venerdì 3 luglio 2026

Ricordi della Valle Cervo

Ci troviamo a rievocare storie della Valle Cervo all’ombra di una grande conifera sempreverde ai giardini “Zumaglini”, nel cuore di Biella, in un caldissimo pomeriggio di giugno. Laura, classe 1950, originaria di Occhieppo, racconta di essere giunta in Valle nel 1976, a dicembre, fresca di laurea, da un anno e mezzo appena.

«Il soccorso alpino in vallata esisteva già un secolo fa e senza l’elicottero dei giorni nostri – dice -. Alla fine dell’Ottocento, periodo in cui la Valle Cervo era molto popolata, come mi è stato riferito da Luciano di Valmosca, quando moriva una bestia negli alpeggi, la squartavano sul posto e la portavano a valle con le gerle, cun ai scëste. Bisognava fè an prèssa parchè l’èrba la fèrmentava – fare presto perché l’erba fermentava nello stomaco dell’animale -. Era un lavoro svolto dalle donne più robuste, come l’Erminia e l’Antonietta Giacomët – Giacometti – di Campiglia.  Le donne della Valle furono riconosciute “portatrici” già nel 1901, come si legge nel bollettino del Cai di Biella. Dopo due anni furono ufficializzati anche i “portatori” della Valle Elvo, che era l’equivalente di “aspirante guida”. Le donne ebbero pari retribuzione degli uomini, un evento doppiamente eccezionale. Sempre in un bollettino del 1903, si legge che Itala Bullio accompagnò egregiamente tre alpinisti da Piedicavallo a Zermatt attraverso i ghiacciai, con i loro bagagli nella gerla. La donna indossava gli scapin, le tipiche calzature in stoffa. Itala al tempo aveva un bimbo da allattare, a cui pensò la sua mamma, la nonna del piccolo, che ancora allattava l’ultima sua figlia. Era una delle tante famiglie numerose del tempo.»

Ancora sulle donne portatrici, Laura ricorda le sorelle Olga e Regina Bullio, come le cita la nipote Maria Letizia, le quali accompagnarono persone di Biella da Piedicavallo a Gaby, attraverso il Colle della Mologna Piccola, portando le loro biciclette sulle gerle.  

«Stando al racconto di Dea Prario Bazan Gioanon di Montesinaro, classe 1914, gli alpeggi sulle pendici del monte Bo erano molto popolati e siccome non avevano ancora inventato i telefonini, per mantenere i contatti usavano il richiamo prolungato "Uuuu… uuu". Il 26 luglio 1938, verso il tramonto, all' Alpe Chiobbia si sentì l’echeggio provenire dall’Alpe Finestre: annunciava la morte improvvisa di Luigi Prina Cerai. Dea provvide a far giungere la notizia con la stessa modalità a Montesinaro. Anche gli abitanti dell’Alpe Giaset udirono il richiamo e Valenta Boggéro, classe 1895, scese dal versante del monte Bo a Finestre, dove avevano le mucche Maria Zanne, classe 1903, e le sorelle Bullio, Pia, classe 1908, e Angiolina, classe 1913, oltre ai margari di Tavigliano, Giovanni  Sogno e Camillo. Dopo aver dato l’avviso, la salma venne trasportata al piano con la gerla, preparando una crusià, una corda che passava attraverso i bordi superiori della cesta, in modo da adagiarvi la salma all’interno in posizione semiseduta, con un guanciale a sostegno del capo e con le gambe a penzoloni a valle, per non urtare i muri di sostegno a monte. Il carico non veniva mai legato, affinché la portatrice, se fosse caduta o scivolata, potesse rialzarsi agevolmente. La gerla fu trasportata a turno da cinque donne e da due uomini, centro metri alla volta. Arrivarono a Montesinaro in un’ora e mezza.»

Per affrontare un tema più “leggero” sotto diversi aspetti, passiamo ad argomentare la cultura del cibo.

«Quando cucino sono molto condizionata – ammette Laura, dopo una vita trascorsa in Valle -. Par nèn sgaré, per non sprecare, riduco sempre le quantità. Eravamo nei primi anni Ottanta quando Maria Del Chisso, che aveva il negozio accanto alla chiesa di Piedicavallo, cucinava una polenta dal colore strano. Lei aveva tante zucche nell’orto e allora, siccome la fari-na la custa – la farina costava -, la preparava con metà farina di mais e metà zucca, cotta a lungo. Ricordo che mi diceva di avere del bëddù, del formaggino non più fresco, che non poteva più vendere e perciò lo univa. Veniva così fuori una specie di polenta concia, che chiamava scianbroia, e io la faccio ancora. C’era quasi l’ossessione per lo spreco, così ancora oggi quando cucino gli asparagi, la parte più coriacea del gambo la uso per farne una crema con le patate lesse. Ritornando ai negozi di Piedicavallo, c’erano il Tonèt, la Maria appunto e uno vicino alla Società operaia, tutti avevano la rivendita del pane.»

