sabato 2 maggio 2026

La ricetta dei fiori di acacia

 

Sono i giorni più profumati dell’anno, soprattutto all’imbrunire, quelli che intercorrono generalmente tra fine aprile e inizio maggio, quando le acacie raggiungono la loro massima fioritura.

Sono infiorescenze di colore bianco, che va dal crema al niveo, riunite, come leggo nelle descrizioni di botanica, in grappoli penduli. E siccome l’olfatto, come pure il gusto e l’udito, ci legano istintivamente ai ricordi, in me la fragranza dolce dell’acacia evoca pensieri che riportano alle frittelle preparate proprio con i fiori della stessa, conosciuta anche come robinia, o gaggia, denominata scientificamente Robinia pseudoacacia o falsa acacia, che in piemontese diventa gasìa, o come si dice dalle mie parti, gasùia.

Li vedo ancora i miei genitori, quando ero bambina, abbarbicarsi su per qualche ripa, con un lungo rampino in ferro, a tentare di trascinare a portata di mano un ramo per raccoglierne le infiorescenze. In effetti, non è così faticoso raggiungere i rami in fiore. La questione è che si prediligono quelli al riparo dalla polvere e da eventuali visite degli animali del bosco, affinché siano puliti, puri. Nella preparazione delle frittelle non vanno lavati.

Mia mamma la vedo ancora oggi con l’uncino dal manico lungo. Appena qualche giorno fa, quando il profumo buono dei fiori è giunto al mio naso, siamo andate insieme a raccoglierne un po’. Le piante non erano ancora tutte in fiore. Abbiamo notato che molto dipendeva dell’esposizione al sole, ma alla fine il nostro cestino in vimini era ugualmente colmo.

Per realizzare la leccornìa bisogna mettere in una terrina circa 200 grammi di fiori aperti, sbocciati, perché altrimenti non profumano, o li si possono inserire a grappoli; si aggiungono due o tre cucchiai di zucchero oppure di miele, come si preferisce, e due o tre cucchiai di cognac. Si mescola delicatamente e si lascia riposare per un paio di ore. Quindi si prepara la pastella con 150 grammi di farina tipo 0, oppure 1, un uovo intero, mezzo bicchiere di acqua minerale, mezzo bicchiere di birra, un pizzico di sale e una bustina di vanillina, o meglio, un po’ di vaniglia estratta direttamente dal baccello. Bisogna poi mescolare bene e lasciare riposare il composto possibilmente esposto al sole, o a temperatura ambiente, in modo che possa lievitare. «Adèss al sul iè nèn – dice mia mamma - e mi lu las an cusi-na.”»

Arriviamo così al momento in cui possiamo unire i fiori alla pastella: «T’è da regulété e buté ancù an poc ad fari-na o d’aua, mica as völ, an manéra ca la sia ‘na pastèlla morbida, ma dènsa, ca la rèsta tacà ai fiur.»

A parte si mette a scaldare l’olio di arachidi, ma ognuno scelga quello che ritiene opportuno secondo abitudine. Qualcuno li frigge utilizzando il burro, che rafforza il senso di dolcezza certo, ma li rende più pesantucci. Dipende dai gusti personali. Le frittelle si formano a cucchiaiate, oppure a grappolo, come indicato in precedenza. La parte terminale del rametto coriaceo verrà poi utilizzata per afferrare elegantemente la frittella.

I dolcetti vanno disposti su di un piatto, sono buoni serviti a temperatura ambiente, oppure tiepidi, cosparsi di zucchero a velo. Sono qualcosa di davvero galup, per dirlo ancora alla piemontese, golosi, ghiotti. So che ne esiste la versione salata, ma non ne conosco la preparazione.

Anna Arietti, testo e immagini

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il cestino in questione

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