Sono i giorni dell’attesa, di settembre, il mese che per me corrisponde all’inizio di un nuovo anno. Non gennaio. È sempre stato così, in modo istintivo.
Stranamente però non è calato l’appetito, neanche la golosità, purtroppo. E penso di continuo a qualcosa di buono.
Frugare nella memoria riporta alla luce ricordi: i friciulin ad patata, le piccole frittelle rotondeggianti che preparava la nonna. Li cucinava d’autunno, quando le patate erano dissotterrate ormai da un po’ e alcune tendevano a raggrinzire, forse era il motivo per cui le preparava, in virtù del fatto che nulla si doveva sprecare.
Io ero piccola, potevo essere nell’età della scuola elementare, oggi si dice primaria. Dopo la merenda, nel tardo pomeriggio, un’ora prima di cena, comparivano sul tavolo della cucina cinque o sei patate, alcune con il büt, con il germoglio. Probabilmente ce le metteva il nonno. L’orto, la raccolta e la disposizione sugli scaffali della cantina erano compiti suoi. Alla nonna spettava lavarle nel tinello, che si trovava accanto alla stufa a legna, che proprio in quei giorni veniva di nuovo accesa. “Dé ‘na fiammà par smurtè l’aria” – dare una fiammata per spegnere l’aria fresca -, si diceva. Poi disponeva sul tavolo un foglio di giornale e lì le sbucciava, con un coltello dal manico corto. Le faceva bollire in abbondante acqua in una cassaróla, in una casseruola, fino a quando la forchetta le infilzava facilmente.
Utilizzo spesso il piemontese, nella variante del Biellese Orientale, perché è una delle lingue minoritarie della mia regione. In casa si parlava abitualmente e i ricordi compaiono in quell’idioma, oltre a essere per me motivo di orgoglio e di identità di un preciso territorio. Tanto più che, il piemontese, come tutte le lingue e i dialetti, sopravvive fino a quando lo si usa.
Lessate e scolate, le patate finivano in un grilét, una terrina smaltata bianca, sbeccata in più punti. Me la ricordo bene, con il profilo esterno ondulato. Probabilmente ereditata dalla cucina della nonna bis. La nonna schiacciava le patate alla bell’e meglio con una forchetta, fino a farne un composto abbastanza omogeneo. Aggiungeva poi del prezzemolo dell’orto, tritato in precedenza con la mezzaluna, un coltello con due manici, attrezzo che non vedo in circolazione da tempo, sostituito da aggeggi elettrici. Ci metteva poi del salame cotto sminuzzato grossolanamente (si può anche omettere per una versione più leggera. Io di solito non lo uso, ma la ricetta lo prevede). Aggiungeva un uovo intero o due. Un pizzico di sale. Il pepe non l’ho mai visto nella cucina di nonna, ma oggi si metterebbe. E con la forchetta iniziava a mescolare accuratamente fino a formare un composto morbido. La scelta degli ingredienti ricadeva su quello che c’era, sempre per non sprecare, par nèn sgaré. A volte ci finiva dentro anche un pezzetto di formaggio dall’aspetto vissuto, che si diceva da finì, di solito toma, parmigiano o fontina.
A quel punto sul fornello a gas (con la bombola), accanto al tinello, compariva an pailët, una pentolina, anzi, ‘na pèila! – una padella piana – nella quale ci finivano diversi cucchiai di olio, olio di oliva normalissimo, non come oggi che ce ne sono cinquantamila qualità. L’olio extravergine, ad esempio, a casa mia è comparso avanti negli anni, forse andavo già alle scuole superiori ed era arrivato per caso, regalo di un collega di papà. Ricordo che a mamma non era piaciuto: aveva un sapore troppo forte. Oggi si utilizza abitualmente. Come si cambia!
Appena l’olio era caldo, nonna inseriva il composto a cucchiaiate, formando delle piccole frittelle dalla forma scomposta, eppure bellissime ai miei occhi, che non vedevo l’ora di assaggiare. Appena s’indoravano le sistemava in un piatto piano bianco, pure quello sbeccato.
Una parte dei friciulin veniva poi a casa con me, quando mamma veniva a prendermi. Li mangiavo per cena.
Una cosa non ho mai capito: quale somiglianza la nonna vedesse in me al cospetto delle frittelle, visto che spesso affettuosamente mi si rivolgeva con l’appellativo: “La mia friciulin”.
Anna Arietti
testo e immagine
I miei sono racconti narrativi, ricordi fra tradizione e letteratura, non propriamente ricettari. Utilizzo la cultura culinaria piemontese come spunto per scrivere storie e, spero, evocare emozioni.
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