mercoledì 10 marzo 2021

La cremina del caffè (di Anna Arietti)



Dalla tazza del caffè sale un fumino chiaro, goccioline di vapore che rievocano immagini, i pranzi della domenica dai nonni.
S'iniziava con il vitello tonnato, specialità indiscussa di nonna Maria fino a quando scordò di mettere il tonno, giorno in cui prendemmo atto che qualcosa stava cambiando. Nonno Giacinto mantecava poi il risotto, portandolo in tavola con una scodella di parmigiano grattugiato a mano.
A seguire c'era il pollo, oppure il coniglio, in umido, con gli spinaci al burro o con la polenta cotta nel paiolo di rame - a me il compito, con un goccio di latte, di ripulirlo con il cucchiaino - e il semolino dolce fritto, un accostamento insolito per la cucina piemontese che non ho mai capito. Erano i prodotti dell'orto, dell'aia, curati con pazienza dal nonno.
I pasticcini erano del Pezzaro, un piccolo negozio dirimpettaio alla chiesa. Il gelato in coppetta era dell'Angelo, che passava subito dopo pranzo con un carrello spinto a mano, o dell'Italia - l'amica di nonna - che gestiva un bar lungo la via principale del paese e che nel banco frigo teneva le torte gelato alla vaniglia e al cioccolato.
Il caffè lo preparavano con la moka sulla stufa a legna, come buona parte delle portate. Sul doppio fornelletto, alimentato con una bombola del gas, cucinavano soltanto nei mesi estivi. Ed era ancora il nonno a raccogliere il primo caffè che saliva. Lo metteva in una tazza, aggiungeva dello zucchero e mescolava energicamente con un cucchiaio di legno, fino a ottenere una crema che vedevo poi scendere morbida e tiepida nella tazza già colma di caffè bollente. A me spettava appena un assaggio. Il caffè non era per i bambini.
Ricordi che mi sembrano di un'altra vita.

Anna Arietti

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