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mercoledì 12 luglio 2017

Titina e l'arpa birmana -( I racconti della Titina) - di Enea Grosso





 Erano le due del mattino. Il pollaio era immerso nel sonno. La cagnetta Titina, che era sempre all’ erta, percepì un bagliore insolito  attraverso la fessura di un occhio. Aprì quindi anche l’altro, si sporse verso l’esterno per vedere meglio e…meraviglia! Finalmente la neve.
 Abbandonò il tepore della cuccia e si lasciò scivolare sull’ aia candida come in una danza,
poi ritornò al calduccio soddisfatta e felice. Che bella giornata di giochi si preannunciava.


Infatti così fu.
Orgogliosa d’ aver avvistato la neve per prima, andò ad annunciare la notizia   all’ alba a Gallo Silvestro (si chiamava così essendo nato a Capodanno).
Tutti si svegliarono contenti, e si sprecarono le gare di pattinaggio con Mariolina, la capretta tibetana - assolutamente imbattibile nelle acrobazie –  e Micio Figaro, che anche nei giochi manteneva una certa aria di distacco. La piccola Lela fu molto impegnata con la mamma nella costruzione di un imponente pupazzo con tanto di scopa di saggina, carota e cappello.
Un vero capolavoro.
Le galline tutto sommato non erano poi così appassionate ai giochi; preferivano approfittare dell’inverno per riposare un po’, cambiare le piume, curarle e lisciarle. Adoravano stare appollaiate sulla scaletta di legno o sul balconcino del pollaio a guardare il panorama o a chiacchierare.
E Berta la Saggia non era da meno. Era la gallina più anziana del gruppo, e ne aveva viste di cotte e di crude. Conosceva la vita, anche se di mondo non ne aveva visto tanto. Aveva fatto ben tesoro delle vicende quotidiane, trasformandole in saggezza spicciola. A Titina piaceva molto fermarsi a parlare con lei. Erano sempre molto impegnate tutte e due; ma adesso, per via della neve, i ritmi quotidiani erano più quieti.
Esausta per le corse, Titina decise di abbandonare il campo da gioco. Si strofinò a destra e a sinistra per bene contro la coperta della cuccia; poi andò a cercare Berta. Aveva sempre delle belle storie da raccontare, e quella sembrava proprio la giornata ideale per accovacciarsi davanti a lei ad ascoltarle, godendosi il paesaggio immacolato e la prospettiva della ciotola buona e colma per cena, in completa armonia con il mondo. Quella sì che era vita!
Anche Berta era ispirata a raccontare. E così fece…
“Questo scenario da favola mi riporta alla mente una bella storia di buoni sentimenti…Ti ho mai raccontato di Gerti la Bella e del suo amato Vittorio?”, chiese Berta a Titina, che si era già sdraiata lunga come un salsicciotto in perfetta posizione di ascolto.
“Hai detto qualcosa di sfuggita una volta, ma poi non c’era abbastanza tempo e allora…”.
“Oh, bene. Oggi c’è tutto il tempo che vogliamo”. E iniziò a raccontare…






“Circa tre anni  prima che  arrivassi tu. viveva qui con noi Gertrude Gallina Lachioccia, detta La Bella, e non a torto: era davvero una giovane gallina affascinante, per i modi e l’aspetto.  Detto fra noi, non era fatta per la semplice vita del pollaio:  era molto incuriosita dal mondo di fuori. Si domandava – e mi domandava spesso – cosa ci fosse laggiù, in quel punto dove le risaie si confondevano con il cielo. Io non sapevo cosa risponderle, mi limitavo a dirle quello che pensavo: che secondo me il mondo era un susseguirsi di pollai simili al nostro. Per gentilezza mi ringraziava della risposta e si allontanava sorridendo; ma era evidente che non fosse soddisfatta. Inoltre le piaceva la musica. Quando la moglie del Padrone ascoltava i dischi, il sabato mattina, sbrigando le faccende domestiche, lei si appollaiava all’ ombra vicino alla fontana proprio davanti al balcone della cucina; e, con gli occhi socchiusi, si lasciava trasportare dalle melodie ben oltre l’orizzonte delle risaie lontane.






In un sonnecchiante pomeriggio d’estate, Figaro,  di vedetta sul tetto, avvistò un furgoncino bianco che stava percorrendo una delle due strade sterrate che portano alla fattoria.
Dopo qualche istante, il furgone giunse in cortile preannunciato non solo dal Micio, ma anche dalle note di arie liriche a tutto volume! Quando il motore si spense, la musica cessò.
Feci appena in tempo a notare la scritta sulla portiera, quando un giovane dall’aria solare e simpatica balzò giù dal posto di guida gridando con polmoni da tenore e accennando un inchino:
‘BUONGIORNO! Mi presento: Vittorio! E vendo…FOoooooooormaggi! Freschimollistagionatimozzarelleasiagogorgonzolatometta…’(prese fiato e riprese): ’FOooooooontinabufalinaricottinafoooooormaggi!’. E terminò con una specie di gorgheggio e un inchino finale.
Dopo qualche secondo di completo silenzio e stupore per quell’inaspettata esibizione,  nacque spontaneo un caloroso applauso.
Gertrude era in prima fila, immobile,  folgorata da quella voce.
Come dimentica di tutto quello che c’era intorno, fece due passi avanti…e in quel momento anche lui la notò. Le penne di lei, ramate, sembravano quasi d’oro, sotto il primo sole caldo di giugno.
Fu come se il tempo si fosse fermato per  un attimo. L’incantesimo si spezzò all’arrivo della Padrona di casa.
Vittorio fu ben accolto. I suoi prodotti erano di qualità. La   piccola Lela e la mamma assaggiarono la mozzarella e la ricotta: squisite! Comprarono anche dello yogurt e  budino alla vaniglia. Non presero altro solo  perché i nonni di Lela, che avevano le mucche in montagna, producevano panna, burro e formaggio. Lo invitarono comunque a tornare. La Signora disse che avrebbe parlato al marito dei suoi prodotti.
Vittorio se ne andò contento. Un attimo prima di salire sul furgone, si girò come per caso verso il pollaio.  Gertrude arrossì. Per fortuna il rossore si confuse tra il colore delle penne e i riflessi del sole.
Da quel momento Gerti prese ad osservare l’orizzonte con maggior fervore rispetto a prima. Non passava giornata in cui non salisse fin sulla torretta di legno di Lela – costruita per lei dal papà – per spingere lo sguardo ben oltre il cancello, fino in fondo alla strada sterrata, ben oltre la striscia d’asfalto. Potevo ben immaginare cosa avesse nel cuore. Mi sembrava ancora più bella, per quanto un po’ dimagrita… Per fortuna l’attesa non durò troppo a lungo.
Una mattina, verso la fine di luglio, si udì dapprima la musica in lontananza, seguita dalla sagoma del furgoncino che si avvicinava saltellando sulla strada un po’ sconnessa. 




