domenica 9 agosto 2026

Le patatine


Sono così entusiasta del successo che mi precipito subito a scriverne. Ormai si sa. I miei sono racconti narrativi, non propriamente ricettari. Utilizzo la cultura culinaria come spunto per scrivere storie e, spero, evocare emozioni.

Dunque, mi sono cimentata nella preparazione delle patatine tipo quelle dei pacchetti, gli snack, le chips croccanti per intenderci, che fanno crunch sotto i denti e di solito sono salatissime.

Ho preso alcune patate di media dimensione, coltivate nell’orto di mia mamma, le ho lavate e mondate, togliendo i punti neri, ma non la buccia, come va di moda fare oggi. Chissà poi perché. Nei dipinti dell’Ottocento, primi del Novecento, è abbastanza comune vedere ritratti i pelatori di patate. È curioso che lo facessero anticamente, in tempi di ristrettezze. Il tubero, è vero, se non viene conservato correttamente, in un luogo buio e fresco, può germogliare e la buccia può assumere la tipica colorazione verde e diventa tossica. E questa può essere una ragione già nota ai tempi. Altre motivazioni si potrebbero ricercare nella necessità di una maggiore igiene o nel desiderio di avere belle patate bianche.

Oggi la buccia si lascia per tendenza, appunto, ma essa è comunque ricca di fibre, perciò vada per il consumo, che peraltro il conservarla fa risparmiare tempo. 

Le patate le ho poi asciugate a una a una con uno strofinaccio di cotone pulito.

Ho preso la mandolina manuale, l’attrezzo con la lama utilizzato per affettare in modo preciso e a volte troppo rapido, tanto da mettere a repentaglio l’incolumità delle mie dita. Stavolta tutto è andato a buon fine, non mi sono ferita. Le ho asciugate tamponando con un altro strofinaccio in cotone, asciutto e sempre fresco di lavanderia. Le ho quindi lasciate riposare in attesa che arrivasse l’ora di pranzo. Circa trenta minuti prima di sedermi a tavola, in una padella larga e antiaderente, ho versato una generosa quantità di olio di arachidi e l’ho scaldato, immergendo poi una rondella di patata in modo da riconoscere la temperatura ideale per friggere. Quindi ho versato tutte le restanti patate, che sono rimaste quasi immerse nell’olio. Non so dire se sia stato rilevante, ma ho seguito un suggerimento letto chissà dove, ossia ho aggiunto alle patate un pugnetto di farina bianca, avrei potuto anche infarinarle. Chissà che sia stato questo il tocco magico che ha ridotto l’assorbimento di olio.

Rimescolando di tanto in tanto con una paletta in legno, affinché friggessero in modo uniforme, quando hanno iniziato a farsi dorate le ho raccolte con un mestolo forato, scolate alla bell’ e meglio e adagiate in una pirofila nella quale in precedenza avevo sistemato due strati di carta assorbente specifica per fritti. Le ho salate leggermente in superficie e servite in tavola. 

Che dire. È stato un tripudio di gioia per il palato, fra mmm e borbottii di delizia.

Credevo che le patatine diventassero subito molli, invece si sono fatte più croccanti con il trascorrere dei minuti – in effetti nel piatto non sono poi durate molto di più -.

Forse la resa è dipesa anche dalla varietà del prodotto. Ho utilizzato patate Primura, che, come ho letto, sono ottime fritte.

Per concludere, voglio ricordare anche la ricetta delle patate di mia nonna Maria.  Lei, dopo averle mondate, pelate e lavate, le lessava in acqua sino a ottenere una consistenza morbida, quasi cotta, che constatava infilandoci la forchetta. Le passava poi in padella a pezzettoni con una noce di burro, forse anche due o tre, sale e un po’ di conserva di pomodoro concentrata, quella nel tubetto di alluminio. Me lo ricordo, era bianco, con due o forse tre grandi pomodori rossi disegnati sull’etichetta, il nome del produttore in verde e il tappo rosso, che ricordava un ditale. E via in tavola, pronte per la sua “carìn”, che poi ero io.

Di ditali oggi non ne vedo più in giro, forse perché non amo cucire. Era un oggetto piccolino, simile a un cappuccio, in ferro o in plastica dura, che si infilava nel dito medio per spingere l’ago nel tessuto.

Anna Arietti, testo e immagine

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