenta solitudine, ma lo sento più un rito che un dato di fatto. Lo attestano le diverse bottigliette di bibite, vuote, allineate sul pavimento, pronte per lo smaltimento. Non manca un certo andirivieni, di cui parla volentieri. Il discorso cade poi su un argomento da pettegolezzo, una giovane coppia che conosce e che si sta separando. Si mostra dispiaciuta, ma riesce a dare alla conversazione un tocco tutto suo, che ancora mi stupisce.

"Un tempo - mi spiega - si stava insieme per tutta la vita. Almeno uno dei due, di solito quello che faceva la prima mossa - e sorridendo ammicca alla foto ingiallita del marito - si univa all'altro come l'edera al tronco di un albero; non lo lasciava più. Amava, nel bene e nel male. Oggi, le coppie sono come le ortiche, appena uno dei due sente un po' bruciare, scappa".

Dei suoi 86 anni, Fernanda conserva bei pensieri. Non riempie di nenie e di rimandi al passato senza un nesso. Nelle sue parole è chiaro il desiderio di rimanere a contatto con chi è anagraficamente più giovane. Una volontà che la tiene ancorata al presente. E, a volte, fa sentire me anziana.


testo e fotografia di Anna Arietti
riproduzione riservata

mercoledì 27 luglio 2016

Festa di Sant'Anna

Camandona, 26 luglio - festeggiamenti di Sant'Anna

frazione Falletti
vista dal Santuario del Mazzucco

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lunedì 25 luglio 2016

La Strada dell'Alpe

dal Santuario del Mazzucco di Camandona (Bi) passando per il monte Terlo, fino a raggiungere il Bocchetto Sessera 










foglie di castagno




venerdì 22 luglio 2016

Conversazioni tra gli scaffali con William Blake e Karl Lubomirski.

  
 Non sapendo da dove cominciare per mettere ordine, sfioro i libri sugli scaffali facendo un rapido inventario mentale. Per vedere cosa si nasconda in seconda fila, afferro una decina di tascabili con entrambe le mani e li poso sul tavolino dimora fissa di un mini mappamondo, una boccia piena d'acqua con ninfea di plastica e  una scatola di flashcard d'ideogrammi cinesi bella ritta tra un angelo musicista e una sdegnosa fatina bruna tutta intenta a contemplare  una grande margherita gialla.






 Mentre sorvolo la libreria con lo sguardo, un volumetto all'estremità destra dello scaffale al centro sembra chiamarmi. Allungo il braccio in alto verso il "reparto inglese" ed ecco farsi avanti William Blake, che subito mi sottopone una domanda dal suo Pickering Manuscript:


"Father, O Father ! what do we here
In this Land of unbelief and fear?
The Land of Dreams  is better far,
Above the light of the Morning Star." 

"Padre, o Padre! cosa facciamo qui
in questa Terra in cui non si crede  e si ha paura?
Il Paese dei Sogni è molto più bello
lassù sopra la luce della Stella del Mattino."

Il quesito è fin troppo attuale,  lecito ed umano; ma non è indugiandovi che quella Stella si smuoverà dal suo cielo. Non perché sia sorda e impietosa - penso fra me e me: bensì  semplicemente perchè le stelle non capiscono i lamenti e la tristezza, situazioni troppo lontane dal loro perenne splendore. 
Lassù parlano una lingua completamente diversa, una lingua che vibra sulla lunghezza d'onda della gioiosa forza creatrice dell'immaginazione. 
Mr. Blake non dice nulla. Si limita a  rammentarmi la conclusione del suo  Libro di Thel, quella oltre il testo:  il disegno finale in cui tre bambini cavalcano allegri un enorme serpente, simbolo della Paura da loro dominata. Blake amava la commistione di immagini e poesia.


Io vedo in questi tre bimbi   le persone che, attraverso la difficile alchimia di fermezza e gioia, diventano quotidianamente piccoli soli, stelle del mattino.   I saggi gioiosi.
Un'arte difficile, quella della gioia... Ma siamo circondati da ottimi maestri, sembra suggerirmi  Karl Lubomirski due scaffali più in basso, mentre mi parla dei fiori della sua città:

Nella mia città cresce un prato,
dove i fiori credono
che la foschia sia luce,
i gas di scarico aria
 e sorridono.

In meiner Stadt liegt ein Rasen
da meinen die Blumen
Dämm'rung sei Licht
Abgase Luft
und lächeln.


