Il servizio in sala è concluso. Rimane un tavolo con alcuni ospiti, ormai al caffè. Ci provo: mi affaccio alla cucina. Adìla mi nota immediatamente e con un sorriso, dice: «Vengo subito!»
Le avevo chiesto in anticipo la disponibilità per una chiacchierata e lei aveva accettato. Anche la nipote Cristina era d’accordo: «Sì, sì – mi aveva detto - così la zia trascorre un pomeriggio diverso».
Sono al ristorante Asmara, un tempo anche albergo, di Campiglia Cervo, nell’omonima Valle Cervo, ad un altitudine di 745 metri sul livello del mare.
Scrivo Adìla sempre con l’accento sulla i per ricordarmi la corretta pronuncia, intanto attendo al tavolino accanto alla grande vetrata che si affaccia sulla Valle, lungo il torrente. È autunno inoltrato, ma posso ancora godermi le sfumature dei colori, nel silenzio che si fa di nuovo piacevole nel locale, quando sento: «Eccomi!» Anche Adìla prende posto vicino a me, sempre con un bel sorriso e gli occhi vispi.
«Allora vuole sapere come è nata l’Asmara?», mi domanda.
Le chiedo dei suoi ricordi.
«Il mio nome l’aveva scelto papà, guardando il calendario il giorno in cui sono nata, poi abbiamo un secondo cognome, per distinguerci dalle tante famiglie – precisa -. Siamo Maciotta Bianc. Sono nata nel 1937. E fin qui ci siamo».
«E poi come è andata?» le chiedo ancora.
«Una volta qui c’erano diverse sorgenti, delle quali ne utilizziamo tre. È acqua che arriva dalla montagna, buona. Controllata – dice ancora -. Una va nella vasca delle trote, che è la nostra specialità. Il nome della località era “Ponte delle fontane” e non c’era nient’altro. Non c’era neanche lavoro. I paesi erano popolati e le famiglie numerose, con tanti figli. Gli uomini erano stati costretti a espatriare e dove erano andati? Giù, in Eritrea, all’Asmara. Facevano lavori manuali, costruivano le strade, gli acquedotti. Quando sono tornati hanno iniziato a costruire anche da noi e hanno battezzato la zona “Asmara”, appunto. Località che è stata poi riconosciuta nei documenti ufficiali. Un tempo avevamo una piccola bottega di generi alimentari e la cucina, che è sempre stata dove si trova ancora oggi. Quando la locanda è sorta nel 1886, erano gli anni di mio bisnonno paterno Basilio Maciotta Bianc (1867-1941). Lo si vede ancora scritto sullo stipite della porta laterale, che in origine era l’ingresso principale. La gente arrivava da Biella a piedi per andare al Santuario di San Giovanni d’Andorno - il sentiero è ancora il medesimo e s’imbocca sul lato opposto della strada, rispetto al ristorante -. Prima di salire passavano da noi a mangiare polenta e pollo, quello c’era, e basta».
Intanto scopro che il bisnonno era noto in Valle con il soprannome di “Füher”, per i suoi baffetti e la frangetta dei capelli tirata da un lato, che ricordavano il dittatore coèvo.
«In seguito sono subentrati i miei genitori – spiega ancora Adìla -. Mio papà Eugenio era nato nel 1895 e morto nel 1971, mentre mamma Maria Acquadro era del 1912 ed è morta nel 2003. Ai tempi della Seconda guerra, il Comune distribuiva le tessere per poter acquistare gli alimenti e la gente veniva da noi a ritirarli. Ricordo le mensole in marmo con i barattoli di sale, che si vendeva sfuso. Non c’era un grande assortimento di prodotti. Solo l’indispensabile. Questi sono i miei ricordi di quando ero bambina. La mia scuola era qui vicino, a San Paolo, che all’epoca faceva Comune».
San Paolo Cervo, con le proprie frazioni e fra queste anche Asmara, ha contato sulla propria indipendenza amministrativa fino al 31 dicembre 2015. In seguito, con il paese di Quittengo, è stato fuso con Campiglia Cervo, diventando quest’ultimo un’unica realtà comunale.
