Ogni tanto a casa si fa la fritüra duscia, uno dei dolci della tradizione piemontese più celebri, conosciuto anche come semolino.
Non era, e non è, consuetudine portarla in tavola a fine pasto, bensì con la seconda portata, con carni e verdure, oppure rientra nella composizione del grande fritto misto, con altri sapori dolci, come la mela e l’amaretto.
Nonna Maria la preparava il giorno prima, quindi il sabato, visto che il ritrovo di famiglia avveniva a pranzo, di domenica. Non ho perciò memoria della preparazione. Soltanto una volta, passando da nonna in un orario inconsueto, notai la semola a riposo in un piatto, a compattarsi. Era coperta da un tovagliolo di stoffa ed io curiosa, dovetti sollevarlo per capire cosa si nascondesse. Era il dolcetto che preparava per me e per mio fratello, che è sempre stato il più goloso.
In effetti era, ed è, una leccornìa. Preparare la fritüra per nonna era fare qualcosa di gradito, la sorpresa per eccellenza. Almeno così penso la intendesse, memore di gesti che la riportavano a quando era bambina.
La fritüra, come ho detto, arrivava in tavola la domenica e accompagnava la seconda portata a base di pollo o di coniglio, allevati da nonno, con gli spinaci dell’orto cotti in umido. Qualche volta alternava piselli, carote o patate. Lo vedo ancora il piatto, sempre composto allo stesso modo, sulla tovaglia con i ricami verdini e i fiori gialli. L’antipasto consisteva nel vitello tonnato, indimenticabile è stata la volta in cui aveva dimenticato di mettere il tonno nella maionese, e a seguire in tavola girava il piatto di salame cotto e crudo, tagliato a fette. Il primo piatto era a base di risotto, condito con il rosmarino, la cui pianta si trovava appena fuori dalla porta d’ingresso. La minestra invece arrivava a cena. Il pasto si concludeva sempre con la frutta.
Nella tradizione contadina il semolino dolce fritto si cucinava per non sprecare nulla, con ingredienti poveri, disponibili, accostati in modo sapiente, anche se ho sempre trovato insolito l’abbinamento dolce-salato.
Nulla come i sapori, i profumi e i suoni riportano a casa. E oggi la tradizione prosegue con mia mamma Ornella, che prepara la fritüra duscia, a comando di suo nipote, mio figlio.
La ricetta prevede mezzo litro di latte, un pizzico di sale e un pizzico di zucchero, la buccia grattugiata di un limone, soltanto la parte gialla, e un bel pizzico di vaniglia in polvere. “Cuoci a fiamma media, altrimenti attacca sul fondo della padella - mi spiega mamma -. Quanc al leva al bui - quando inizia a bollire -, at butte dinta, metti dentro 60/70 grammi di semolino e poi parchè at faga nèn ai grugne, at fè tamme cun la pulenta, at pie la sbatin, - lo incorpori con il frustino un po’ alla volta -. Per mescolare ci vuole un cucchiaio di legno. Cuoci per 10 minuti, un quarto d’ora, affinché as rapprenda bèn, diventi compatto. Prendi una teglia, la ungi con l’olio, e poi versi il semolino cotto, fai in modo che la superficie sia liscia. È la quantità per 4 persone, due/tre pezzi ciascuno. Lasci riposare in frigorifero e il giorno successivo lo tagli a rombi. At disbatte l’öf, passi ogni rombo prima nell’uovo sbattuto, poi nel pan pist, nel pan grattato. Si friggono nell’olio caldo. Sempre fiamma media, per cuocerli senza bruciarli. Si può usare anche il burro, ma diventano trop cariènt - troppo nauseanti -. A metà cottura, quando iniziano a dorarsi, li giri e cuoci l’altro lato. Li poni poi in un piatto, non occorre utilizzare la carta assorbente. Dai una spolverata di zucchero a velo. La nonna la butava al sucre nurmal, cul a velo non ce l’aveva – la nonna metteva lo zucchero bianco normale, quello a velo non ce l’aveva –“.
Noi oggi la fritüra duscia la gustiamo soprattutto a fine pasto, come dessert.
Anna Arietti
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