Anche in quell’ occasione Gerti e Vittorio si scambiarono un paio di occhiate furtive. A quella visita ne seguì un’altra prima di Ferragosto. Vittorio aveva fatto un salto, come dichiarò, ‘giusto per salutare ’, mentre era di passaggio per consegnare la fontina a due cascine lì vicino. Ai padroni di casa era molto simpatico. Così lo invitarono a tornare una sera a cena.
Tre sere dopo Vittorio tornò, con un cesto di  vasetti di yogurt per Lela, e mezza forma di parmigiano per i suoi genitori.
Con la scusa del caldo, quella sera Gertrude non si ritirò sul suo trespolo insieme a tutte le altre; fece finta di niente, disse che voleva fare due passi, e andò a sedersi accanto alla fontana.
Dopo cena, com’ era prevedibile, tutti uscirono sul balcone a prendere il caffé, e Gerti era lì, sotto agli occhi di tutti: ma soprattutto davanti ai suoi occhi.
Certe storie di affetti e d’amicizia sono scritte nel cielo, dico io. Scorrono via lisce come l’olio, perché così dev’ essere e basta. Il Padrone notò l’interesse con cui Vittorio la guardava, e gli chiese se gli piacessero le galline.
‘Oh, sì. Le adoro ’,  rispose lui di getto. ‘Penso siano ottime compagne di viaggio. Sa com’è, per il mio lavoro macino chilometri e chilometri ogni giorno. La   musica è una buona compagnia, ma penso che una presenza viva, sul sedile accanto a me, sarebbe gradevole…’.  E mentre lo diceva, le rivolse uno sguardo intenso e buono. Nonostante l’imbrunire, sembrò a Gertrude che l’azzurro di quegli occhi riempisse tutto il cielo e che la notte fosse svanita”.



Né  l’appassionata narratrice   né  Titina si erano accorte che nel frattempo anche   Micio Figaro si era accucciato quatto quatto  alle spalle di Berta per   ascoltare il racconto.  Mai lo avrebbe ammesso apertamente, ma adorava le storie di buoni sentimenti e le commedie rosa. All’epoca dei fatti, lui non era che un gattino inesperto del mondo, tutto preso dai suoi gomitoli e dai topolini di campagna. Era quindi curioso di sapere come fossero andate veramente le cose.
E dietro di lui, in punta di zampette, pian pianino si stava radunando l’intero pollaio, mentre la neve continuava a cadere a larghi fiocchi…





Berta sospirò e fece una piccola pausa.
‘E poi?’, chiese Titina impaziente di sapere il seguito.
‘E poi, come in tutte le  fiabe più belle, il Padrone disse a Vittorio con un sorriso che Gertrude poteva essere un’ottima compagna di viaggio. ‘Adora ascoltare la musica ‘, aggiunse la Padrona di casa. ‘Quando ascoltiamo i dischi o la radio, lei viene sempre ad accucciarsi lì, vicino alla fontana ‘. ‘E’ una gallina speciale! Guarda sempre lontano, verso l’orizzonte…’ gli sussurrò Lela.  ‘E’ vero, disse suo padre. Qualche volta ho la sensazione che abbia voglia di viaggiare…’.  Vittorio, che non aveva affatto bisogno d’essere convinto a prendere Gertrude con sé, aveva il cuore traboccante di felicità. E Gerti, novella Giulietta ai piedi del balcone, guardava il suo Romeo dai ridenti occhi azzurri  tra le fronde del glicine.
‘Verrò a prenderla al più presto. Giusto il tempo di prepararle un bel cestino comodo, e di comprare cibo e tutto il  necessario ‘. Tutti approvarono  e  si addormentarono contenti, perché era stata davvero quel che si dice una bella serata”.




“Titinaaaa! Cuccia qui! Titiiiina”.
La cagnetta tornò alla realtà con un sobbalzo. “Accidenti…Dimenticavo che Lela mi deve spazzolare! Proseguiamo il racconto più tardi?”.
“Oh, no!”, esclamò un coro di voci deluse.
Fu lì che notarono  la piccola folla che si era radunata vicino a loro.
Il Micio cercò subito di darsi un contegno. ‘Ah, salve…Passavo di qua, ho visto gente…”. Ma nessuno gli badò più di tanto.
“Su, ragazze”, disse Berta, che non era La Saggia per niente. “Adesso Titina è impegnata, e tutto sommato anch’ io ho delle cose da fare. D’altronde, alcune di voi  conoscono già la vicenda, almeno in parte, mentre per lei è del tutto nuova. Ci ritroviamo tutte qui subito dopo cena, d’accordo?”.
“SI’ !!!”, risposero in coro.
“Va bene anche per Figaro, vero?”, aggiunse  con finto candore.  Non dispiaceva a nessuno
 coglierlo in fallo ogni tanto.
“Sì!”, rispose lui, tradendo il suo entusiasmo, ma si ricompose subito. “Cioè, volevo dire, non contatemi. Potrei essere impegnato. Però, se vi fa piacere, posso cercare di liberarmi…se poi continua a nevicare, meglio stare in casa…Vi faccio sapere!”. E via che se andò, giusto in tempo prima che Titina e le altre gli scoppiassero a ridere sul naso baffuto.



Subito dopo cena il gruppo si ritrovò, come previsto.
“Allora, se ci siamo tutti possiamo incominciare”, disse Titina .
“Manca Figaro”, disse la gallina Corinna.
“Ma  non ha detto che  forse era impegnato?”.
“Storie.. Dove vuoi che vada, con questo tempo? Fa così solo per darsi importanza…”.
Infatti il Micio arrivò dopo qualche istante, con l’aria di chi aveva fatto le cose di fretta, cambiando mille programmi all’ultimo minuto, preso due treni e due trattori, ma ce l’aveva fatta.  “Eh voilà, le Figaro!”, esclamò, occupando con nonchalance il posto migliore.
“Proprio un very busy cat”, disse Titina laconica, e aggiunse: “Dai, Berta è pronta, state zitte! Uffa, ma cos’ avete là in fondo?”.
“Beeeee, mi stanno riassumendo la prima parte”, rispose una voce nuova. Si era aggiunta Mariolina la capretta. “Prima non c’ero”,
“Uffffffaaaaaa”, ribatte la cagnetta, che incominciava  a spazientirsi. “Non potevi arrivare prima?”.
“Ero impegnata, siento mucho”, disse Mariolina, sfoggiando quel poco di spagnolo imparato dal pappagallo.
“Immagino…”.
“No, non t’immagini. Ero impegnata in un servizio fotografico”.
“Ma fammi il piacere…”, obiettò Titina quasi divertita. Si udì qualche timido sghignazzar di gallinella giovane.
“Ridi, ridi, tanto è tutto vero. Ho posato come goat-model per la cover del numero di gennaio del bollettino parrocchiale”.
“Stai scherzando?”
“No. E’ andato via il parroco mezz’ ora fa. Ha scattato foto con la luce del giorno e all’ imbrunire. Poi ha cenato con i padroni e …guardate! Sta andando via adesso”, concluse con aria di sussiego.




