Ci arrivo camminando veloce, con l’ombrello sottobraccio.
Dopo mesi di canicola, proprio oggi è atteso un forte temporale. Ritorno, dopo un bel po’ di anni, alla Casa Museo, lo spazio culturale che conserva oggetti e testimonianze di vita della bella Valle Cervo.Mi trovo in una tipica abitazione del 1700, a cui seguì un
rimaneggiamento da parte dei primi proprietari, la famiglia Rosazza Bertina,
che di fatto di due case ne fecero una soltanto, con una quindicina di stanze.
Ad accompagnarci, mi unisco a un gruppo, è Fiorella, guida
volontaria e giovane maestra, che subito invita a non toccare i tessuti e i documenti
esposti, essendo fragili, mentre le fotografie sono ammesse, purché non si
utilizzi il lampo.
«Ci troviamo in cucina, nell’ambiente caldo della casa, ma
non l’unico – dice -, in quanto i Rosazza Bertina erano dei monsù, dei
signori benestanti, che si potevano permettere camini o stufe in ogni stanza.
Particolare è il tavolino, un minuscolo taulët, con una sola gamba, che
a fine pasto – si mangiava a turni - si poteva ripiegare contro il muro,
liberando spazio.
M’immagino il ruolo delle donne, che in questa vallata vissero
da sole per buona parte dell’anno, essendo i loro mariti impegnati nei cantieri
edili di opere pubbliche sparse per il mondo, nel ruolo di impresari,
scalpellini e muratori. Lo vedo, anzi, mi pare di sperimentarlo, quel loro muoversi
con lunghe gonne pesantucce su e giù per le scale in legno che portano ai
livelli superiori, addirittura quattro. O a risalire i pendii dei monti alla
ricerca del siùn, erba selvatica necessaria per nutrire gli animali. Che vita! E noi, con tante
comodità, ci lamentiamo.
Fiorella ci parla della qualità e della resistenza della
roccia locale, della sienite della Balma, utilizzata nella realizzazione di opere
imponenti, quali il basamento della Statua della Libertà di New York, tanto per
citarne una, nonché diffusamente impiegata nell’architettura locale.
Saliamo ancora di un piano, arriviamo allo spazio dedicato
alle attività femminili, alla scuola di cucito, alla lavorazione della canapa e
alla stanza della dote, ossia il valore che la donna apportava alla casa del
marito. Addirittura, come vedo, tutto veniva scrupolosamente certificato e
conservato in un registro, nel caso in cui poi seguisse una sorta di divorzio,
ai tempi non ancora regolamentato per legge, si sapeva quanto le spettasse. Un
po’ ci vedo il nostro atavico braccino corto, un po’ l’antesignano della
modernità, che una signora del gruppo, con un filo di voce, definisce “cosa
democratica”.
La Casa Museo è davvero ricca di spunti. Vivo un ritorno alle
nostre radici biellesi, di cui dobbiamo essere orgogliosi. Non è scontato
annoverare tanta esperienza. È un patrimonio culturale di cui, secondo me, non
siamo del tutto consapevoli.
Nella sala che ospita la camera da letto, ci è stata data la
possibilità di verificare con mano la morbidezza del materasso, posto tra
l’altro ad una ragguardevole altezza da terra, al cui interno venivano inserite
foglie di faggio. È stata l’occasione per apprezzare i letti moderni delle
nostre case.
Sul comodino, mi colpiscono una scatolina in ferro, su cui
leggo “vitamina”, e un messale tascabile scritto a caratteri abnormi, appena
dodici righe per pagina, che si poteva leggere senza occhiali.
La visita porta nella saletta in cui è stata ricostruita un’aula
scolastica. Sulle pagelle vediamo che le bimbe non seguivano le lezioni di
ginnastica, ma facevano “lavori donneschi”, per la preparazione alla vita in
casa, mentre ai bimbi venivano chiesti dati fisici, come la capacità polmonare,
visiva, la forza muscolare, per la preparazione al lavoro.
Arriviamo all’ultimo piano, nel sottotetto. Buttiamo un
occhio fuori da una finestra ed è roba da vertigini. Ridiscendiamo le scale e penso
ancora ai lunghi vestiti delle donne valligiane, alle valëtte, e alle
loro vite: quanta tenacia dovevano aver forgiato.
Oggi le risorse della Valle mirano soprattutto all’ambiente
montano, alle fresche acque del torrente, alla capacità di accogliere, alla
gastronomia tipica e a una nicchia di settore primario dal quale provengono
eccellenze casearie, un mondo di opportunità pronto a crescere con noi.
Ricordo l’architetto Gianni, che
con la raccolta di immagini e oggetti esposta negli anni Sessanta al Santuario
di San Giovanni Battista di Andorno, mise a dimora il seme che avrebbe portato
alla nascita della Casa Museo. Ricordo le mirabili donne, riunite nel gruppo “Valëtte
an Ĝipoun”, che si prodigano per le iniziative, nonché i volontari. Ricordo la presidente
dell’Associazione Casa Museo dell’Alta Valle del Cervo Daniela, che fra diversi
incarichi porta avanti progetti di promozione del territorio, e la Comunità
montana “La Bürsch”, che si adoperò per rendere il museo operativo.
Anna Arietti, testo e immagini
Nella foto di copertina donne intente a realizzare gli scapin, le calzature tipiche in stoffa.
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