mercoledì 25 febbraio 2026

In gita con nonna


Era una forma bianca dal profumo leggermente acidulo. Era maccagno fresco, freschissimo, per questo motivo non si era ancora formata la crosta. La nonna Maria lo riceveva in dono dalla sua amica di Veglio, di cui purtroppo non ricordo il nome. Doveva essere la moglie o la sorella dell’autista del pulmino che riportava a casa i ragazzi con difficoltà intellettive dalla giornata trascorsa al centro di sostegno. Erano gli anni Novanta.

La gita avveniva una volta all’anno, solitamente nel mese di settembre, passata la calura estiva e prima che scendesse la nebbia autunnale, che secondo mia nonna era un tempo in cui si doveva rimanere a casa. Per nonna e zio Gianfranco, che talvolta veniva con noi, era un avvenimento. Li accompagnavo in auto; non da molto avevo la patente. Partivamo dopo il loro sonnellino pomeridiano, per essere a casa prima che facesse buio, ancora un orario in cui era buona norma trovarsi di nuovo a casa.

Nonno Giacinto di solito non veniva con noi. Credo che quei pochi pomeriggi siano stati gli unici in cui si sia sentito davvero libero, che poi non faceva nulla di straordinario, se non andare nell’orto e nel pollaio, a dare granaglie e pane raffermo a pezzettoni alle galline.

 Il momento centrale della visita a Veglio era proprio lo scambio dei doni. Mia nonna portava all’amica un pollo d’allevamento nostrano, macellato da nonno e ben spiumato, e un pacco di uova della stessa provenienza, che confezionava lei con cura. La vedo ancora prendere una pagina doppia di giornale, un tempo di grande formato, piegarla in due e poi con tre uova alla volta ben allineate, talvolta quattro, faceva roteare la carta intorno ad esse fino ad avvolgerle. Ne sistemava altrettante e ripeteva l’operazione, fino a incartarne sei o otto. Quindi prendeva un lembo di carta, lo ripiegava tre volte su se stesso e faceva lo stesso  sul lato opposto. Il pollo invece non ricordo dove lo avvolgesse. A volte nel pacco dono c’erano anche dei cespi d’insalata e un mazzo di prezzemolo, ovviamente sempre dell’orto, che curava soltanto il nonno.

Non ho memoria di quando avveniva lo scambio, perché io andavo a fare una passeggiata. Se fosse oggi, rimarrei a bermi i racconti, ma ai tempi mi piaceva raggiungere la cima del vicino colle, sovrastato dall’oratorio di San Carlo, protettore contro la peste e le epidemie, in località Borgo, dal quale la vista spaziava quasi a tutto tondo sulle colline circostanti. La chiesetta purtroppo l’ho sempre trovata chiusa, c’era però una panca, esposta a mio dire sul versante sud-est, che offriva maggiore visibilità. Trascorrevo lì il mio tempo. Ascoltavo i suoni provenire da lontano, dall’abbaio del cane al rintocco delle campane dei borghi vicini, allo strillo di una mamma con successivo pianto di bimbo, fino al rumore reboante di una motosega, fastidioso. Tutto mi rimandava a immagini di vita quotidiana, di creature impegnate nelle loro piccole vite tribolate. Io mi ritenevo fortunata di poter godere di quegli istanti.

Al mio ritorno, la ruota di maccagno si trovava avvolta in una carta per alimenti bianca, infilata a sua volta in una borsa di plastica, adagiata accanto a nonna e a zio. Mentre l’amica, davanti a sé, abbracciava il pollo e le uova, posati sul tavolo. L’accoglienza avveniva in cucina, il locale più vissuto dalle famiglie, con la stufa a legna accesa, perché Veglio, Vèi in piemontese, è un borgo di 400 residenti nella Valle di Mosso, nel Biellese, ad una altitudine di 730 metri, e nei pomeriggi di settembre, appena calavano le ombre lunghe, era già tempo di spegnere l’aria fresca con una fiammata, dicevano così: “De ‘na fiammà”.

Ad ogni nostra visita veniva rievocata la provenienza del maccagno, giunto a valle dagli alpeggi estivi, la cui attività ormai volgeva al termine. L’amica di nonna ne prenotava una forma intera nella piccola bottega di generi alimentari, che si trovava affacciata sulla stessa piazza in cui si trova la chiesa parrocchiale Madre di San Giovanni, ma sul lato opposto della strada. A gestirla era Ines, mentre a procurare il formaggio era il marito Guido. I loro nomi li ho ritrovati grazie a Luca, proprietario del negozio di Camandona, sempre di alimentari, e che conosce tutti. Erano, e sono, attività che offrono molteplici servizi alla comunità e che andrebbero tutelate come se fossero un patrimonio per l’umanità, se vogliamo che la montagna si ripopoli.

Tornati a casa dalla gita, trovavamo nonno in cucina, che aveva già dato anche lui “la fiammata”, aveva già rinchiuso le galline nel pollaio e sedeva sulla sedia posizionata a due metri dal televisore accesso. Non seguiva quasi mai il programma in onda, a meno che ci fosse una partita di calcio o una gara di biciclette, era più che altro un rumore di sottofondo che penso gli facesse compagnia.

Anna Arietti
(testo e immagini)

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