Orilio Carrera, classe 1948, ricorda la sua esperienza professionale e il suo paese, Veglio e frazione Romanina.
«I Carrera di un tempo erano originari di Magnano, di famiglia operaia – spiega -. Mia madre era a casa ad accudire vecchi e papà ha lavorato alla Modesto Bertotto per 43 anni, azienda in cui ho anche abitato, nell’ex alloggio del Pinot, il titolare. Io ho studiato volentieri, non avevo problemi a scuola, anche se ero abbastanza vivace. Per i miei genitori è stata una vita di sacrifici. Io sono stato in collegio, poi a all’università a Torino. Sono diventato ingegnere 53 anni fa. Ho lasciato il Biellese per realizzare impianti idroelettrici, dighe, centrali, in Italia. È stata un’esperienza bellissima, in grandi cantieri, con brave persone. Il lavoro mi piaceva e di solito era in montagna, il mio ambiente. Con il matrimonio, è nato Nicola, a cui ho dato priorità e ho cercato di avvicinarmi a casa. Sono diventato funzionario pubblico per qualche anno. Un’esperienza professionale interessantissima, che ho lasciato per le troppe complicanze burocratiche. Sono tornato al settore privato, nel tessile, in valle. Nella mia esperienza professionale ho vissuto anche una vicenda amara al tempo in cui ero direttore dei lavori nella costruzione di una vasca, con un incidente mortale. Sono stato condannato a 14 mesi e dopo 8 anni dal fatto mi è stato detto che non c’entravo nulla, però non sono mai stato risarcito. A oltre 60 anni sono andato in pensione.»
Orilio Carrera è rimasto legato al paese e dagli anni Sessanta e sino al 2016 è stato amministratore, assessore in Comune, e per qualche anno presente anche in Comunità montana.
«Ho vissuto l’alluvione. Ero scappato con la nonna anziana sulle spalle, un’esperienza che mi ha cambiato la vita. Nel 1968 ero al Politecnico e avrei voluto fare l’elettrotecnico o il meccanico. L’alluvione mi ha fatto guardare all’ingegneria civile, alla gestione degli acquedotti, delle fognature, all’idroelettrico, alla sistemazione idraulica dei torrenti. Ho fatto la tesi sull’alluvione e in seguito ho molto operato.»
Ha cercato di gestire l’acqua.
«È stato il mio riscatto e ancora oggi leggo e studio a riguardo. Avevo partecipato come tecnico agli interventi sul torrente Strona, messi in atto dai Comuni e dalla neonata provincia di Biella, tramite l’Unione industriale. Avevo collaborato con Franco Grosso nell’allestimento della mostra sull’alluvione.»
Nei pressi dello stabile che è stato Modesto Bertotto, in località Romanina, che lei ha citato, c’era la locanda Terzillo, abbattuta nel 2024, la ricorda?
«Ho visto il crollo del paese, della nostra Valle. La prima azienda arrivando da Vallemosso al bivio era Picco, in cui aveva lavorato il nonno materno in qualità di capo finissaggio. È stata la prima ditta a vendere negli anni Sessanta. Nel rettilineo iniziava la Modesto Bertotto, la “fabbrica dal roc”, perché nella vecchia caldaia c’è ancora una roccia. È rimasta in quella sede fino agli anni Ottanta, mentre dall’altra parte della strada c’era appunto il Terzillo, l’ost, l’oste. Più avanti, c’era Serafino Bertotto, azienda rimasta fino agli anni Settanta. Oltre il bivio per Veglio, c’era Pietro Bertotto, ditta chiusa negli anni Novanta. Tutti avevano l’esigenza di avere l’acqua e l’energia elettrica. Ognuna aveva la propria centralina. Negli anni Cinquanta, collaborando tutti insieme da Pianezze a Cossato, avevano costruito la diga di Camandona, che ha servito gli stabilimenti per 70 anni, salvando la stagione a febbraio, il lavoro invernale. Modesto e Serafino avevano costruito anche le vasche, con la captazione dell’acqua dal Lovera, con cui si facevano energia elettrica. Alla Romanina negli anni Cinquanta c’erano almeno mille lavoratori e si faceva il mercato una volta alla settimana nella piazzetta. C’erano quattro osterie, Terzillo era il primo, arrivando da Vallemosso, c’erano anche la posta e il barbiere Zotto. Dove oggi c’è la farmacia, abitava la totta Ursula, Orsola Bertotto, un’istituzione. Nell’altra parte della palazzina vivevano gli impiegati della Modesto. Poi c’era l’oste Cavagna, con negozio di alimentari, un tabacchino e un negozio. Gli stabilimenti davano spesso l’alloggio ai dipendenti per averli lì a disposizione e gli imprenditori gli pagavano tutto. C’erano le cooperative, le osterie private e le gargotte, un insieme di soci, con un gestore, dove ci andavano a bere. Tre solo a Veglio. C’erano un macellaio e ancora un oste. Alla Romanina era tutto un pullulare di gente. Iniziava poi Veglio, con le case Fanfani, tutta gente che lavorava in Valle.»
Anna Arietti, testo e immagine
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