Soddisfatta della sua spiegazione e di aver tappato la bocca a tutti, orgogliosa di essere stata l’eletta per il servizio, andò ad occupare un posto in prima fila accanto a Figaro. In fondo, lo aveva sempre pensato: erano loro due ad avere una certa classe, in quel pollaio. Balzava subito all’ occhio. Non per niente il parroco non aveva avuto dubbi sulla scelta.
Tutte si sporsero verso la finestra, e videro in effetti Don Luigi, con borsa da fotografo al collo, che stava salutando i padroni di casa.




“Voi non mi avete vista, perché eravate già riunite qui. Se chiedete a Silvestro, ve lo confermerà. Ho posato sull’altalena di legno, in cima allo scivolo, accanto alla fontana. Don Luigi ha fatto anche diversi scatti sul prato, con il bosco come sfondo. Dice che il mio mantello bianco e nero si sposa magnificamente con il bianco argenteo della neve. Sarà una copertina strepitosa. E probabilmente utilizzerà le altre foto per una mostra nei locali dell’ex-asilo”.
“…e magari farà un calendario”, disse Micio. Non sì capì se seriamente o no.
“Allora sei una pin-up!”
“No, è una goat-model”.
“Ma cos’è una goat-model?
“Oh, ma non sei al passo coi tempi. Studia le lingue. ‘Goat’ vuol dire ‘capra’, no?”
“Ma ti immagini il Don, sotto alla neve che scende, mentre scatta le foto a Mariolina?”. E così via con battutine e commenti del genere.
“Magari  la copertina di  Pasqua toccherà a qualcuna di noi”, disse Vanilla Vanesia. In realtà intendeva dire “a me”.  
Il vociare, anzi, il chiocciare, cominciava a diventare piuttosto fastidioso e confuso. 
L’argomento  aveva suscitato un forte interesse tra le  ragazze e signore presenti, (e un sorrisetto di sufficienza  sulla bocca di Figaro, che se ne stava quieto e sdraiato a godersi la scena).
Titina tentava invano di ottenere silenzio abbaiando qua e là, ma nessuna le badava. Erano tutte troppo prese dalla discussione.
“Chicchiriccccchììììììììììì’!!!”.
All’improvviso tutte tacquero .
“Grazie, Silvestro”, sussurrò Berta con voce flautata e sbattendo le lunghe ciglia. Poi proseguì in tono più professionale.
“Su, ragazze. Basta così ora. Complimenti a Mariolina. Sono sicura che la copertina sarà bellissima. Allora, volete continuare a chiacchierare o proseguiamo con la storia?”
“La storia! La storia!”, esclamarono a voce unita. E tacquero all’istante.
“Allora mettiamoci comodi”. Nel frattempo Figaro aveva procurato grano e pop-corn per tutti.




“Orbene, dov’ ero rimasta?”
“Al dopo cena, quando Vittorio promette di tornare a prendere Gertrude” .
Anche tra le ascoltatrici c’era una Gertrude, perché era un nome piuttosto di moda tra le galline in quel periodo. Ma Gerti La Bella era una sola.
“Ah, giusto! Sì, sì, ora ricordo”. Fece una pausa per concentrarsi.
“Ma…Tornò?”, chiese Titina, temendo che la pausa preannunciasse una deludente  svolta della vicenda.




“Oh, certamente! Vittorio era un bravo ragazzo. Tornò con regali per tutti e con uno splendido cuscino color del sole su cui far sedere Gertrude durante i suoi viaggi. I padroni gli regalarono tre  grossi sacchi di grano e verdura fresca dell’orto. Ci fu un bel pranzo sotto al pergolato all’ angolo dell’aia, e tutti fummo invitati a partecipare. Sapete, a quell’ epoca eravamo ancora in pochi. Oltre a me, c’erano Edvige, Vanilla, Silvestro e Corinna, e poi ancora Mariolina e Figaro, ma erano troppo piccoli per ricordarsi dei fatti.  Finito il pranzo, dopo abbracci e saluti, Vittorio sollevò Gertrude tra le braccia e la posò sul cuscino dorato: era bellissima, sembrava una principessa raggiante di felicità. Finalmente si coronava il suo sogno: avrebbe raggiunto l’orizzonte alla fine delle risaie, avrebbe ascoltato le musiche più belle del mondo. E Vittorio promise che sarebbero tornati a trovarci, ma alla stagione successiva. Ormai il suo giro di vendite nella zona era finito. Si sarebbe spostato più ad est e poi avrebbe dovuto risistemare un po’ la casa e la sua vita, visto l’arrivo di Gertrude. Ma si vedeva che il cambiamento gli era alquanto gradito.




Fu difficile lasciarsi, sapete come sono gli addii. Restammo tutte con il collo dritto a  scrutare l’orizzonte, ben oltre la striscia d’asfalto, proprio come era solita fare Gertrude; finché il furgoncino bianco non sparì alla nostra vista  sulle ultime note di uno struggente ‘Vincerò!’ “.
Berta si fermò, ripensando a quel momento indimenticabile. Nel pollaio non volava una mosca.




Vittorio abitava a Novara, in un appartamento piccolo ma confortevole. Era carino: si trovava al pianterreno, ed aveva un giardinetto tutto per sé. Una delizia per Gertrude. Avevamo notizie non troppo frequenti ma regolari, grazie a Gino il Piccione, che di professione faceva il postino, e lo fa tutt’ ora; solo che gli hanno cambiato zona, e quindi gli è un po’ scomodo venire a trovarci.
Finito il giro delle vendite a domicilio, Vittorio ad ogni stagione riprendeva a vendere il formaggio al mercato con suo fratello: non solo la qualità dei loro prodotti attirava clienti da ogni dove, ma anche la loro grande cordialità. Svolgevano quel lavoro con passione e i risultati si vedevano.
In più, ora avevano anche le uova di Gertrude. Ogni tanto, quando  la produzione delle uova era in pausa, li accompagnava anche lei, e in poco tempo divenne la beniamina del pubblico.
Tutto filava liscio, ma si  sa, ogni tanto la vita ci  presenta delle prove impreviste. Se le superiamo, capiamo col senno di poi che altro non erano se non occasioni per diventare migliori; se invece restiamo seduti a maledire il destino, le nostre lamentele ritornano a noi come un’eco a cavallo di un boomerang”.
“Oh, no! Non dirci che accadde qualcosa di terribile?”, chiese qualcuno.
Berta proseguì. Era brava a tenere il suo pubblico col fiato sospeso. Figaro interruppe le fusa per la tensione.
“Accadde che un mattino presto Gino portò a Gertrude un messaggio d’invito a pranzo.
Arrivava da un gruppo di simpatiche galline e faraone di Fara,  conosciute alla Festa dell’Agricoltura  cui Vittorio aveva partecipato per vendere i formaggi.
Se avesse voluto partecipare, le sarebbe bastato trovarsi all’angolo della strada per le sette e saltare sul carro del fieno del fattore. Il trattore l’avrebbe poi riportata a casa entro le tre, poco prima dell’ora del rientro di Vittorio che usciva sempre all’ alba.