Altra consuetudine era la raccolta delle erbette in primavera e in estate.

«Con le varietà lunghe si faceva la minestra, oppure pulenta, salam ed ërbëte. C’era poi una varietà della quale bisognava metterne soltanto sette foglie, perché alle donne non faceva bene, c’era rischio di fragià, di abortire. E poi ancora quante volte mi hanno detto: “Am racumand, sgara nèn l’èua e al tèmp, j’èrbe van butà a moi e lassà pürghé”, sempre con l’ossessione del risparmio. E così faccio. La polvere si deposita sul fondo e i fili d’erba estranei si attaccano ai bordi del contenitore. Come mi hanno raccontato, sono stati i bergamaschi che hanno insegnato alle donne della valle a scegliere le erbe buone. Qui non avevamo i bùscarin, i boscaioli. Avevamo i pica-pére, gli scalpellini e i muratori.»

I valit, i valligiani, sono persone di vedute ampie, nonostante la nomea di orsi.

«Non avevano l’abitudine di leggere romanzi e novelle, né uomini né donne. Erano più ferrati nell’aritmetica, nel fare i conti – aggiunge ancora Laura -. La presenza delle scuole ha certamente aiutato. Oggi poi si fa un gran parlare di disabili. Un tempo erano soltanto persone diversamente abili. A Piedicavallo, più di 100 anni fa, era nato un uomo con i piedi torti e l’avevano mandato a Sagliano, dove c’erano i calzolai valsesiani, ad apprendere il mestiere. Aveva poi aperto il suo negozio a Piedicavallo. I sciavatin riparano la scarpa, i calzolai, ai caglié, la creano. Con la presenza delle cave in Valle era importante avere delle belle scarpe robuste. L’ultimo negozio di calzolai valsesiani in valle è stato delle sorelle Chiara di Sagliano. Ad esempio, c’era un uomo nato sordomuto e invece di piangersi addosso, la madre prima si era recata in pellegrinaggio in un santuario per imparare ad accettarlo, poi lo aveva iscritto a una scuola adeguata. Era diventato un dipendente specializzato dell’aviazione. Una ragazza affetta da poliomielite, che rischiava di avere la retrazione del piede in atteggiamento equino, quando il padre tornò dalla Francia, in cui era migrato per lavoro, potendo così accumulare qualche risparmio, la sottopose a un intervento a Torino e in seguito, pur soffrendo di una leggera zoppìa, fece una vita normale. Idem accadde a Giovanna Ilda Ianutolo, classe1902, poiché non avrebbe potuto portare la gerla in seguito a una brutta caduta, venne mandata a scuola a studiare ragioneria.»

Come nasce la casetta stretta sulla sponda del Cervo in località Malpensà?

“La costruì un calzolaio valsesiano che non aveva proprietà. La edificò su terra del demanio. Una discendente del costruttore diceva: “Al mè Barba l’ha facc al fort” - il mio zio ha fatto il forte -. Se però si parla con alcune valëte dicono che è “al barachët”, la piccola baracca, che ha retto all’alluvione del 2002, ma in seguito è stata rinforzata. Poco oltre, dopo il pub, c’è un rustico. Lì un tempo c’era il mulino di Martina. Grano poco, ma si macinava meliga e segale. C’erano i bergamaschi che lavoravano nella cava del Favaro e che venivano apposta, attraverso la galleria, a comprare la farina lì, perché aveva un prezzo conveniente. Non avendo poi l’asse su cui versare la polenta, la mangiavano direttamente dal paiolo.»
L’Alta Valle anticamente accoglieva una comunità valdese e la maestra della loro scuola, siamo nel 1909/1910, faceva decorare l’albero di Natale, qualcosa di mai visto. «La maestra, come mi hanno raccontato – dice ancora Laura - ci attaccava le arance, che costavano! e le matite Faber gialle e verdi. Gli altri bambini del paese volevano vederlo, ma la maestra faceva sempre chiedere il permesso alle famiglie.»  
«A Piedicavallo pochi potevano garantire a una mucca foraggio per tutto l'anno ed erano numerose le capre – conclude Laura -, perciò a turno un ragazzino quotidianamente marinava la scuola per radunarle in piazza e portarle al pascolo. Per questo motivo la piazzetta dove inizia la mulattiera per il lago della Vecchia si chiama appunto piazza delle Capre.
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Anna Arietti, testo e immagine


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