giovedì 20 agosto 2026

La casa dei monsù


Ci arrivo camminando veloce, con l’ombrello sottobraccio.

Dopo mesi di canicola, proprio oggi è atteso un forte temporale. Ritorno, dopo un bel po’ di anni, alla Casa Museo, lo spazio culturale che conserva oggetti e testimonianze di vita della bella Valle Cervo.

Mi trovo in una tipica abitazione del 1700, a cui seguì un rimaneggiamento da parte dei primi proprietari, la famiglia Rosazza Bertina, che di fatto di due case ne fecero una soltanto, con una quindicina di stanze.

Ad accompagnarci, mi unisco a un gruppo, è Fiorella, guida volontaria e giovane maestra, che subito invita a non toccare i tessuti e i documenti esposti, essendo fragili, mentre le fotografie sono ammesse, purché non si utilizzi il lampo.

«Ci troviamo in cucina, nell’ambiente caldo della casa, ma non l’unico – dice -, in quanto i Rosazza Bertina erano dei monsù, dei signori benestanti, che si potevano permettere camini o stufe in ogni stanza. Particolare è il tavolino, un minuscolo taulët, con una sola gamba, che a fine pasto – si mangiava a turni - si poteva ripiegare contro il muro, liberando spazio.

M’immagino il ruolo delle donne, che in questa vallata vissero da sole per buona parte dell’anno, essendo i loro mariti impegnati nei cantieri edili di opere pubbliche sparse per il mondo, nel ruolo di impresari, scalpellini e muratori. Lo vedo, anzi, mi pare di sperimentarlo, quel loro muoversi con lunghe gonne pesantucce su e giù per le scale in legno che portano ai livelli superiori, addirittura quattro. O a risalire i pendii dei monti alla ricerca del siùn, erba selvatica necessaria per nutrire gli animali. Che vita! E noi, con tante comodità, ci lamentiamo.

Fiorella ci parla della qualità e della resistenza della roccia locale, della sienite della Balma, utilizzata nella realizzazione di opere imponenti, quali il basamento della Statua della Libertà di New York, tanto per citarne una, nonché diffusamente impiegata nell’architettura locale.

Saliamo ancora di un piano, arriviamo allo spazio dedicato alle attività femminili, alla scuola di cucito, alla lavorazione della canapa e alla stanza della dote, ossia il valore che la donna apportava alla casa del marito. Addirittura, come vedo, tutto veniva scrupolosamente certificato e conservato in un registro, nel caso in cui poi seguisse una sorta di divorzio, ai tempi non ancora regolamentato per legge, si sapeva quanto le spettasse. Un po’ ci vedo il nostro atavico braccino corto, un po’ l’antesignano della modernità, che una signora del gruppo, con un filo di voce, definisce “cosa democratica”.

La Casa Museo è davvero ricca di spunti. Vivo un ritorno alle nostre radici biellesi, di cui dobbiamo essere orgogliosi. Non è scontato annoverare tanta esperienza. È un patrimonio culturale di cui, secondo me, non siamo del tutto consapevoli.

Nella sala che ospita la camera da letto, ci è stata data la possibilità di verificare con mano la morbidezza del materasso, posto tra l’altro ad una ragguardevole altezza da terra, al cui interno venivano inserite foglie di faggio. È stata l’occasione per apprezzare i letti moderni delle nostre case.

Sul comodino, mi colpiscono una scatolina in ferro, su cui leggo “vitamina”, e un messale tascabile scritto a caratteri abnormi, appena dodici righe per pagina, che si poteva leggere senza occhiali.

La visita porta nella saletta in cui è stata ricostruita un’aula scolastica. Sulle pagelle vediamo che le bimbe non seguivano le lezioni di ginnastica, ma facevano “lavori donneschi”, per la preparazione alla vita in casa, mentre ai bimbi venivano chiesti dati fisici, come la capacità polmonare, visiva, la forza muscolare, per la preparazione al lavoro.

Arriviamo all’ultimo piano, nel sottotetto. Buttiamo un occhio fuori da una finestra ed è roba da vertigini. Ridiscendiamo le scale e penso ancora ai lunghi vestiti delle donne valligiane, alle valëtte, e alle loro vite: quanta tenacia dovevano aver forgiato.

Oggi le risorse della Valle mirano soprattutto all’ambiente montano, alle fresche acque del torrente, alla capacità di accogliere, alla gastronomia tipica e a una nicchia di settore primario dal quale provengono eccellenze casearie, un mondo di opportunità pronto a crescere con noi.

Ricordo l’architetto Gianni, che con la raccolta di immagini e oggetti esposta negli anni Sessanta al Santuario di San Giovanni Battista di Andorno, mise a dimora il seme che avrebbe portato alla nascita della Casa Museo. Ricordo le mirabili donne, riunite nel gruppo “Valëtte an Ĝipoun”, che si prodigano per le iniziative, nonché i volontari. Ricordo la presidente dell’Associazione Casa Museo dell’Alta Valle del Cervo Daniela, che fra diversi incarichi porta avanti progetti di promozione del territorio, e la Comunità montana “La Bürsch”, che si adoperò per rendere il museo operativo.

La Casa, aperta alle visite nel periodo estivo e ad accesso gratuito, da anni fa parte della Rete ecomuseale biellese e si trova in via Pietro Micca 25, nel cuore storico di Rosazza, borgo situato a 880 metri di altitudine.

Anna Arietti, testo e immagini

Nella foto di copertina donne intente a realizzare gli scapin, le calzature tipiche in stoffa.

Seguono altre immagini.

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I diritti relativi ai testi, alle fotografie e ai video presenti in questo portale, ove non diversamente indicato, sono di proprietà di chi collabora con noi e degli autori stessi.

Per informazioni o segnalazioni potete scrivere ad anna.arietti@gmail.com














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