sabato 28 marzo 2026

Andiamo a erbette


Anduma a ërbëte!” si diceva, e via che si partiva allegramente con una cesta in vimini al braccio e an cotel, o curtel – un coltello -. Era un tempo piacevolmente condiviso con le vicine di case, con le amiche. Nella cultura agreste cossatese era tradizione, e per tanti lo è ancora, raccogliere le erbe selvatiche, che crescevano, e in buona parte che si trovano ancora, spontanee nei prati, nei campi soprattutto a valle del paese.

Le più note erano, e sono, le riundelle, le foglie di malva dalla forma pentagonale, che era consuetudine consumare nella minestra di verdure, di riso o latte e riundelle, come è nei ricordi delle mie bisnonne Corinna ed Edvige.

Dell’avartì, del luppolo, si utilizzavano le foglie più giovani, soprattutto nel risotto o nella frittata, ma anche nelle minestre.

I barblon, Chenopodium, bietolaccio o farinaccio, si seminava nell’orto, come se fosse spinacio, di cui esiste la variante selvatica.

Gli anilin, la valeriana, cresceva spontanea ai bordi dei campi, una varietà più piccola rispetto a quella che si semina oggi negli orti. Immancabili erano le urtìe, le ortiche, di cui si usavano le punte tenere per minestre e risotti.

Delle piasciôle, tarassaco, o cicoria dei prati, se ne faceva un uso diffuso: crude in insalata con l’uovo sodo, o bollite e passate in padella con il burro.

I piasciôn sono una specie di tarassaco a foglie spesse disposte a rosetta, che si sviluppano a raso terra. Venivano usate come il tarassaco, ma cotte, perché coriacee.

Le galiňňe grasse, la lassana, è un’erba comune nei campi e si usava nella minestra.

Ci sono poi gli spars salvéi, gli asparagi selvatici, e la camamilla, camomilla, usata per le tisane e per fare il parfüm. Si metteva un po’ di brace sul barnaz (su di una paletta), un bel pizzico di camomilla e zucchero e, in caso di raffreddore, si inalava.

C’era l’èrba d’san Pero, Tanacetum Balsamita, si vedeva a cespi negli orti, o negli angoli dei cortili. Se ne usava una foglia spezzettata nella frittata o nella minestra.

I tapinabò, topinambur, oggi valorizzati, si nominavano, ma il loro uso non era consueto.

I brunzun, i mirtilli, invece, si raccoglievano in montagna.

Del pamplüch, Rumex Acetosa o èrba brüsca, i bambini di un tempo ne masticavamo il fusto.

La pasténa, carota selvatica, si usava come cibo per i conigli.

L’ai du lü, i muscari dei prati, come si racconta, non erano considerati commestibili.

Vengono ricordate le scarpëtte d’la Madonna, la Veronica comune, dai fiorellini azzurri con quattro petali e i nontiscordardimé, myosotis, che sono altri fiori piccoli.

Si ricordano anche le munéie dal pappa, la lunaria, i fiur ad san Giüsèp, bergenia, i cor d’la Madonna, Decentra Spectabilis, l’erba d’san Giuan, iperico, e si conclude con le galiňňe dal Signur, che non sono erbe, ma coccinelle, a evocare una sorta di benedizione dal cielo.

La ricerca era stata condotta da mio papà Diego, appassionato di floricoltura e volato in Cielo lo scorso luglio. Io le ho dato corpo. 

Anna Arietti, dal libro “Il tempo dei gerani – storie di vita e memorie”


Per coloro che fossero interessati, i miei libri, racconti brevi e storie vere dei nostri borghi, si trovano nelle librerie online e, su ordinazione, nelle tradizionali. A Cossato sono disponibili da Riccardo Melon libreria edicola di via Mazzini 77, vicino al ponte, oppure da "Non solo giornali" di Cristina Inocco, in via La Marmora 1/A. Grazie.


I diritti relativi ai testi, alle fotografie e ai video presenti in questo portale, ove non diversamente indicato, sono di proprietà di chi collabora con noi e degli autori stessi.

L’utilizzo di piccole parti è concesso a condizione che venga SEMPRE citata la fonte, nome e cognome dell’autore e questo sito web. Siamo grati a coloro che ce ne daranno comunicazione.

Per informazioni o segnalazioni potete scrivere ad anna.arietti@gmail.com

Nessun commento:

Posta un commento