Inizia con una tazza di tisana calda fra le mani, la conversazione con il naturalista divulgatore e speleologo Tiziano Pascutto, alla scoperta di un ambiente biellese di cui si parla poco, ma che è di estrema attualità: i giacimenti metalliferi e le miniere.
«Nel nostro territorio sono circa una cinquantina. Quelle presenti nelle Valli Cervo e Sessera le ho studiate quasi tutte – spiega -, ma tante sono assaggi, un tratto breve di scavo, presto abbandonato perché non rendeva come giacimento. In Valle Cervo c’erano delle vere cavità artificiali sotterranee, soprattutto nelle località Passobreve e Oneglie di Sagliano Micca, in cui sono dislocati circa una ventina cantieri, nei quali ho avviato indagini faunistiche, oltre che storiche ed esplorative. Si ricavava un po’ di rame, che era stato utilizzato per costruire i cannoni nell’assedio di Torino del 1700, durante la Guerra di successione spagnola. Cercavano pure l’oro, ma era poca cosa. Nell’area, nel 1995, ho scoperto una nuova specie di insetto cavernicolo, un coleottero, il cui nome è stato dedicato a me, l’Archeoboldoria pascuttoi».
Sempre in Valle Cervo, hai rintracciato una specie di vipera.
«Tramite indagini genetiche da parte della scienza, è stata riconosciuta la vipera detta “dei Walser”, considerata una nuova specie. Nel trattato scientifico si trova il riconoscimento a me, poiché avevo contribuito nel fornire informazioni».
Come hai iniziato a lavorare con i rettili?
«Prima di tutto per la passione che ho per gli animali. In seguito, per quanto riguarda le vipere, le catturavo e le facevo visionare al grande dottor Felice Capra, che lavorava al Museo di Storia Naturale “Giacomo Doria” di Genova, poi le liberavo di nuovo in natura. È stato un lavoro svolto nei periodi in cui l’entomologo, ricordiamolo, conosciuto in ambito internazionale, trascorreva le vacanze a Piedicavallo. La nuova specie è stata poi declassata a Vipera berus, sottospecie walser».
Nel catturare i serpenti, non avevi paura del morso?
«Devi capire una cosa – dice ancora – quando si fanno queste ricerche, ci si muove da professionista. Si fanno dei corsi. Si studia. Ed è importante documentare tutto, con testi e fotografie. C’è ancora una scoperta che mi è stata intitolata. È un gamberetto di grotta, crostaceo nifargide: il Niphargus tizianoi, rintracciato in Valsesia, in località Sabbia di Varallo».
Ritorniamo alle miniere.
«Un’altra area biellese in cui troviamo delle cavità artificiali è in Valle Sessera, da cui ricavavano svariati minerali, come ferro, rame, piombo, corindòne e piccole quantità di argento. Erano cantieri sviluppatisi fin dal Medioevo. Il mio contributo, avvenuto fra gli anni 1998 e 2002, riguarda indagini esplorative e faunistiche, all’Alpe Artignaga, Alpe Isolà, Costa Argentera superiore e inferiore, Torrette 1, Pietra Bianca 1 e Pietra Bianca 2, nelle quali abbiamo visionato nove cantieri. Oggi sono tutti siti abbandonati e non in sicurezza. Sono pericolosissimi. Le grotte naturali invece lo sono di meno, perché appunto sono naturali. Certo, un incidente può succedere, ma vanno sempre seguite determinate norme di sicurezza. In miniera è tutto più complicato ed è sempre pericoloso. Gli studi sono stati realizzati con il patrocinio del DocBi - Centro Studi Biellesi e del Cai di Biella».
«Nel Biellese ne abbiamo una anche in Valle Elvo, e qualcosa si trova nella Valle di Mosso e nella Bassa Valle Sessera. Sulle miniere ho due belle conferenze già pronte, se qualcuno fosse interessato. Avevo eseguito le esplorazioni nell’ambito del Gruppo Speleologico Biellese – Cai - sezione di Biospeleologia, di cui ero responsabile. Altri studi si sono concentrati sul monte Fenera, vicino a Borgosesia, che racchiude il principale sistema carsico del Piemonte Settentrionale, poi nella grotta di Bercovei, vicino a Sostegno, e nelle grotte di Tassere, che si trovano nel comune di Caprile. Tutte le indagini sono state svolte soprattutto da me ed Ettore Ghielmetti, fra il 1996 e il 1998».
Disponi di molto materiale, non soltanto speleologico, ma i ricordi non vanno lasciati nel cassetto.
«Il 90% delle mie collezioni mi è stato donato, perché sanno che lo so usare. Ciò che non posso portare a scuola non mi serve, non sono un raccoglitore seriale. A scuola mi hanno chiesto di parlare di rocce e ho portato campioni di materiale proveniente da un vulcano sino alla nostra sienite, minerali che i bimbi possono toccare con mano e che a volte dono loro. Tengo corsi agli speleologi un po’ ovunque, dal nord al sud della penisola. Sono un naturalista divulgatore del Novecento, cultore di scienze. Ogni oggetto devo conoscerlo, studiarlo e darne diffusione, poi sarà la scienza stessa ad approfondire. La divulgazione è la mia anima – e nel dirlo a Tiziano s’illuminano gli occhi -. Ho lavorato con i più grandi naturalisti italiani. Sono diplomato in chimica e arrivo da un’infanzia complicata. A un certo punto, in famiglia non c’erano le possibilità, per motivi di salute dei miei genitori, così invece di mandarmi in fabbrica, facendo dei sacrifici, mi lasciarono scegliere e io cercai un lavoro che mi avrebbe permesso di girare il mondo. Ho iniziato da ragazzino a fare lo schiavo in officina per 12 ore al giorno a 10.000 lire al mese, anche il sabato e la domenica mattina, ma io avevo chiaro in mente il mio futuro. Dall’orfanotrofio sono uscito, dal collegio sono uscito. Con il lavoro l’ho spuntata. Ho fatto un voto per la libertà: al pomeriggio lavoravo e al mattino andavo nelle scuole a parlare ai bambini. Così è da 40 anni. Ho viaggiato nel mondo, sempre per le mie ricerche, acquisendo conoscenze e imparando che la sofferenza non esisteva soltanto a casa mia. Ho allestito mostre ovunque e tuttora sono nella commissione didattica del Cai di Biella. Sono curatore e conservatore del Museo di Scienze naturali di Graglia, che possiede una collezione di circa 600 uccelli, da fine Ottocento a inizio Novecento. Sono conservatore della collezione entomologica del comune di Ternengo».
Anna Arietti
Le immagini sono gentilmente messe a disposizione da Tiziano Pascutto, che ringrazio.
Ringrazio Sabina Pastorello e la redazione de "La provincia di Biella.it" per la pubblicazione nelle pagine de "La Gerla dal Biéléis" - edizione 24 gennaio 2026
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