No, non mi riferisco all’inizio della scuola che per molti è stato solo pochi giorni fa. Voglio raccontare di un giorno un po’ più in là nel tempo, precisamente del 1 ottobre 1973, quando il sottoscritto entrava per la prima volta in un’aula scolastica.
A dire il vero, avevo già frequentato la scuola materna, che tra l’altro era nello stesso edificio della scuola primaria, o elementare, come si diceva allora. Però non ci andavo poi così volentieri, nonostante fosse un ambiente bello, nuovo, con due brave maestre, Nella e Laura. Il fatto è che io ero già capace a leggere e a scrivere da quando avevo cinque anni. Avevo imparato a casa da solo, da ‘autodidatta’, giocando con le lettere dei ‘Chiodini Quercetti’. All’asilo mi annoiavo, non mi piaceva giocare con i bambini più piccoli di me, e poi non volevo fare il riposino pomeridiano sulla brandina. Però per quanto riguarda quest’ultimo avevo raggiunto un accordo con le maestre: potevo essere dispensato dalla siesta quotidiana purché me ne stessi solo soletto senza disturbare nessuno, e la cosa a me stava bene.
Io ero ansioso di iniziare la scuola, quella dei grandi, però mi era stato detto che bisognava avere sei anni. Infatti, subito dopo aver compiuto l’età fatidica, ad aprile, avrei preteso di passare immediatamente dalla scuola materna a quella elementare. Mi spiegarono così che avrei dovuto aspettare l’inizio dell’anno scolastico, come era ovvio, che era appunto il primo giorno di ottobre.
La scuola elementare Bartolomeo Bonesio di Locato era molto piccola, con una sola classe mista che comprendeva i bambini di 1a, 2a e 3a elementare, con una sola insegnante, la maestra Rita. Era una delle scuole più antiche d’Italia, forse la più vecchia in assoluto; negli anni 50 del 900 c’erano stati anche dei festeggiamenti in occasione del trecentesimo anniversario della fondazione.
Ma torniamo a quel primo ottobre di tanti anni fa. La notte precedente sognai un’automobilina antica rossa, di quelle dei primi anni del 900, come fosse un simbolo di tutte le difficoltà del mondo scolastico, poi arrivò il momento dell’inizio. Fu mia nonna Nilda ad accompagnarmi fino all’ingresso. Il primo giorno in effetti non ci fu lezione. Come di consueto, in mattinata andammo tutti a messa in paese, alla chiesa parrocchiale di San Lorenzo di Andorno Micca. Ci andammo a piedi, tenendoci per mano a due a due, accompagnati dalla maestra Rita. Dopo essere tornati ciascuno nelle proprie case per il pranzo, nel pomeriggio (sì, ai tempi si andava a scuola anche tutti i pomeriggi, sabato compreso), ripetemmo la passeggiata fino in paese, questa volta però la meta era il cinema Galliari, dove venne proiettato Pinocchio, una versione adattata dello sceneggiato per la televisione, con Nino Manfredi nel ruolo di Geppetto e con altri attori famosi.
Visto che il primo giorno era stato un po’ diverso da un normale giorno di lezione, la notte successiva ripetei esattamente lo stesso sogno di quella precedente, l’automobilina rossa. Adesso però le lezioni dovevano iniziare davvero.
La scuola di Locato era piccola, ma non povera. Grazie ai fondi che le erano destinati, gli scolari ricevevano gratuitamente tutto il materiale necessario: una penna stilografica Pelikan con relative cartucce, una penna a sfera Bic rossa, gomma, matita, quaderni a righe e a quadretti e, ovviamente, anche i libri di studio. A fine anno scolastico, ognuno di noi avrebbe poi ricevuto in dono un libro a scelta. Ricordo che io volevo ‘Ventimila leghe sotto i mari’ di Jules Verne, perché avevo visto il film, mettendo un po’ in difficoltà chi avrebbe dovuto reperirlo, ma venni comunque accontentato.
La maestra Rita ci insegnò prima di tutto le preghiere. Prima di iniziare la lezione, ogni giorno cominciava sempre con un’Ave Maria o un Padre Nostro, recitato in piedi. Ci insegnò anche l’educazione. Se qualcuno entrava per in aula, per qualsiasi motivo, ci dovevamo alzare tutti in piedi e si salutava rispettosamente. Valeva per chiunque, fosse la bidella, la signora Margherita, oppure il direttore della scuola principale di Andorno, che a volte ci veniva a trovare. Ricordo un curioso episodio legato proprio ad una visita del direttore. Stavo disegnando una locomotiva a vapore, con il suo vagone per il carbone, il tender. Lui girava fra i banchi e quando vide il mio disegno mi chiese cosa fosse; io chiaramente gli risposi che era una locomotiva con il tender. Il direttore non commentò e proseguì il suo giro. Scoprii poi in seguito che lui non sapeva che il vagone per il carbone avesse quel nome, si informò e ne ebbe conferma. Sono orgoglioso di avergli insegnato qualcosa, anche se ero solo un bambino che frequentava la prima elementare.
Oltre ad imparare le basi della matematica e della scrittura, a scuola si facevano anche tante altre cose interessanti, come andare a cercare il muschio per il Presepe che preparavamo in aula, oppure la gita scolastica, che in quel mio primo anno fu a Torino, con relativa visita al Museo Egizio e a quello dell’automobile. Tra l’altro io quest’ultimo lo conoscevo già, perché c’ero già stato qualche mese prima con i miei genitori, così feci da cicerone per i miei compagni.
Qualche volta riuscivo a seguire anche le spiegazioni che la maestra faceva ai bambini più grandi di me, di 2a e di 3a, rispondendo alle domande destinate a loro. Mi rendo conto solo ora che però con questo mio comportamento riuscivo a rendermi abbastanza antipatico.
Amavo la scuola, in fondo non era poi così male . Mi è sempre piaciuto frequentarla, anche quando negli anni successivi proseguii con la 4a e la 5a elementare nella scuola del capoluogo, poi alle medie e quindi alle superiori.
Nel 1986 fui il primo in assoluto nel mio istituto, l’ITIS Q. Sella di Biella, a dare l’esame orale di maturità , quindi prima della fine giugno di quell’anno per me era tutto finito. A quel punto il mio primo pensiero fu: “ E adesso?”
L’obiettivo del diploma era raggiunto, ma avvertii subito un senso di nostalgia per quella vita, per i miei compagni e per gli insegnanti.
La scuola di Locato non c’è più, è stata chiusa parecchi anni fa, ma per me quello fu l’inizio di un lungo periodo di spensieratezza, senza problemi, se non quello, che allora sembrava enorme, di non essere a volte abbastanza preparato per un compito in classe o un interrogazione.
Claudio Deusebio
Nota: la fotografia si riferisce a quando frequentavo la 3a elementare, con i miei compagni di allora e la maestra Rita.
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