La gita
avveniva una volta all’anno, solitamente nel mese di settembre, passata la
calura estiva e prima che scendesse la nebbia autunnale, che secondo mia nonna
era un tempo in cui si doveva rimanere a casa. Per nonna e zio Gianfranco, che
talvolta veniva con noi, era un avvenimento. Li accompagnavo in auto; non da
molto avevo la patente. Partivamo dopo il loro sonnellino pomeridiano, per essere
a casa prima che facesse buio, ancora un orario in cui era buona norma trovarsi
di nuovo a casa.
Nonno Giacinto
di solito non veniva con noi. Credo che quei pochi pomeriggi siano stati gli
unici in cui si sia sentito davvero libero, che poi non faceva nulla di straordinario,
se non andare nell’orto e nel pollaio, a dare granaglie e pane raffermo a
pezzettoni alle galline.
Il momento centrale della visita a Veglio era
proprio lo scambio dei doni. Mia nonna portava all’amica un pollo d’allevamento
nostrano, macellato da nonno e ben spiumato, e un pacco di uova della stessa
provenienza, che confezionava lei con cura. La vedo ancora prendere una pagina
doppia di giornale, un tempo di grande formato, piegarla in due e poi con tre
uova alla volta ben allineate, talvolta quattro, faceva roteare la carta
intorno ad esse fino ad avvolgerle. Ne sistemava altrettante e ripeteva
l’operazione, fino a incartarne sei o otto. Quindi prendeva un lembo di carta, lo
ripiegava tre volte su se stesso e faceva lo stesso sul lato opposto. Il pollo invece non ricordo
dove lo avvolgesse. A volte nel pacco dono c’erano anche dei cespi d’insalata e
un mazzo di prezzemolo, ovviamente sempre dell’orto, che curava soltanto il
nonno.
Non ho
memoria di quando avveniva lo scambio, perché io andavo a fare una passeggiata.
Se fosse oggi, rimarrei a bermi i racconti, ma ai tempi mi piaceva raggiungere la
cima del vicino colle, sovrastato dall’oratorio di San Carlo, protettore contro
la peste e le epidemie, in località Borgo, dal quale la vista spaziava quasi a
tutto tondo sulle colline circostanti. La chiesetta purtroppo l’ho sempre
trovata chiusa, c’era però una panca, esposta a mio dire sul versante sud-est,
che offriva maggiore visibilità. Trascorrevo lì il mio tempo. Ascoltavo i suoni
provenire da lontano, dall’abbaio del cane al rintocco delle campane dei borghi
vicini, allo strillo di una mamma con successivo pianto di bimbo, fino al
rumore reboante di una motosega, fastidioso. Tutto mi rimandava a immagini di
vita quotidiana, di creature impegnate nelle loro piccole vite tribolate. Io mi
ritenevo fortunata di poter godere di quegli istanti.
Al mio
ritorno, la ruota di maccagno si trovava avvolta in una carta per alimenti
bianca, infilata a sua volta in una borsa di plastica, adagiata accanto a nonna
e a zio. Mentre l’amica, davanti a sé, abbracciava il pollo e le uova, posati
sul tavolo. L’accoglienza avveniva in cucina, il locale più vissuto dalle
famiglie, con la stufa a legna accesa, perché Veglio, Vèi in piemontese, è un borgo di 400 residenti nella Valle di
Mosso, nel Biellese, ad una altitudine di 730 metri, e nei pomeriggi di
settembre, appena calavano le ombre lunghe, era già tempo di spegnere l’aria
fresca con una fiammata, dicevano così: “De
‘na fiammà”.
Ad ogni nostra
visita veniva rievocata la provenienza del maccagno, giunto a valle dagli
alpeggi estivi, la cui attività ormai volgeva al termine. L’amica di nonna ne
prenotava una forma intera nella piccola bottega di generi alimentari, che si
trovava affacciata sulla stessa piazza in cui si trova la chiesa parrocchiale
Madre di San Giovanni, ma sul lato opposto della strada. A gestirla era Ines,
mentre a procurare il formaggio era il marito Guido. I loro nomi li ho
ritrovati grazie a Luca, proprietario del negozio di Camandona, sempre di
alimentari, e che conosce tutti. Erano, e sono, attività che offrono molteplici
servizi alla comunità e che andrebbero tutelate come se fossero un patrimonio
per l’umanità, se vogliamo che la montagna si ripopoli.
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