Lungi dall'essere piccoli esseri passivi, questi fiori -  tutti i fiori -  padroneggiano la forza dirompente dell'immaginazione caldamente  sostenuta dal Bardo inglese, incarnano l'accettazione gioiosa che trasforma la realtà e traccia la strada verso la Terra Promessa descritta da Lubomirski in brevissimi versi:

Là,
dove le macchine
s'inchinano ai fiori.

Wo Maschinen
sich vor Blumen neigen.  



Tempo Naufragato, K. Lubomirski, traduzione di Enrica Mogàvero, Viennepierre Edizioni; Selected Poems, W. Blake, Penguin Popular Poetry;  Poesie e Visioni, W. Blake, traduzione di Angela Cerinotti, Ed. Acquarelli.

Alpenzù, Gressoney






mercoledì 20 luglio 2016

Tsundoku e poesia. Emily Dickinson.


 L'estate è generosa. Regala qualche mezz'ora ai tentativi - vani - di riordino  della libreria  casalinga.  Così i volumi a destra vengono spostati a sinistra e viceversa... mentre  quelli accumulati sul pavimento in linea di massima restano dove sono,  oppure finiscono in enormi buste di plastica colorata che danno una parvenza di bizzarro ordine o - meglio - di contenimento di un'altrimenti inesorabile espansione libresca a macchia d'olio sul tappeto e fin sotto al tavolo. 

"Lost in translation" ii Ella Frances Sanders, Ed. Marcos y Marcos

 Sfogliando "Lost in translation" di Ella Frances Sanders, ho recentemente scoperto che in giapponese esiste un termine specifico per indicare "un libro comprato ma non ancora letto, di solito impilato con altri libri mai letti": tsundoku.
Ciò mi conforta alquanto. Significa che il fenomeno è diffuso ben al di là dei muri del mio studio. 
Nell'enorme  borsone accanto alla porta, su tre nutrite pile, convivono in buona armonia voci molto diverse tra loro: mentre scrivo, con la coda dell'occhio vedo ammiccare Anais Nin, Ildegarda, Castaneda e un libro di cucina vegana. 



Per qualche mese anche Borges ha dovuto adattarsi alla vita comunitaria del gruppo tsundoku. Poi è passato ad una categoria intermedia tra quest'ultima e quella dei libri già letti (o  spesso consultati): la categoria dei libri letti a metà, quelli che  anche per un anno si spostano con me pigiati  in fondo alla borsa, tra le chiavi, le  bottigliette d'acqua, il cellulare, buste di zenzero e papaya disidratata, il taccuino per gli appunti, gli occhiali, dentifricio e spazzolino, briciole di tarallini  e parecchie altre cose.
 A parte L'Aleph e le Venti Vite del Budda tradotte da Noor Inayat Khan (o altro di piccole dimensioni),  spesso si tratta di libri di poesia, perchè la poesia è magica:  bastano pochi minuti di sana solitudine per soffermarsi su qualche verso, e ciò è già sufficiente  per ritrovare respiro e  riconciliarsi con se stessi e il mondo. 
Nel corso di una frenetica giornata, una pausa caffè in compagnia di una fetta di torta e  di Emily Dickinson è un piccolo,  prezioso balsamo di luce. 


Tra le sue composizioni, ecco la mia preferita, quella che ho sempre ben presente anche senza averne il testo in fondo alla borsa. 
E' stato amore a prima vista fin dalla prima lettura, tanti anni fa.

"There is a solitude of space
A solitude of sea
A solitude of death, but these
Society shall be
Compared with that profounder site
That polar privacy
 A Soul admitted to itself -  
Finite infinity".

"Vi è una solitudine dello spazio,
una solitudine del mare,
una solitudine della morte, ma queste
saranno una folla
a confronto di quel luogo più profondo
quella polare segretezza,
un'anima ammessa alla propria presenza - 
finita infinità"

(Emily Dickinson tradotta da Massimo Bacigalupo, Arnoldo Mondadori Editore)






Elliott al Forte di Bard

Forte di Bard
(Valle d'Aosta)

"Quando è ben fatta, la fotografia è interessante. Quando è fatta molto bene, diventa irrazionale e persino magica. Non ha nulla a che vedere con la volontà o con il desiderio cosciente del fotografo".
E. E.


(11 giugno - 13 novembre 2016)

Un'esposizione corposa; sono più di un centinaio le fotografie di Elliot Erwitt esposte al Forte di Bard. Sull'opuscolo si legge: 137 immagini suddivise in nove sezioni (beaches, cities, abstractions, museum watching, dogs, between the sexes, regarding women, kids e personalities), nonché un'intervista registrata nello studio di New York, in esclusiva per la mostra valdostana.

Non conoscendo troppo l'impegno dell'autore, ci sono andata più per una curiosità complessiva. Non avevo mai visitato neppure il Forte. 

