martedì 28 luglio 2026

Il giardino romantico di Villa Magnani


Da anni desideravo visitarlo, il giardino di Villa Magnani. L’occasione si presenta senza cercarla la terza domenica di un luglio afoso, in concomitanza di un raduno di auto d’epoca, che ben armonizza nel contesto storico.

Raggiungo la dimora percorrendo piano piano una strada sterrata ombreggiata da faggi e castagni. Sento di calarmi nella parte sin da subito, nell’epoca ottocentesca che mi attende oltre l’imponente cancello rosso, che varco sentendomi un po’ principessa.

Un ragazzo m’invita ad accomodarmi sotto il portico che s’affaccia sulla Valle, accanto alle antiche scuderie, un buon punto di osservazione dal quale riconosco lassù sulla cima della Banda sulìa, il versante più soleggiato, il borgo di Oriomosso, che si delinea sullo sfondo azzurro del cielo. Non distante riconosco la sagoma scura, la chioma del castagno secolare e, poco oltre, ancora scorrendo il profilo della montagna, distinguo il famèdio che introduce al piccolo cimitero monumentale.

A cullarmi, letteralmente, è un vento fresco graditissimo. Se di nuovo assecondo la fantasia, mi vedo con un corpetto di pizzo e un ampio gonnellone, ma no. Non è il momento, Anna.

M’intrattengo con il presidente dell’Associazione auto moto storiche Amsap, Pietro, che mi presenta il suo Moto Guzzi 500 S sidecar del 1933, che possiede da parecchio. “Ha un motore semplice, che va bene, una meccanica affidabile – mi dice, visibilmente orgoglioso –“. Altri appassionati lì accanto, con le mani sui fianchi e il petto in fuori, sbirciano nel motore di una Alfa 2600 Sprint rossa, commentando: “Queste macchine se si rompono le puoi aggiustare, culle növe invece tai pìe e tài campé via – quelle nuove le puoi buttare -”.

Inizio la visita guidata del parco con Domenico, docente di Storia dell’arte al Liceo Classico di Biella, che si prende cura della dimora con Pablo. E lì diventa difficile per me rimanere con i piedi per terra, come si suol dire. M’immagino il trasferimento in carrozza della nobile famiglia Magnani da Torino alla loro casa di montagna per il periodo estivo, con tutto il seguito, dal maniscalco alla guardarobiera, dalla lavandaia ai cuochi; un trasloco imponente, che permetteva di vivere in autonomia.

“La grande opera pubblica che rese celebre Giovanni Magnani, che commissionò la Villa con le scuderie nel 1850, completate nel 1864, fu la costruzione dell’Arsenale militare marittimo di La Spezia, fra il 1862 e il 1869 – spiega ancora Domenico, parole che vivo come un brusco ritorno alla realtà - . La buona riuscita dell’opera aprì le porte della corte dei Savoia. Magnani fu insignito del titolo di Cavaliere della Corona per meriti civili. Poté così beneficiare dell’intervento dei giardinieri del re, ossia dei fratelli Roda, Pietro Giuseppe senior e Marcellino, che progettarono il parco di Villa Magnani, appunto. L’edificazione diede alla famiglia la possibilità di ostentare la ricchezza acquisita – prosegue il mio Cicerone, mentre io m’immagino Giovanni andarsene a caccia a cavallo. Quanta pace respirava nei suoi 12 ettari di bosco, mentre le dame in villa passeggiavano, proprio come me, in giardino, fra musici, momenti di pittura e merende con gli ospiti. Domenico ricorda che l’Ottocento, per i ricchi, è stato il tempo della noia, in cui dovevano inventarsi come trascorrerlo. A me, a fantasticare, ‘sto tempo vola via – “.

C’è poi uno strapiombo, che volutamente non si vede e Domenico sollecita attenzione: “I fratelli Roda pensavano che non ci dovessero essere linee di confine. La grande idea del giardino romantico, siamo nel 1883, è che si uniformi alla natura circostante, alle montagne e al bosco”.

Mi gusto tutto, tanto, quando i rintocchi della campana del vicino Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano, nel mio sentire, completano l’idillio.

L’altro aspetto prezioso del parco è l’uso dell’acqua, con lo stagno pittoresco, il gorgoglio della fontana e la peschiera, con la cascata, che crea uno scorcio incantevole. “Sono passaggi emotivi – dice Domenico -. Si prova commozione anche oggi nonostante la nostra tecnologia, figuriamoci nell’Ottocento. La peschiera ospita una grotta artificiale che dà l’idea dell’orrido, della paura, che crea di nuovo un impatto evocativo, ma è realizzata con pezzi veri tagliati, saccheggiati, probabilmente in Sardegna. A costruirla fu Tommaso Bianchi nel 1889”.  

Prima di iniziare il picnic, visito la mostra fotografica proposta da Lidia e Francesco dal titolo “C’era una volta”, immagini scattate in valle e riprodotte con una tecnica che si rifà ai primi processi di stampa. Anche gli abiti dei due fotografi ben si allineano all’atmosfera ottocentesca.

Il giardino, che ci rende orgogliosi del patrimonio culturale biellese e del quale ci sarebbe ancora moltissimo da raccontare, si trova in Valle Cervo, in Piemonte, nell’omonima località Magnani, fondata dalla stessa famiglia nel Medioevo.

Lascio la villa sulle note di un pianoforte, che proviene dal piano terra della residenza. Sento di ricadere nel sogno, questa a volta a occhi aperti, ed è chiaro che il mio è un arrivederci.

Anna Arietti, testo e immagini

21 luglio 2026

Ieri era il compleanno del mio papà, Diego Arietti. Avrebbe compiuto 86 anni. A lui va un mio pensiero.

Seguono altre fotografie.




















































































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