Incontro Beatrice, per tutti in paese Bea. La cagnolona che le cammina accanto, al guinzaglio, si chiama Lilla, ha 15 anni compiuti il 24 dicembre 2025. Lo vedi che sono amiche da tempo, che si conoscono. Se una rallenta, l’altra l’aspetta. Se una si ferma, l’altra si volta a guardarla. M’invitano a passeggiare con loro, come se ci fossimo date appuntamento. Ci dirigiamo verso la chiesa parrocchiale dei Santi Grato e Policarpo, cantone in cui non ci sono automobili in movimento e dall’affaccio vicino al campanile si respira l’aria che scende dal monte Terlo, dalla Rocca d’Argimonia, dal Rubello e dal Bocchetto Sessera. Lilla ci accompagna paziente, ascolta le nostre chiacchiere.
Il sole è prossimo all’orizzonte e l’aria a fine febbraio rinfresca. Ci avviciniamo al bar, per un caffè. Bea aggancia il guinzaglio di Lilla a un anello, fissato al muro. Le dà qualche biscotto cagnoloso e le riempie la ciotola di acqua. Lilla conosce perfettamente tutte le mosse e accetta di buon grado. Le abitudini di Bea sono consolidate. È chiaro.
Seduta al caffè, guardo Lilla in cortile. Ci tiene costantemente d’occhio, ma sa attendere.
“Non è il mio cane – mi racconta Bea -. Passeggiava in frazione, quando ha iniziato a seguirmi. All’inizio non conoscevo neppure il suo nome, ho poi scoperto che aveva un proprietario, ma che fin da piccola aveva il vizio di farsi i suoi giretti nelle borgate. L’ho accarezzata e siamo diventate amiche. Da allora camminiamo sempre insieme. Ma la storia inizia ancora prima. In precedenza uscivo a passeggiare con un altro cane, un pastore. Si chiamava Jula, anche lei era una piacevole compagnia. È mancata nel mese di settembre del 2020. È curioso. Il mese successivo, a ottobre, ho incontrato Lilla, nello stesso punto in cui in precedenza avevo conosciuto Jula, davanti alla propria casa. È come se fosse stata lei a mandarmela”.
È la bellezza inspiegabile della vita.
Lilla ha gli occhi di colore diverso: uno grigio e l’altro marrone. È un meticcio pastore con il pelo lungo morbidissimo. “È figlia di una husky – prosegue Bea -. Il papà non lo conosco. Abita in una cascina, in paese. Non è un cane abbandonato. Ogni giorno vado a casa sua, d’accordo con il proprietario, che addirittura mi ha detto di essere onorato di questo passeggio, le metto il guinzaglio e usciamo. Ci troviamo tutti i giorni, se poi capita che io non posso, alla sera dopo cena la vado a prenderla per un giretto. La riporto sempre a casa”.
Come sia non so, mi ritrovo seduta al tavolino intorno al quale, se prima eravamo in due, ora si sono aggiunte altre donne. E mi pare di conoscerle tutte, almeno questa è la percezione. Ad ogni arrivo corrisponde un ciao, al quale segue un chiacchierio confuso.
“All’inizio – si riprende Bea -, Lilla mi camminava accanto, libera, poi un giorno ce n’è capitata una: Lilla ha attraversato la strada proprio mentre stavano arrivando i carabinieri. Chiaramente l’azzardo è stato fatale per noi. Da quel giorno mettiamo sempre il guinzaglio. Nei primi tempi tremava tutta, non era abituata e non era d’accordo. Col tempo ha capito che comunque le lascio fare tutto quello che vuole”.
Guardo ancora verso il cortile, Lilla inizia a dimostrare segni di insofferenza. Lancia qualche abbaio di avviso, come se dicesse: “Muoviti, Bea. Sono stufa!”.
“Ricordo che una sera di Capodanno non voleva muoversi, perché lei è paurosa – mi viene ancora detto -. Teme i petardi, i fuochi d’artificio e i temporali; un’altra volta si è rifugiata al bar per il tuono. Se vado a prenderla in ritardo, addirittura mi sgrida. Abbaia. In paese la conoscono, è ben voluta. Sa esattamente dove sono i piatti dei gatti con le crocchette, che non disdegna. È una mangiona golosa. Un giorno è riuscita scappare dalla sua casa, ma è stata subito ritrovata”.
C’è solidarietà per lei.
Osserviamo di nuovo Lilla e notiamo che le prende l’abbiocco. Le si chiudono gli occhi. Noi conversiamo ancora per un po’, finché si spazientisce e abbaia con insistenza. È il richiamo che porta Bea sull’attenti.
Osserviamo di nuovo Lilla e notiamo che le prende l’abbiocco. Le si chiudono gli occhi. Noi conversiamo ancora per un po’, finché si spazientisce e abbaia con insistenza. È il richiamo che porta Bea sull’attenti.
Penso di andare a Camandona, situato nella Valle di Mosso, per respirare, per ritrovarmi coi pensieri fra i boschi, invece lassù vivo il senso dell’amicizia, a cui loro, i residenti, sono assuefatti, e a volte sembrano notare soltanto i malesseri, ma c’è di più e oggi penso di averlo raccontato.
Anna Arietti
(Testo e immagine interna)
Anna Arietti
(Testo e immagine interna)
Immagine di copertina di Beatrice
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