
Sono stata al cimitero e ho messo gli occhi su tombe storiche che meriterebbero ognuna un racconto, poi, giovedì 8 ottobre (2026), ormai qualche giorno fa, aprendo le persiane al mattino, mentre il sole era prossimo a sorgere, ho scorto in lontananza fra gli alberi una parvenza di foschia. Era bruma, umidità sospesa. Nebbia. Dopo aver tollerato con pazienza i mesi estivi, che amo, per carità, ma con ragionevolezza, quel velo mi ha affascinato, un effetto vedo non vedo. Avrei abbracciato la macchina fotografica e, pure in ciabatte, sarei corsa nel bosco a immortalarla, a respirarla. È bastato il trillo discreto di un promemoria a riportarmi ai doveri e la caffettiera che fischiava sul fornello ha fatto il resto.
Accade però, almeno per me, che quando una lucina si accende diventi poi un faro a cui devo dare ascolto. Perciò la scimmietta che siede nella mente ha associato l’atmosfera del camposanto alla nebbietta e ne è scaturita un’immersione, come direbbe la mia amica suor Elena, un coinvolgimento profondo.
Era la mattina del primo novembre, giorno festivo di Ognissanti, anche se in effetti la commemorazione dei defunti sarebbe il due. Si usciva con mamma e papà, tutti avvolti in un cappotto di lana. Ero bambina. Erano gli anni Settanta. E c’era la nebbia fredda, umida, che fendeva le mie gambine, nonostante la calzamaglia. All’epoca era normale, non ci si badava.
Lo vedo l’arrivo al camposanto di via Barazze. Da lontano delineo la struttura muraria con l’arco e il profilo del grande cancello. Ai lati c’erano, e ci sono ancora, due enormi aghifoglie, cedri.
Parcheggiata la macchina, che ai tempi doveva essere la Fiat 1100 grigio topo di papà, con poca voglia, anzi, niente, ma sempre muta, scendevo e mi avviavo verso i loculi dei bisnonni Luigi (1891-1977) e Angiolina (1892-1978), che all’epoca erano anime volate in Cielo di recente, mentre accanto c’era la cugina Luisella, che aveva lasciato l’abito terreno fin troppo presto (1952-1979). E poi si passava alla tomba di famiglia, laggiù in fondo e, per raggiungerla, bisognava attraversare tutta la parte delle sepolture antiche. Il saluto era per nonna Lea (1916-1973), volata via quando io avevo 3 anni.
A volte poi si andava a pranzo dai nonni Giacinto (1915-2008) e Maria (1903-2011) e zio Gianfranco (1955-2010). Nel pomeriggio, dopo il riposino di nonno sul divano, con le gambe distese su di una sedia, si andava tutti in cortile. Lui, in precedenza, aveva montato un trabiccolo, un cavalletto con quattro gambe, con una catenella regolabile alla cui estremità appendeva la tipica padella forata e annerita dall’uso. A quel punto metteva le castagne e agitava la padella sulle braci ardenti. Nonna, anche lei si era mossa in anticipo, aveva già inciso ogni frutto con il coltello, affinché sul fuoco non scoppiasse. Nonno, quando riteneva che fossero “bùn-ne”, buone, le versava in una cesta in vimini, al cui interno aveva sistemato un sacco rustico, in juta. Non serbo altri ricordi, anche se immagino che poi le sbucciassimo e le mangiassimo insieme.
Anna Arietti
L’utilizzo di piccole parti è concesso a condizione che venga SEMPRE citata la fonte, nome e cognome dell’autore e questo sito web. Siamo grati a coloro che ce ne daranno comunicazione.
I diritti relativi ai testi, alle fotografie e ai video presenti in questo portale, ove non diversamente indicato, sono di proprietà di chi collabora con noi e degli autori stessi.
Per informazioni o segnalazioni potete scrivere ad anna.arietti@gmail.com
Accade però, almeno per me, che quando una lucina si accende diventi poi un faro a cui devo dare ascolto. Perciò la scimmietta che siede nella mente ha associato l’atmosfera del camposanto alla nebbietta e ne è scaturita un’immersione, come direbbe la mia amica suor Elena, un coinvolgimento profondo.
Era la mattina del primo novembre, giorno festivo di Ognissanti, anche se in effetti la commemorazione dei defunti sarebbe il due. Si usciva con mamma e papà, tutti avvolti in un cappotto di lana. Ero bambina. Erano gli anni Settanta. E c’era la nebbia fredda, umida, che fendeva le mie gambine, nonostante la calzamaglia. All’epoca era normale, non ci si badava.
Lo vedo l’arrivo al camposanto di via Barazze. Da lontano delineo la struttura muraria con l’arco e il profilo del grande cancello. Ai lati c’erano, e ci sono ancora, due enormi aghifoglie, cedri.
Parcheggiata la macchina, che ai tempi doveva essere la Fiat 1100 grigio topo di papà, con poca voglia, anzi, niente, ma sempre muta, scendevo e mi avviavo verso i loculi dei bisnonni Luigi (1891-1977) e Angiolina (1892-1978), che all’epoca erano anime volate in Cielo di recente, mentre accanto c’era la cugina Luisella, che aveva lasciato l’abito terreno fin troppo presto (1952-1979). E poi si passava alla tomba di famiglia, laggiù in fondo e, per raggiungerla, bisognava attraversare tutta la parte delle sepolture antiche. Il saluto era per nonna Lea (1916-1973), volata via quando io avevo 3 anni.
A volte poi si andava a pranzo dai nonni Giacinto (1915-2008) e Maria (1903-2011) e zio Gianfranco (1955-2010). Nel pomeriggio, dopo il riposino di nonno sul divano, con le gambe distese su di una sedia, si andava tutti in cortile. Lui, in precedenza, aveva montato un trabiccolo, un cavalletto con quattro gambe, con una catenella regolabile alla cui estremità appendeva la tipica padella forata e annerita dall’uso. A quel punto metteva le castagne e agitava la padella sulle braci ardenti. Nonna, anche lei si era mossa in anticipo, aveva già inciso ogni frutto con il coltello, affinché sul fuoco non scoppiasse. Nonno, quando riteneva che fossero “bùn-ne”, buone, le versava in una cesta in vimini, al cui interno aveva sistemato un sacco rustico, in juta. Non serbo altri ricordi, anche se immagino che poi le sbucciassimo e le mangiassimo insieme.
Anna Arietti
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