Sono stata invitata a una degustazione di formaggi e mi sono sentita una privilegiata. Che sarà mai, direte voi, be’ dipende dall’atteggiamento con cui scegliamo di interpretare gli accadimenti di ogni giorno, dalle emozioni che scaturiscono e che, per me, rimandano al racconto.
Quando ti educano all’analisi sensoriale, a distinguere i sapori, i gradi di sapidità, il retrogusto, ti dicono tanto, ti tramandano un rito antico e ne sono grata, poi tu ascolta ancora e ti ritrovi dove la mente crea immagini.
Io sono finita in campeggio! e l’ho raccontato alla degustazione. C’entrava sempre il formaggio, ovviamente.
Era l’estate del 1984, o forse 1983. Fu l’unico anno in cui andai con la parrocchia nella casa alpina di Trausella, in Valchiusella. Dell’adolescente che ero mi rimangono ricordi brevi e vividi. Fra questi, in primis, penso a don Eugenio, caro parroco, che ogni mattina, vagando per lo stanzone, si premurava di svegliarci con un mangiacassette, o mangianastri che dir si voglia, riempiendolo di note di violino a tutto volume. Scelta che all’epoca nessuna di noi ragazzette considerava melodica. A mattine alterne, toccava prima a noi e poi alla camerata dei ragazzi. E quando iniziava da loro il risveglio era più dolce.
Dopo un iter, che prendeva un tempo indefinito, fatto di confusione, disordine e rumore, fra igiene personale e sistemazione del sacco a pelo, si approdava al piano inferiore, dove ad attenderci tutti c’era una lunga tavolata per la colazione. Per farla breve, ogni mattina arrivava dal margaro del borgo il latte fresco fresco, appena munto, che sapeva tanto di stalla, ma nessuno di noi fiatava. Lo bevevamo tutti e muti, forse non ce ne accorgevano neppure tanto che sapeva di sterco.
Il ricordo brillante però sta in una forma di toma stagionata, quella sì, la vedo ancora e pure la sento. Il Don, orgoglioso, la mise al centro del tavolo e la tagliò a pezzetti, non rammento però se lui la assaggiò. Nel piattino di carta a me arrivò un bel pezzo puzzolente e con ospite. Anzi, l’ospite ero io, il vermetto bianco che fuoriusciva se ne stava beato per i fatti suoi. Ogni ragazzino probabilmente ne aveva uno, poiché calò un certo silenzio, a cui seguì con precisione chirurgica lo spostamento della creatura in un lato del piatto. Su tutto mi rimane l’ilarità del momento, che dopo l’attonimento, fece scaturire risate. Il formaggio venne poi consumato senza fare tante storie. Oggi l’atteggiamento sarebbe diverso. Porterebbe ad altre reazioni, intolleranze, allergie, schifo, telefonate all’ufficio igiene e all’avvocato.
Del campeggio mi rimangono ricordi indelebili, come la mia prima e unica notte trascorsa a dormire sotto le stelle. Un ultimo pensiero va a don Eugenio, che volò in Cielo nel 1995 all’età di 62 anni.
Sì, degustare formaggi, senza ospitini ovviamente, è stato un privilegio.
Anna Arietti
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