«La scuola elementare, fino alla quarta, era al piano superiore del municipio – prosegue -. La quinta l’avevo frequentata a Campiglia. In seguito ero andata a scuola a Biella, all’Istituto Losana. Dopo sono stata per tre anni a Stresa, alla scuola alberghiera. Mio papà ci teneva tanto. Ricordo che mi aveva detto: “Adìla, ci devi andare tu!” – a questo punto le vengono gli occhi lucidi. Il tempo è trascorso ma le emozioni rimangono vivide -. Ero giovane – mi racconta ancora - e lontano da casa non ero mai andata. Avevo fatto sala, cucina e l’ultimo anno anche amministrazione. Tornavo soltanto per le feste natalizie e per Pasqua, anche perché c’era bisogno per fare servizio al ristorante. Mio papà era capace di fare stare cinquanta persone nella saletta. In seguito sono stata mandata, sempre da mio papà, per due mesi a Londra, come ragazza alla pari per imparare un po’ di inglese. I tempi intanto cambiavano e l’ingresso attraverso la cucina non funzionava più. Così il locale è stato ampliato negli anni e, di recente, ristrutturato, anche se ormai sono trascorsi già una decina di anni».
Come avete iniziato ad allevare trote?
«Il locale è stato costruito proprio lungo la sponda del torrente Cervo, dove da sempre vengono i pescatori. È stato così che un giorno uno di loro aveva dato l’idea a mio papà e le trote abbiamo iniziato a cucinarle, oltre alla polenta e pollo. A quel tempo i pesci ce li portavano i pescatori stessi».
Nel ricostruire i fatti, la memoria si fa labile. A dare una mano contribuisce la nipote Elisa, la chef, presente alla conversazione.
«In seguito abbiamo iniziato ad allevarle noi e la vasca si trovava nella casa accanto – ricordano insieme -. Dopo ci siamo organizzati diversamente, costruendo le vasche al piano inferiore del ristorante, con acqua fresca corrente. Lavoriamo bene in estate, mentre in inverno ci siamo nei fine settimana. Dal lunedì al venerdì vengono i lavoratori della Valle. La nostra è una conduzione famigliare. Per un certo periodo, negli anni Sessanta, abbiamo gestito anche una pompa di benzina per le motorette, ma è durata poco, poiché disturbava il servizio in tavola».
A questo punto vorrei conoscere altri aneddoti e Adìla, con lo sguardo, cerca ancora Elisa: «Iumma ancù manca – abbiamo ancora bisogno - le dice –».
Il racconto riprende quando le sovviene il pensiero del Ferragosto andornese, le serate musicali iniziate nel 1936 fra gli alberi secolari del Parco della Salute di Andorno Micca, che continuarono a spopolare in Valle negli anni Sessanta e Settanta, ospitando cantanti e presentatori che allora non erano famosi, ma lo sarebbero diventati. «Da noi venivano a pranzare, qualcuno anche a dormire. Ricordo le gemelle Kessler, Al Bano, Gianni Morandi, Mina, Patti Pravo, Iva Zanicchi e il ciclista Gino Bartali. Arrivavano da noi almeno un giorno prima e di sera andavano a cantare. Qualcuno ci lasciava la propria cartolina autografata».
Nel frattempo si scatena la caccia all’album delle fotografie, che dovrebbe trovarsi nel tirét – nel cassetto -, ma non c’è. Comunque, forse per non tradire la nomea orsina dei Valit, dei valligiani, alle pareti non trovo traccia di tanta gloria, che farebbe bene alla salute turistica del Biellese. Per rimediare, Adìla Maciotta Bianc m’indica un quadro in cui sono esposte diverse immagini storiche dell’attività: sono ritratti nonni, zii e il gioco delle bocce, che oggi non esiste più. «Bisognava prenotarlo il fotografo, non è come oggi con tutte queste macchinette – conclude -. E per costruire le case si andava nel torrente a raccogliere le pietre. Accanto a noi hanno poi fatto il Circolo Valët, ancora oggi utilizzato».
Anna Arietti
Le due immagini sono gentilmente messe a disposizione dal Ristorante Asmara.
novembre 2025
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