 Gerti fu tentata da quell’ invito inatteso! Ringraziò il piccione,  cercò di deporre le uova più velocemente del solito (non era una buona abitudine forzarne l’uscita, ma per una volta si poteva fare) e uscì. Arrivò giusto in tempo per saltare sul carro e via verso Fara! Le sue  amiche la accolsero con gioia. Le ore trascorsero allegre e veloci e alle due Gerti era già pronta sul carro del trattore per tornare a casa. Purtroppo un passaggio a livello guasto bloccò la strada per ben tre ore. Il bravo fattore tentò una scorciatoia poco battuta attraverso il bosco, ma ad un certo punto vide che il percorso era stato spazzato via dalle forti piogge del mese precedente ed era impraticabile. Ormai era quasi l’ora del tramonto e decise quindi di tornare alla fattoria.




Gerti era disperata. Le sue amiche tentarono di contattare Gino il Postino con un passaparola da un becco all’altro tra passeri e rondini che si diedero da fare, ma il Piccione sembrava scomparso nel nulla. In realtà si era presa due settimane di vacanza in montagna nei boschi della Brughiera, ma chi poteva saperlo.


 “Accadde che quando Vittorio rientrò dal lavoro, trovò la casa vuota. Lì per lì non si preoccupò. Probabilmente Gerti era andata a far due passi al parco, o semplicemente stava facendo il giro dell’isolato per sgranchirsi un po’ le zampe. Ma poi fu sera e fu notte, e non seppe più cosa pensare; anzi, iniziò a pensare al peggio, ai cani di strada, alle automobili, ai gattacci randagi e senza scrupoli, ai rapitori di galline. Si precipitò in strada e fece sette volte il giro del quartiere, sette volte il giro della città, chiese ai vicini di casa, andò dai carabinieri. Non chiuse occhio tutta la notte, e allo spuntar dell’alba corse da tutti i veterinari e alla protezione animali. Nulla. Nessuna minima traccia, nessuna minuscola piuma, nessun minuscolo indizio. Gertrude era inspiegabilmente scomparsa, e Vittorio si ritrovò solo con il suo dolore. Ad ogni squillo del telefono, il suo cuore aveva un sobbalzo. Purtroppo erano solo amici e vicini premurosi che continuavano a ripetere la stesse cose.’Ho perlustrato tutto il parco… Sono stato in polleria…Ho chiesto di qua…ho guardato di là…’. Ma il risultato era sempre uno solo: nulla.
Solo uno dei vicini, Ugo Cimossa, un signore in pensione davvero gentile e ghiotto di caciotta affumicata, seppe fornire una benché minima informazione:’Ho parlato con il vigile del quartiere ’, disse. ‘Pare l’abbia vista passare  di fretta. Chissà dove  stava andando…’.
Già, si torturò Vittorio: dove? E perché tanta fretta?  Che fosse finita in un giro di uova di contrabbando? Che la ricattassero? Che avessero minacciato ritorsioni sul pollaio, se non fosse stata al loro gioco? Oddio…e se lei si fosse ribellata e l’avessero…l’avessero…? No, non era possibile. Gertrude non era il tipo da cacciarsi in pasticci del genere. Era un tipo a volte un po’, come dire, ‘sognante’. Un pochino svampita, ma proprio solo un pochino. Un po’ nel suo mondo.
Ma stupida, no . Non era il tipo da farsi abbindolare dai venditori di pomata per lisciare le piume sulla porta di casa; né da comprare l’acqua azzurra del Bengala per ottenere gusci bianchissimi, come andavano di moda in quel momento (alcune sue amiche si erano fatte tentare, ma l’acqua era uguale a quella del rubinetto di casa…anzi, era quella del rubinetto, in una bella bottiglia invitante). Ma allora, cosa poteva esserle successo? Cosa? Ma…certo? Come aveva fatto a non pensarci prima?  Di sicuro era tornata al Pollaio! Non osando presentarsi di persona, pregò il Signor Cimossa di indagare con discrezione. Purtroppo, nonostante per qualche ora la speranza avesse quasi coinciso con la certezza,  il risultato dell’indagine fu negativo.


 La fretta e la disperazione, che sono cattive consigliere, avevano ormai mosso gli ingranaggi della vicenda a loro modo.
Quando giunse a Novara, Gertrude trovò l’appartamento deserto.

Vittorio era partito per cercarla, incapace di sopportare la solitudine, distrutto dall’ attesa, mal consigliato dal dolore e dalla fretta.
Invano il signor Cimossa aveva cercato di trattenerlo.
“Non precipitare le cose, figliolo. Non prender decisioni estreme con l’animo in subbuglio. Non spiegare le vele, quando il mare è agitato. Fermati  e respira profondo, prima di agire! ”.
Ma non servì a nulla. La saggezza altrui raramente trova un valido veicolo attraverso le parole, se il cuore non è pronto ad accoglierle.
E così Vittorio partì.
Partì senza una meta precisa, con nulla o quasi nello zaino, e il cuore carico di piombo e lacerato dal dubbio: forse Gertrude si era stancata di lui, della sua vita semplice, del suo fazzoletto di giardino senz’ aia né pergolato. Non era riuscita a dirglielo, e perciò se n’era andata così, di nascosto.




