Raggiungo
la dimora percorrendo piano piano una strada sterrata ombreggiata da faggi e castagni.
Sento di calarmi nella parte sin da subito, nell’epoca ottocentesca che mi
attende oltre l’imponente cancello rosso, che varco sentendomi un po’
principessa.
Un ragazzo
m’invita ad accomodarmi sotto il portico che s’affaccia sulla Valle, accanto
alle antiche scuderie, un buon punto di osservazione dal quale riconosco lassù
sulla cima della Banda sulìa, il versante più soleggiato, il borgo di Oriomosso,
che si delinea sullo sfondo azzurro del cielo. Non distante riconosco la sagoma
scura, la chioma del castagno secolare e, poco oltre, ancora scorrendo il profilo
della montagna, distinguo il famèdio che introduce al piccolo cimitero
monumentale.
A
cullarmi, letteralmente, è un vento fresco graditissimo. Se di nuovo assecondo
la fantasia, mi vedo con un corpetto di pizzo e un ampio gonnellone, ma no. Non
è il momento, Anna.
M’intrattengo
con il presidente dell’Associazione auto moto storiche Amsap, Pietro, che mi
presenta il suo Moto Guzzi 500 S sidecar del 1933, che possiede da parecchio. “Ha
un motore semplice, che va bene, una meccanica affidabile – mi dice, visibilmente
orgoglioso –“. Altri appassionati lì accanto, con le mani sui fianchi e il
petto in fuori, sbirciano nel motore di una Alfa 2600 Sprint rossa, commentando:
“Queste macchine se si rompono le puoi aggiustare, culle növe invece tai pìe
e tài campé via – quelle nuove le puoi buttare -”.
Inizio la
visita guidata del parco con Domenico, docente di Storia dell’arte al Liceo
Classico di Biella, che si prende cura della dimora con Pablo. E lì diventa
difficile per me rimanere con i piedi per terra, come si suol dire. M’immagino il
trasferimento in carrozza della nobile famiglia Magnani da Torino alla loro casa
di montagna per il periodo estivo, con tutto il seguito, dal maniscalco alla
guardarobiera, dalla lavandaia ai cuochi; un trasloco imponente, che permetteva
di vivere in autonomia.
“La grande
opera pubblica che rese celebre Giovanni Magnani, che commissionò la Villa con
le scuderie nel 1850, completate nel 1864, fu la costruzione dell’Arsenale militare
marittimo di La Spezia, fra il 1862 e il 1869 – spiega ancora Domenico, parole
che vivo come un brusco ritorno alla realtà - . La buona riuscita dell’opera aprì
le porte della corte dei Savoia. Magnani fu insignito del titolo di Cavaliere
della Corona per meriti civili. Poté così beneficiare dell’intervento dei
giardinieri del re, ossia dei fratelli Roda, Pietro Giuseppe senior e
Marcellino, che progettarono il parco di Villa Magnani, appunto. L’edificazione
diede alla famiglia la possibilità di ostentare la ricchezza acquisita –
prosegue il mio Cicerone, mentre io m’immagino Giovanni andarsene a caccia a
cavallo. Quanta pace respirava nei suoi 12 ettari di bosco, mentre le dame in
villa passeggiavano, proprio come me, in giardino, fra musici, momenti di pittura
e merende con gli ospiti. Domenico ricorda che l’Ottocento, per i ricchi, è
stato il tempo della noia, in cui dovevano inventarsi come trascorrerlo. A me, a
fantasticare, ‘sto tempo vola via – “.
C’è poi uno
strapiombo, che volutamente non si vede e Domenico sollecita attenzione: “I
fratelli Roda pensavano che non ci dovessero essere linee di confine. La grande
idea del giardino romantico, siamo nel 1883, è che si uniformi alla natura
circostante, alle montagne e al bosco”.
Mi gusto tutto,
tanto, quando i rintocchi della campana del vicino Oratorio dei Santi Fabiano e
Sebastiano, nel mio sentire, completano l’idillio.
L’altro
aspetto prezioso del parco è l’uso dell’acqua, con lo stagno pittoresco, il
gorgoglio della fontana e la peschiera, con la cascata, che crea uno scorcio
incantevole. “Sono passaggi emotivi – dice Domenico -. Si prova commozione anche
oggi nonostante la nostra tecnologia, figuriamoci nell’Ottocento. La peschiera
ospita una grotta artificiale che dà l’idea dell’orrido, della paura, che crea di
nuovo un impatto evocativo, ma è realizzata con pezzi veri tagliati,
saccheggiati, probabilmente in Sardegna. A costruirla fu Tommaso Bianchi nel
1889”.
Prima di
iniziare il picnic, visito la mostra fotografica proposta da Lidia e Francesco
dal titolo “C’era una volta”, immagini scattate in valle e riprodotte con una
tecnica che si rifà ai primi processi di stampa. Anche gli abiti dei due fotografi
ben si allineano all’atmosfera ottocentesca.
Il
giardino, che ci rende orgogliosi del patrimonio culturale biellese e del quale
ci sarebbe ancora moltissimo da raccontare, si trova in Valle Cervo, in
Piemonte, nell’omonima località Magnani, fondata dalla stessa famiglia nel
Medioevo.
Lascio la
villa sulle note di un pianoforte, che proviene dal piano terra della
residenza. Sento di ricadere nel sogno, questa a volta a occhi aperti, ed è
chiaro che il mio è un arrivederci.
Anna
Arietti, testo e immagini
21 luglio
2026
Seguono altre fotografie.
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