sabato 4 aprile 2026

Ricordi di primavera


I primi giorni di primavera mi portano a rinvasare i gerani, a concimarli, e mentre ci lavoro rivedo nei gesti la manualità di mio papà Diego e di nonno Giacinto, che a loro tempo fecero allo stesso modo. Nonno ritirava i gerani nella rimessa dinanzi casa, sul lato opposto del cortile, nella quale in autunno vi accatastava la legna, in modo che rimasse ben asciutta. I gerani impegnavano la mensola accanto al finestrone, poco sopra il grande lavatoio in cemento. Nel mese di aprile li portava in cortile, disposti a scalare su tre mensole in legno, poco sotto la stessa vetrata. Rimanevano esposti a nord, che a pensarci adesso era ottimale per i fiori: prendevano la luce del mattino e rimanevano al riparo dal solleone estivo del pomeriggio. Esattamente il 7 arrivava al cùcco o il cùculo, pronunciato con l’accento sulla prima vocale. Nonno me lo ricordava ogni anno e in effetti, da quel giorno, lo si sentiva cantare in lontananza, nel bosco.

Sempre nei primi giorni di primavera, che fosse però una domenica di cielo azzurro, altrimenti di gite non se ne parlava proprio, si andava al Santuario Oropa. Sulla Fiat 1100 grigio topo di papà ci stava buona parte dell’equipaggiamento, tavolino in plastica, scomodissime seggioline pieghevoli e vettovaglie. Era la gita di famiglia, forse l’unica in tutto l’anno con mamma, papà, nonni, bisnonni e cugini. Si saliva in mattinata con l’intenzione di arrivare giusti per il pranzo, che era poi un picnic sui prati a ridosso della Basilica Superiore, sempre con l’onnipresente maiëtta – maglietta in lana - addosso, o volendo proprio osare, tenuta sulle spalle. Nonna Maria ci teneva che tutti l’avessimo. Era poi compito di papà e cugini, Mauro ed Ermanno, andare a riempire la pentola di polenta concia nel vicino ristorante, la variante generosamente condita con burro nocciola e toma filante. A mamma Ornella spettava il compito di distribuirla nei piatti. I miei ricordi si fanno poi confusi. Io ero piccina.

Della polenta però rivedo chiaramente quando i nonni la preparavano in casa, nelle domeniche d’inverno sulla stufa a legna, sul putagé della cucina. Lo vedo il paiolo in rame, con nonno che rimescola di continuo con un bastone lungo in legno. Vedo nonna prenderla a mestoli e servirla nei piatti, come contorno alla seconda portata. Vedo anche me stessa, seduta su di una minuscola sedia pieghevole in legno, timorosa di rimanervi chiusa dentro. Di fronte a me c’era una panchetta, sempre in legno, sulla quale nonno, dopo avervi messo uno strofinaccio, vi posava il paiolo ormai vuoto, ma ancora caldo. Era mio il compito di stuié, di passarci il cucchiaio sulle pareti e di ripulirlo, talvolta dopo avervi aggiunto un goccio di latte caldo, che con la polenta era una leccornìa.

Il picnic di Oropa invece consisteva in un pasto frugale, nonostante l’indispensabile tavolino con le sedie.

Dopo pranzo, per favorire la digestione, era consuetudine fare una passeggiata tutti insieme, anche se nonno avrebbe tanto preferito allungare le gambe su una di quelle sdraio colorate, fatte di tubetti di vinile, che quando ti sedevi assumevano la forma del corpo, per poi ritornare perfette appena ti rialzavi. Meta prediletta di nonna, che alla fine orchestrava tutto, non solo la maiëtta, era la passeggiata detta “dei preti”, un percorso pianeggiante oltre il torrente Oropa, che conduce ancora oggi al vicino bosco di faggi del Santuario, conosciuto anche come Parco della Rimembranza. L’ampio sentiero è segnato all’imbocco da due stele in pietra e poi da diverse lapidi a ricordo dei Caduti della Grande guerra, con diversi bei punti di affaccio panoramici. Nei miei ricordi primaverili di bimba, c’è la fontana, di cui oggi rimane un accenno fatto di sassi del luogo, con la cannella ormai senz’acqua. La fonte s’è persa nei terreni circostanti.

Terminato il giretto, sempre per desiderio di nonna, e di bisnonna Angiolina, si doveva fare tappa in chiesa alla Basilica Antica, a cui entrambe erano più affezionate, mentre nonno e bisnonno Luigi guardavano da distante, dal sagrato. S’affacciavano per un saluto alla Madonna soltanto se sollecitati. La gita si concludeva con un rito: la fotografia di gruppo, che io non amavo per nulla. Tant'è che uno degli scatti a me rubati, nel tempo è diventato celebre e spesso rievocato, suscitando sempre ilarità. La fotografia mi ritrae con la maglia, tanto menzionata in precedenza, sulla testa, in un mal riuscito tentativo di nascondermi.

Anna Arietti
(testo e immagine)

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