giovedì 1 ottobre 2026

Le michette di Fernanda

 

L’autunno si fa desiderare, almeno da me. Di sera però, al tramonto, l’aria inizia a farsi frizzantina e io esco a camminare.

È in questo lasso di tempo, prima che scenda l’oscurità, nel susseguirsi dei passi, in silenzio, che i pensieri, come cagnolini senza guinzaglio, si rincorrono liberi e rimandano ai ricordi. Oggi, passando accanto alla casa della cara Fernanda, penso ai giorni in cui di tanto in tanto andavo a farle un saluto. Bussavo alla sua porta in legno, dalle venature antiche, e attendevo. Dopo un po’ sentivo: “Arrivooo”. Impiegava il suo tempo ad alzarsi dalla poltrona sulla quale di solito sedeva a leggere. Dallo spiraglio della porta compariva poi il suo viso, sempre sorridente, con uno scialle dai colori brillanti sulle spalle e delle simpatiche ciabattine rosse con la punta che virava all’insù. Ogni volta la trovavo più solare di me, nonostante i suoi tanti “anta” anni. Spesso la riprendevo perché prima di aprire la porta avrebbe dovuto affacciarsi alla finestra, o almeno chiedere chi ci fosse dall’altra parte. Ovviamente furono sempre considerazioni vane. Non mi diede mai ascolto.

In una di quelle occasioni, ci demmo appuntamento per preparare insieme le michëtte d’pan méglia – panini di pane di meliga -. Erano pagnottelle che si preparavano soltanto d’inverno, quando c’era la stufa a legna accesa, come mi spiegava. A Cossato le vendeva al Gino panaté, che aveva il negozio vicino al ponte sullo Strona, fra le vie Mazzini e Martiri.  

Cuminciumma, mi disse, e sul tavolo della cucina comparve una terrina di ceramica bianca, nella quale mise circa mezzo chilogrammo di farina gialla di granoturco par fé la pulenta – per fare la polenta -, aggiunse, con quelle manine fragili e curate, con le unghie smaltate di rosa, un cubetto di lievito di birra. Dop, mi disse ancora, i bütt ancù mezzo cucchiaino di sale, fino a scioglierlo nell’acqua tiepida, e una confezione piccola di panna da cucina, poi mescolo.

L’impasto rimase un po’ liquido. Spolverò con una manciata di farina bianca par sùra, in superficie, e coprì con un panno. Lasciò riposare per un’oretta, durante la quale chiacchierammo dei tempi andati, di cui aveva buona memoria, e mi fece leggere le sue poesie scritte in rima. Quando l’impasto fu ben lievitato, lo mescolò ancora. A parte, unse una pirofila con l’olio, la spolverò con la farina gialla e formò con le mani le michëtte e lì le adagiò. Con mezzo chilo di farina ne vennero circa undici. Il forno però doveva essere bén caud. Le lasciò cuocere circa mezz’ora. Ricordo il suo piemontese nella variante cossatese, quello di una volta, che ormai non parla più nessuno: «Pö tlu sèggè mica al vén bun – poi lo assaggi e vedi come è buono -» 

Lei diceva di mangiarle spüre, senza aggiungere altro, a merenda quando tornava a casa da scuola con le soccule – con gli zoccoli - ai piedi. A volte le davano anche an tuchètin ad furmacc o i sungin – un pezzetto di formaggio o dei ciccioli -. Il nonno Giovanni, quando c’erano le rape, le preparava con l’asil, con l’aceto. Prendeva le rape piccole, le lavava bene, le metteva con la buccia nella scanà, nella bigoncia, e le ricopriva con l’aceto. Ogni tanto gliene dava una da mangiare con il pan d’méglia. Le mangiava anche con la mostarda di mele.

Ho ricordo delle sue parole, poiché al tempo presi appunti. Fernanda volò in cielo all’età di 92 anni e oggi sono ben contenta di ricordarla e di aver trascritto la sua ricetta. In questa sera freschetta mi viene voglia di rifarle, quelle sue michëtte.

Le mie sono descrizioni narrative, ricordi fra tradizione e letteratura, non propriamente ricettari. Utilizzo la cultura culinaria piemontese come spunto per scrivere storie e, spero, evocare emozioni.

Anna Arietti

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