Iniziò a vagare di paese in paese, di città in città, nella vana illusione di annegare il suo dolore in un quotidiano bagno di folla; ma non c’è frastuono che possa coprire la voce del dolore, anzi: più il vociare intorno si fa rumoroso, più la sua voce diventa acuta e tagliente.
Fu così che un giorno, dopo un toast senza gusto e un caffé molto amaro in un bar del centro di Milano, Vittorio seguì passivamente i propri passi verso vie meno affollate.
Non era lui a condurre il cammino, quel giorno: le sue gambe decidevano da sole quale strada seguire. Si era tolto di mezzo. Che andassero dove diavolo volevano: tanto, cosa cambiava?
Non era tanto pratico di Milano. Sì, c’era andato diverse volte, ma quasi sempre al centro.
Ogni tanto gli piaceva farsi un giro da Sant ’ Ambrogio al Castello, e poi su verso via Dante fino a trovarsi faccia a faccia con il Duomo; oppure prendere la linea gialla direttamente dalla stazione centrale, salire la grande scalinata della metropolitana, e voilà, trovarsi di botto nel cuore della città.
Senza rendersene conto, quel giorno camminò per ore. La Madonnina d’oro chissà dov’era, oramai.
Lesse la targa in alto sul muro: via San Fermo. Mai sentita. Non gli diceva assolutamente nulla.
Si arrestò per un attimo, incerto sulla direzione da prendere. E fu lì che notò una vetrina discreta, forse  l’unica della via. Non era un quartiere di negozi alla moda.
Si avvicinò: era davvero particolare. C’era un  vaso a forma di ventaglio, in vetro soffiato verde e azzurro, con sfumature dorate verso l’altro; gli estremi del ventaglio erano sostenuti da due sottili steli in metallo. Accanto, un oggetto strano, un elegante cilindro bianco e verde, in metallo, con un manico…Ah, che sia un porta ghiaccio? pensò. Se lo immaginò sul suo tavolo di casa, tra la pila di giornali vecchi, il cesto della frutta e le bollette da pagare fermate da una molletta da bucato.. Sorrise. No, il suo posto era tra due sottopiatti d’argento e una coppa di cristallo con pietruzze trasparenti e petali di rosa posati sull’acqua… Il suo sguardo scivolò poi su di uno scrigno, sempre in metallo, decorato da una cornice di perline colorate; davanti, ai due lati, spiccavano due figure perfette di giovani – come quelli delle statue greche - evidentemente a guardia dei gioielli all’interno (cos’altro avrebbe potuto contenere un cofanetto del genere?). Gli altri oggetti erano orologi bizzarri di varie fogge e dimensioni. Incuriosito, senza pensarci suonò il campanello.
Una voce nella mente  cercò di dirgli: ‘Sciocco! Cosa entri a fare in un negozio del genere? Speri di trovare un originale di Klimt in saldo per appenderlo tra il frigo e lo  scolapiatti di plastica? ‘.
‘Perché no?”, le rispose Vittorio senza muovere le labbra. Allo scatto, spinse la porta e lasciò che   si richiudesse alle sue spalle.

“Avanti! “, esclamò una voce dal retrobottega. Perché di questo si trattava: di una bottega artigiana.  Dopo qualche istante comparve un omino di media statura, alquanto signorile d’aspetto, i capelli grigio argento, le dita affusolate da pianista. Porgendogli la mano, si illuminò d’uno sguardo cordiale: “Buongiorno, giovanotto! In cosa posso esserle utile?”
Vittorio si sentì smarrito. Arrossì. ‘Te l’avevo detto, te l’avevo detto!’, sibilò la vocetta maligna nella sua testa.
”No, mi scusi, mi sono sbagliato…Il fatto è che…che cercavo…cercavo…’.
Guardandosi intorno per l’imbarazzo, vide in poche frazioni di secondo scaffali  pieni d’orologi d’ogni genere; ma dal retrobottega spuntava l’estremità di un oggetto del tutto diverso, un oggetto alquanto particolare, ma molto familiare a Vittorio, a differenza del porta ghiaccio di lusso e dello scrigno prezioso. Sentì un tuffo al cuore, mentre, nello stesso istante, il signor  Giorgio  Fortunato gli domandava gentilmente: ‘Cercava forse ... un’arpa?”.
Il giovane non riuscì a proferir parola. Avanzò di qualche passo, come se una calamita lo attirasse verso la sagoma familiare che si intuiva dietro al tendaggio bianco e leggero..
‘Prego, giovanotto…’, disse il signor Fortunato. E, facendogli strada, spalancò la tenda.





Un’arpa. Una bellissima arpa birmana. Quanto tempo era passato da quell’ ultima volta in cui aveva sfiorato la sua arpa?
Gli sembrarono secoli, quasi  fosse stata un’altra vita, o la vita di un estraneo, sentita raccontare da qualcuno per caso.
Ebbe la sensazione di avere nel cuore un batuffolo soffice di cotone o di morbidissima lana, o di zucchero filato, da cui si dipanavano fili leggeri di tenerezza e d’incredulità, che, risalendo  fino alla gola,  lì si ricomponevano in un nodo ben difficile da ricacciare giù, fin dentro al cuore.
“Sì…”, sussurrò finalmente Vittorio, accostandosi allo strumento  e sfiorandone le corde con la disinvoltura di un professionista. Anni prima avrebbe prestato più attenzione alle rifiniture, alla foglia d’oro stesa con cura sul legno e ad altri dettagli. Ora era affascinato dall’essenza stessa dello strumento: dal semplice, incredibile  fatto che lei fosse lì. Solo un particolare  non poteva non balzare all’occhio:: un minuscolo cigno pronto a spiccare il volo, posto sull’estremità rivolta al pubblico.
‘Vedo che se ne intende ’ , disse a mezza voce l’orologiaio, quasi spiaciuto di intromettersi in quegli istanti di intimità.
“Oddio…E’ passato un bel po’ di tempo, ormai”.
‘Che strano…Come avrà già constatato guardandosi intorno, io normalmente tratto orologi -  sono la mia specialità – e poche altre cose. Non mi era mai capitato  in negozio uno strumento musicale… L’ho  comprata la settimana scorsa ad un’asta, senza uno scopo preciso. Non è un oggetto di grandissimo valore, ma è di fattura elegante. Molto raffinato il motivo del cigno ‘.
Qualcuno suonò il campanello. ‘Mi scusi, torno subito…Ma nel frattempo, la provi, la prego! Suoni liberamente ’ .
Vittorio si sedette. Dapprima accarezzò soltanto le corde, come per chiedere il permesso di suonarle; accennò le prime note, a fatica. ‘Non era un capitolo chiuso? Sei ridicolo!’, sibilò la solita vocetta biliosa per mortificarlo. Si alzò. Non voleva essere ridicolo. Non voleva far perdere tempo all’ orologiaio così gentile. Basta.
“Non s'interrompa, la prego! Stava accennando  Debussy, se l’orecchio distratto non m’ha ingannato. La ascolto volentieri ’. E si sedette lì accanto.
Vittorio era troppo educato per tagliare corto di fronte ad una richiesta così garbata. Mise a tacere quella voce molesta, si sedette, e questa volta suonò per davvero. Le mani cercarono spontaneamente le note di un brano delicato, ‘Orientale’, per poi scivolare su di una Berceuse di Fauré ed infine su di una carrellata di vecchie melodie più vivaci che commossero il Signor Fortunato.
‘Ecco, ecco  perché l’ho comprata! Non era certo per me ‘, esclamò infine entusiasta, e proseguì:’E’ il destino che ci ha fatti incontrare, figliolo. Ma… toglimi una curiosità: come mai sei venuto a cercare un’arpa nella bottega di un orologiaio? Come avevi  avuto notizia del mio bizzarro acquisto? Te lo ha forse detto il mio socio che ha il negozio in Via Pontaccio?’.
‘Veramente…io non cercavo l’arpa’, ammise il giovane. ‘E’ stata lei a trovare me. E’ come se mi avesse chiamato…’ E sulle sue labbra si disegnò un sorriso carico di malinconia..