L'occhio del fotografo statunitense cattura quel "solito" che mi piace, che sorprende e fa pensare: "Ma guarda cosa ci ha visto!". E' un'intermediazione che arricchisce. Ho conosciuto un tecnico, certo, ma soprattutto un artista.

Forte di Bard

"Il forte di Bard è un complesso fortificato fatto riedificare nel XIX secolo da Casa Savoia sulla rocca che sovrasta il borgo di Bard, in Valle d'Aosta". 

"Dopo un lungo periodo di abbandono, il forte è stato totalmente restaurato con interventi ispirati al design e al recupero conservativo: è stato aperto ai visitatori nel gennaio 2006. Attualmente ospita esposizioni di arte antica, moderna, contemporanea e di fotografia. Il Forte è inoltre sede di tre percorsi permanenti: Il museo delle Alpi, Alpi dei ragazzi, Le prigioni e Il museo del Forte".


feritoia
"Nel cortile interno nel periodo estivo si svolgono rappresentazioni musicali e teatrali. Oltre alle attività didattiche, il Forte ospita dei propri format ed eventi sportivi".


il Forte sullo sfondo

"Nel marzo 2014 al forte di Bard sono state girate delle scene del film The Avengers: Age of Ultron".

Le informazioni sul Forte sono di Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Testo e immagini di Anna Arietti

vista dal Forte
I diritti relativi ai testi, alle fotografie e ai video presenti in questo portale, ove non diversamente indicato, sono di proprietà di chi collabora con noi e degli autori stessi.

L’utilizzo di piccole parti è concesso a condizione che venga sempre citata la fonte, nome e cognome dell’autore e questo sito web. Siamo grati a coloro che ce ne daranno comunicazione.

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lunedì 18 luglio 2016

"Tiám": schegge di sole.

"Forse sono persone come tante, oppure persone decisamente speciali, ma hanno lasciato una piccola scheggia di sole nei tuoi occhi e sei felice di averle incontrate".
(da "Lost in translation" di Ella F. Sanders, traduzione di Ilaria Piperno, Ed.  Marcos Y Marcos)




Mi è andato subito dritto al cuore il commento che accompagna la parola in lingua  farsi  "tiám" -  'lo scintillio negli occhi al primo sguardo' - nel libro "Lost in translation". 
Per me 'tiám' ha subito evocato l'ingrediente che deve accompagnare ogni viaggio: quel 'namasté' silenzioso, quell'inchino interiore che non è né sottomissione né adulazione nei confronti delle persone e dei luoghi diversi da noi. 
E' semplicemente  un approccio a mani nude e aperte, dalle quali scivolano via schemi e preconcetti tarati sull'aspetto delle cose a casa nostra o su come ci hanno detto che dovrebbero essere altrove, o su come dovrebbero essere secondo i capricci dell' umore e dell'ego.
Un primo incontro con un bagaglio leggero nel cuore (che nulla ha a che fare con la sprovvedutezza!), così che "il diverso da noi" sia libero di porsi con altrettanta leggerezza, lasciando emergere il meglio di sé senza tensioni, senza doversi sprecare in meccanismi di difesa.  
Credo  che qualunque viaggio intrapreso distogliendo un pochino lo sguardo fisso da noi stessi permetta di cogliere al volo le "schegge di sole" in quello altrui, le stelle negli occhi, lo scintillio dei luoghi,  e che questo sfavillio continui ben oltre la fine del viaggio. 


Sorrisi ...


...a Ouvea...




...e nella Grande Terre



In treno da Delhi a Jaisalmer giocando a carte
Sorrisi a Manali ...
...e a Jespa (India)

Khardungla (18380 piedi, circa 5359 metri)


"Ecco il viaggio, ecco la via, ecco il riposo;
                                       uscire dal proprio io, ecco il compito che ci tocca.
Ahimè, per questo viaggio non c'è mezzo di trasporto,
siamo calati nelle tenebre e non c'è alcuna strada.
Sappi bene che si tratta di una via senza margini,
è una via oscura in cui la fiaccola è la luminosità dell'anima".

(Farid Al-Din Attar citato dal monaco di Bose Sabino Chialà in 'Parole in cammino') 


  

domenica 17 luglio 2016

La mia pausa, il mio caffè, sulle mie montagne

VALLE DI MOSSO - PANORAMICA ZEGNA (FORGNENGO di CAMPIGLIA CERVO)

frazione Campore di Valle Mosso
la "saletta della luna"

Bielmonte





Panoramica Zegna

frazione Forgnengo di Campiglia Cervo
























formaggio "Macagn"