domenica 1 novembre 2026

La pasta con le cime di rapa


Alla radio trasmettono “Still loving you”, brano della rock band tedesca Scorpions del 1984 che ricordo bene, seppure non mi rappresenti per nulla, e in qualche modo m’illumina d’immenso, mi risveglia, un po’come la breve poesia di Giuseppe Ungaretti, che invece sento vicina, anche se il contesto è ben diverso: m’ispira in cucina.

Preparo gli spaghetti con le cime di rapa, ortaggio tipico pugliese di cui si consumano le infiorescenze simili ai broccoli e le foglie più tenere. Volendo si possono sostituire nella stessa ricetta con la senape, altra varietà erbacea che in dialetto pugliese si dice sanapi, la cui ricetta tradizionale prevede l’abbinamento migliore con le orecchiette.

L’accostamento verdura-spaghetti non è propriamente piemontese. Io, prima di incontrare colui che poi è diventato mio marito, la cui mamma - Tina - era appunto pugliese, non l’avevo mai provato, ma l’ho adottato fin da subito.

Dopo aver pulito e mondato le cime, avendo cura di spezzare le foglie con le mani, non con la lama, in attesa che l’acqua inizi a bollire il pensiero corre al racconto che scriverò, perché lo farò. Non sto sul pezzo, anche se, come si dice, è l’unico tempo tangibile, è quel “qui e ora” che prima si apprende e meglio si vive.

Aggiungo quindi un pugnetto di sale grosso, "butto” la pasta e aggiungo le foglie – io metto tutto insieme, ognuno può scegliere il momento in base al proprio gradimento di cottura dei due ingredienti -.

Di nuovo il pensiero ritorna al racconto e ai ricordi, come alla pasta di Tina con le foglie di zucchine con tutta la loro peluria ruvida, con le quali a volte metteva pure i gambi spinosi, che io non amavo per niente.

Intanto gli spaghetti sono al dente e di conseguenza pure le foglie. In un tegame largo metto un giro d’olio buono, extra vergine d’oliva, e due spicchi d’aglio – anche questi ingredienti vanno dosati secondo preferenza -. Senza lasciare annerire l’aglio, questo è importante, aggiungo qualche filetto di acciuga e una manciata di pane grattugiato, che in breve tende a tostarsi. So che qualcuno preferisce abbrustolire il pane a parte. Sono gusti.

Chi si scorda poi quella volta che andai con lei a raccogliere erbe selvatiche nel prato accanto casa e di lì a poco mi ritrovai in una domenica davvero alternativa al cardiopalmo.

Non distante da noi pascolavano placide alcune vacche che disegnavano nel mio immaginario serenità, quando il nostro cane Diana, dal manto bianco e rosso che ci accompagnava, piccola, un po’ obesa e solitamente docile, ebbe la lungimirante idea di mettersi a rincorrerne una. Non so dire cosa scatenò la furia, ma ahimè, mi ritrovai a inseguire mia suocera, che a sua volta tallonava la pelosetta attaccata alla coda della bovina. Si delineava una situazione agitata, ma tutto sommato sotto controllo, quando a un certo punto, la vacca si rese conto di essere la creatura più grossa e l’inseguimento s’invertì. Capofila mi ritrovai io. Vinse su di me – fortunatamente – l’istinto di sopravvivenza e mi misi a correre come non era mai avvenuto prima. Non bastasse, con la coda dell’occhio scorsi mio marito affacciato alla finestra di casa che se la rideva.

Comunque, la mucca, così la chiamano i bimbi e pure io in quegli istanti, decise di mettere un filo di giudizio e di nuovo, senza comprenderne la ragione, smise di correre. Tornò con naturalezza, come se nulla fosse accaduto, a brucare erba.

È tempo di scolare la pasta, avendo cura di tenere un po’ di acqua da aggiungere nel tegame affinché non rimanga troppo asciutta, e la verso in padella. Aggiungo un’ultima spolverata di peperoncino piccante, sempre secondo preferenza. Spadello o, più elegantemente, vado a mantecarla, e la porto in tavola.

Oggi, 26 ottobre, giorno del compleanno di Tina, dedico il racconto alla sua memoria. Tina, al secolo Concetta, da cui ConcetTina, mancò nel 2013. Era originaria di Minervino Murge e venne battezzata a Roma, nella Basilica di San Pietro. 

Anna Arietti, testo e immagine

Le mie sono descrizioni narrative, ricordi fra tradizione e letteratura, non propriamente ricettari. Utilizzo la cultura culinaria come spunto per scrivere storie e, spero, evocare emozioni.

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