‘Non so cosa m’abbia attirato fino alla sua vetrina ’, spiegò Vittorio più tardi, sorseggiando una tazza di caffè d’orzo al bar all’ angolo della via. ‘E soprattutto cosa m’abbia spinto ad entrare. Cercavo tutt’ altro, questa mattina…Anzi, non cercavo proprio niente…’. E così, una parola dopo l’altra, raccontò del suo vagabondare senza meta, di Gertrude, del mercato, della sua vita semplice tra ricotta e parmigiano… L’indomani accompagnò l’orologiaio a fare la spesa, dandogli preziosi consigli sull’acquisto del formaggio migliore. Nel suo racconto mancava però qualcosa, e Giorgio Fortunato lo notò.
‘Figliolo’, gli disse  il suo nuovo amico. ‘Scusa l’indiscrezione, ma qualcosa mi sfugge. Finora non hai mai nemmeno nominato…la musica! Come è possibile? Eppure non sei affatto un arpista improvvisato ’.
Ci fu una lunga pausa. Il Signor Giorgio  non osò aggiungere altro; capì di aver toccato un tasto alquanto dolente.





Vittorio fece un sospiro profondo. Pensava di aver chiuso per sempre quel capitolo; di averlo seppellito sotto quintali di formaggio e coltri di polvere. Si era convinto di aver chiuso a chiave con otto lucchetti quel cassetto-tomba in cui aveva seppellito una parte di se stesso insieme al ricordo della sua arpa. Ma se un’arpa si può vendere o bruciare, non altrettanto facilmente si può distruggerne lo spirito. Non c’è cassetto abbastanza sigillato, né tomba abbastanza infossata nelle viscere della terra…o dell’anima! Lo spirito della musica aveva trovato una via di fuga alla prima buona occasione.
Il giovane era scosso, in totale balìa di una moltitudine di sentimenti contrastanti: la disperazione per aver perso Gertrude, e la gioia inattesa per aver ritrovato un tesoro sepolto del passato, un tesoro così prezioso che si era imposto di non disseppellire mai. Certo che il tempo giocava scherzi bizzarri! Il passato e il presente all’improvviso si erano fusi  in un’unica massa fluida dentro alla quale si rincorrevano due nuvole di azzurri diversi che confondevano i fragili equilibri del cuore. Come fossero due pesci dello stesso colore  in un acquario con le pareti a specchio.
Il Signor Fortunato temette di averlo offeso. ‘Scusami, davvero non intendevo essere inopportuno e impiccione. Io…’.
‘Oh, no, niente affatto ’ , si affrettò a rispondere Vittorio. ‘Niente affatto… Scusa tu. Per un attimo avevo completamente perso il senso del tempo. Ero sprofondato nell’imbuto dei miei pensieri impazziti…. Chissà dove sarei finito, se fossi stato solo! Grazie per tenermi ancorato alla realtà. Sarei perso, altrimenti ‘ .
‘Se parlare può farti bene, io sono pronto ad ascoltarti ’ .
‘Ad essere sincero con me stesso, mi accorgo che ne avrei  un gran bisogno. Ma dovrei trovare il coraggio! Ho paura di riaprire i cassetti del passato. Ho paura dei fantasmi che potrebbero uscirne!’.
‘Mio caro ragazzo ‘ , gli rispose l’amico Giorgio. ‘Per quanto tu ti sforzi, non puoi tenere i fantasmi sotto chiave: puoi forse imprigionare il vento? Meglio liberarli e guardarli in faccia. Non sono che una parte di te, dopo tutto. Ma prenditi il tuo tempo, non c’è fretta alcuna ‘.
Per un attimo parve a Vittorio di sentire il sibilo familiare della solita vocetta stizzita; ma fu come un’eco lontana, e venne subito spazzata via da un’ondata di gratitudine che dal cuore salì fino alle sue labbra. Finalmente sorrise. Era pronto. Il Signor Fortunato ordinò subito altre due tazze di tè.


‘Iniziai a suonare l’arpa quand’ ero già grandicello…Non sono stato un bambino prodigio! Ma recuperai il tempo perduto. Un giorno andai con i miei genitori a trovare una coppia di loro amici appena tornati da un lungo viaggio in oriente. Quando la padrona di casa aprì la porta del salotto, rimasi  folgorato da quell’ elegante e insolito oggetto posato su di un tavolino di marmo: un’arpa birmana, come mi spiegò la signora. Fu amore a prima vista. Quello strumento mi affascinava. Non senza fatica fu trovato un buon maestro, ed io ero felice: avrei suonato giorno e notte…In realtà, per buona parte del giorno aiutavo i miei genitori nella vendita del formaggio al mercato, e dalle quattro del pomeriggio fino a sera e nei fine settimana ero libero di esercitarmi. Qualche volta, specialmente se avevo in programma un concerto, mio padre Vincenzo mi dava giorni liberi in più; per fortuna, nonostante facesse fatica a dimostrarlo, apprezzava la mia arte. Non che fossero concerti strabilianti: erano cosa organizzate a livello locale. Solo qualche volta  capitava qualche serata più importante e remunerata.
Una sera, sotto le feste di Natale, fui invitato a suonare – in duo con un amico flautista – per una festa privata in una villa sul lago d’Orta. Immagina un’enorme casa  bianca, con il classico scalone da film da cui potrebbe scendere Rossella O’Hara da un momento all’altro…I lampadari scintillanti, e un albero di Natale decorato d’oro e d’azzurro a darti il benvenuto all’ingresso! Sia io che il mio amico Cristian restammo senza parole. La serata si prospettava abbastanza rilassante: si trattava di suonare in sottofondo durante la cena.
Il caso volle che tra gli invitati vi fossero due personaggi particolari: la regista e scenografa Nelli Franzelli e l’attore Arturo Draghetti. Quando vennero a complimentarsi con noi, mi sentii molto onorato. E ancor di più lo fui, quando la Signora Franzelli in persona mi telefonò a casa: non potevo crederci! Mi disse che lei e il Signor Draghetti avrebbero gradito la mia collaborazione in uno spettacolo che stavano progettando. Erano rimasti favorevolmente impressionati dal mio modo di suonare. Fissammo un appuntamento. Quando riattaccai il telefono, stavo fluttuando ad un metro da terra: ero in un sogno! Mi sembrava ancora impossibile. Da oltre un anno avevo lì rinchiusa in un cassetto un’idea per uno spettacolo…Un cassetto vero, intendo! Con tanto di musica e copione…ma non avevo mai osato parlarne con nessuno.
Il giorno dell’appuntamento ero emozionatissimo e un po’ in ansia:  se avessero trovato le mie idee insignificanti, sai che tonfo sarebbe stato… Eppure io ci credevo. Nonostante la scarsa fiducia che avevo in me stesso – ora come allora – sapevo di aver scritto qualcosa di buono. Infatti Nelli e Arturo apprezzarono il mio lavoro. Lo esaminarono con attenzione e proposero tagli, aggiunte, modifiche.  Dovetti riconoscere che avevano ragione: avevo molto da imparare da loro. In fondo, io di teatro non sapevo nulla. Si trattava di un’esperienza nuova ed entusiasmante. Ciò che contava, era che la mia idea era stata buona. Per la prima volta in vita mia fui veramente orgoglioso di me. Fu una sensazione fantastica.
Lavorammo instancabilmente per mesi. Furono coinvolti anche il flautista Cristian, una coppia di mimi davvero molto bravi – Davide e Gionni – e un cantante dalla voce fuori del comune, il tenore Luca Forte: un tipo alquanto bizzarro, quest’ultimo, ma che talento! I costumi furono ideati dalla sfrenata fantasia di Nelli  con l’aiuto di un’eccentrica stilista newyorkese, Giodi Mass, una vera maestra nella lavorazione del cachemire e delle lane in genere. 




Il risultato della loro collaborazione fu un fortunato intreccio di colori e materiali, che ben completavano a livello visivo il linguaggio della musica e dei mimi.  Sarebbe stato uno spettacolo bellissimo; però erano necessari dei fondi…Io, tutto preso dall’ entusiasmo del principiante, non ci avevo neanche pensato! Ero proprio un ragazzetto inesperto. Ma i miei amici si erano già dati da fare. Arturo aveva un sacco di conoscenze e una bella carriera alle spalle. Se il mio nome non diceva nulla, il suo era una garanzia. Anche Nelli e Giodi Mass erano già ben conosciute nel loro settore, se non al grande pubblico. Infatti le offerte  non tardarono ad arrivare: in particolare si interessarono a noi un certo Conte Ermenegildo – un vero filantropo amante dell’arte – e i fratelli  Balleris Laconico, generosi commercianti di lane, che offrirono la materia prima necessaria per i costumi e le scenografie.
Era davvero tutto pronto.  Lo spettacolo andò in scena, riscuotendo un grande successo di pubblico. Era colorato, divertente, dissacrante ma garbato, finemente ironico. Almeno questa era la nostra opinione, e anche quella della maggior parte dei critici. Dopo tre spettacoli cominciarono i problemi…’ .
Vittorio si interruppe. Il ricordo gli faceva ancora male.  Bevve un sorso di tè caldo.
‘E perché mai? ‘ . gli domandò il Signor Fortunato sorpreso, posando la sua tazza ‘ Erano forse nate delle discussioni fra di voi? ‘ .
’Oh, no! Niente affatto. Furono intoppi puramente burocratici che nessuno di noi avrebbe potuto prevedere ‘  rispose Vittorio scuotendo la testa. ‘ O meglio, forse sì; ma solo se avessimo avuto nel cast otto avvocati … E’ difficile da spiegare, fu un insieme di cose. D’improvviso venni a conoscenza di un’assurda rete di leggi e sottoleggi di cui non avevo mai sospettato l’esistenza. Mi limiterò citartene alcune. Come il problema dei colori. Un’ordinanza relativamente recente vieta l’uso di un certo numero di colori sul palco, perché ciò potrebbe creare un lieve stato confusionale in spettatori daltonici e dislessici - nelle prime tre file -  che siano particolarmente sensibili al rosso e al blu; e il verde sotto ai riflettori potrebbe dare giramenti di testa a chi ha assunto aspirina nelle due sere precedenti.  Per non parlare del cachemire, e della sua peluria soffice! Pare sia la causa di un gran numero di raffreddori da allergia, solo in certi periodi dell’anno, forse in combinazioni con certi pollini nell’aria, o con i movimenti degli acari del legno del palco. E poi, - l’avresti mai detto – certi suoni acuti dell’arpa – dicono – potrebbero causare ronzii all’orecchio a coloro, che malauguratamente, siedono nelle zone acusticamente più felici, ovvero ove il suono ricade con più intensità. Chi l’avrebbe mai detto! Ha un suono così delicato’.
‘Ma… è assurdo!’, obiettò il Signor Giorgio.
‘Anche noi lo pensavamo.  Ma poi, avendo dovuto seguire due corsi in proposito – uno sui suoni e uno sui colori, organizzati dal MiPoNuAl  (Ministero Possibili Nuove Allergie), ci  convinsero  che tutto ciò era sacrosanto. O meglio: ci presero per sfinimento, dopo 52 ore di noiosissimo corso, durante il quale la nostra creatività e la nostra motivazione si assopirono, schiacciate dalla stanchezza e dalla quantità di dati e informazioni ’ .
 Il direttore dei corsi era  un professorone  che collabora col Ministero dell’Istruzione…Un certo Dott. Roboviel, un tipo dalla voce rauca e una grande pancia che a stento riesce a reggere con un paio di robuste bretelle!’..
‘Capisco…’, mormorò Giorgio, visualizzando il docente e nutrendo qualche dubbio sull’utilità dei suoi corsi.  Ma non fece commenti. Si limitò ad aggiungere: ‘Perché non abbandonare i teatri  in vista e scegliere un circuito più modesto? ‘.
‘S’, sì, è quello che cercammo di fare…Anche perché avevamo stavamo esaurendo i fondi ’.
‘Esaurendo i fondi? Com’ è possibile?’
‘Sarebbero bastati per un certo numero di rappresentazioni, non fosse stato per i corsi:  erano obbligatori, ma  piuttosto cari e dovevamo pagarceli. Sai, erano tenuti da professoroni di grande calibro…’.
‘Capisco…’, ripeté l’orologiaio.
‘Avremmo potuto far fronte a tutto, fossero arrivate le promesse sovvenzioni dello stato…Arturo e Nelli avevano contattato alcune autorità responsabili per l’Arte e la Cultura: la Dottoressa Grazia Burò, il Dott. Soytief, e persino i ministri Banfoni e Fanfaroni. Tutte persone dabbene, serie, di parola. E l’avrebbero mantenuta, non fossero sopraggiunte spese improvvise molto più importanti ’.
‘Davvero? E quali?’
‘Come ci spiegò il Dott. Soytief (curiosamente di madre spagnola e padre inglese, mentre un bisnonno era di origine russa), avvenne che  misteriose tarme tibetane decisero di stabilirsi, proprio in quel periodo, fra le pieghe della preziosa sciarpa di vicuña di un importante Segretario del Ministero, per poi trasferirsi nell’imbottitura dei sedili della sua auto blu; e dalla sua  invitarono parenti ed amici a colonizzare le imbottiture di parecchie altre auto ministeriali. Fu così  che i fondi promessi a noi  furono utilizzati per questa  situazione d’ emergenza’.
 In alcuni casi, come Roboviel spiegò a Nelli, si dovette addirittura sostituire l’auto, e persino armadi interi pieni di cappotti di preziosa vicuña!’ .
‘Eh già…capisco ‘ , commentò l’esterrefatto interlocutore,  bevendo un sorso di  tè bollente per tapparsi la bocca e non esternare la sua opinione su Roboviel, Soytief , i loro collaboratori e le tarme tibetane .Non voleva ferire ulteriormente Vittorio con supposizioni del tutto personali ed arbitrarie.
‘Fu la fine…’ , sospirò mestamente il suo giovane amico. ‘Gli aiuti generosi  dei Balleris Laconico e del Conte erano stati una buona base, ma non erano sufficienti per continuare in quelle condizioni. Inoltre avevamo il morale  a terra… Come stavo per spiegarti poc’anzi, provammo comunque a portar avanti lo spettacolo su circuiti più modesti. Per un certo periodo ci esibimmo in teatrini di paese e persino negli oratori, riscuotendo un grande successo! Purtroppo, visto il calibro degli artisti coinvolti,  la cosa non poteva durare. E’ un paradosso, lo so. Ma come avrebbero potuto personaggi come Arturo, Luca e Nelli continuare a lavorare a quel livello? Lo fecero per un po’, per non abbandonare me, Cristian e i mimi al nostro destino. Poi l’inevitabile avvenne. Il tenore Forte ricevette un’importante offerta di lavoro da un teatro di Tokyo. Nelli e Giodi Mass furono contattate da un famoso artista di New York - un vero maestro in public art - per realizzare installazioni d’avanguardia. Ad Arturo fu ripetutamente offerto  il ruolo principale in un nuovo  spettacolo a Londra. Essendo persone dabbene, cercarono di conciliare le cose. Ma fummo noi a scioglierli dall’impegno: capivamo che era assurdo continuare e altrettanto assurdo impedire loro di seguire il loro splendido destino. Naturalmente cercarono di coinvolgerci nelle loro attività, ma di fatto noi non c’entravamo nulla. Inoltre ci sentivamo tutti e quattro come dei pesi morti: non avevamo più forze né idee. Eravamo delusi, sfiniti, svuotati. Volevamo soltanto sparire dagli occhi del mondo per un bel po’, dopo esserci leccati le ferite in solitudine. E così avvenne. Ci salutammo, ci separammo, non senza pena da parte di tutti; ed ognuno se ne andò per la propria strada ’.
‘E…l’arpa?’ , sussurrò Fortunato il più dolcemente possibile.
‘La vendetti subito. Promisi a me stesso che quello era un capitolo chiuso, e lo sarebbe stato per sempre ‘ .
‘Capisco… ‘ ripeté ancora una volta l’orologiaio. La parola questa volta non aveva alcuna sfumatura ironicamente amara. Esprimeva  comprensione, compassione, empatia, desiderio di offrire tutto il possibile conforto. In quegli attimi di silenzio,  ognuno dei due guardava il proprio fondo di zucchero e tè, quasi vi fossero scritte le parole migliori da dire. Fortunato rivide i colori sul palco, sentì l’entusiasmo che nasceva e svaniva, rivide lo scalone illuminato della villa, e Vittorio chino sull’arpa. Un lieve sorriso gli illuminò lo sguardo. Vittorio chino a suonare l’arpa non era solo un’immagine del passato. Quell’ assurda promessa era infranta. Lo disse a Vittorio.




‘Le promesse dettate dallo sconforto non hanno valore. Sono solo voci amare che nascono dall’ oscurità dell’anima, e non lavorano per il nostro bene. Vogliono solo distruggerci! ‘ .
‘Una promessa è una promessa, e io ne sono venuto meno in un momento di debolezza e solitudine…’ mormorò Vittorio, come un bimbo colto in flagrante mentre rubava la marmellata.
‘Le decisioni sono valide se prese con consapevolezza e serenità. Altrimenti non sono che alibi dietro cui nasconderci per non affrontare la vita ‘  ribatté l’amico con garbata fermezza.
Vittorio si trovava ad una svolta.
Poteva scegliere di passare il resto dei suoi giorni a fingere di non volere quello che voleva  e ignorare l’incontro fortuito con l’arpa  tirando dritto con mesto orgoglio, convincendosi che il caso sia proprio inutilmente casuale. Come l’incontro con Gertrude, la sua piccola Gerti: Un puro caso anche quello, in fondo, no?
‘…Oppure puoi cogliere questo regalo del destino come fosse una perla, e lasciare che ti illumini il cuore, mio giovane amico! Le perle non son fatte per essere gettate agli angoli delle strade. Meglio accettarle con grazia, non credi? ‘.
Vittorio ascoltava con attenzione; ma nello stesso tempo conduceva una lotta silenziosa con la solita vocetta stridula che cercava di mortificarlo, e purtroppo ci riusciva.
Il giovane abbassò la testa e la appoggiò tra le mani, con i gomiti sul tavolo.
E’ subdolo, un nemico senza corpo. Com’ era delicato, invece, il suono dell’arpa ritrovata.
Dopo essersi lasciato andare ed aver suonato per l’orologiaio, Vittorio aveva cercato di rimuovere quella mezz ’ora. Un attimo di sentimentale cedimento, ecco cos’era stato. Nulla più.
Ma oramai il coperchio del vaso era traballante, e a strapparlo via contribuivano questa volta voci amiche: quella di Giorgio e dell’arpa stessa. Vittorio non era più solo.
‘Dai, torniamo in negozio ‘, gli disse il suo saggio interlocutore, posandogli la mano destra su un braccio, e scuotendolo amichevolmente.
Il giovane si alzò. Sul suo volto spuntarono una lacrima e un sorriso.



L’arpa birmana sembrava aspettarli in regale silenzio. Questa volta Vittorio lasciò che il suo sguardo ne accarezzasse con attenzione ogni dettaglio. Era molto simile ad una strana gondola nera, rossa e d’oro, con una vela fatta di corde ben tirate, terminanti a metà del mezzo arco che si levava da poppa, su cui spiccavano fiocchi di cotone rosso, e che finiva, dopo una morbida curva, in un piccolo cigno pronto a spiccare il volo. Finalmente anche Vittorio era pronto per spiccare il suo volo interrotto.
‘Quel cigno mi sembra di buon auspicio ‘  disse Giorgio con affetto.
‘Anche a me ‘ gli rispose lui con riconoscenza. Sollevò l’arpa, la prese tra le braccia, si sedette comodo e iniziò a suonare come non aveva fatto mai. Oh, sì, la sua tecnica era stata migliore, in passato, ma con il cuore leggero avrebbe recuperato tutto…Forse anche Gertrude. La sua piccola amica Gerti. Anzi, ne era sicuro. Si sentiva forte, ora che la sua anima era libera. Libera.






E’ incredibile la forza di un’anima che danza sulle ali della libertà. Non ha più limiti ne’ barriere, e la sua voce profuma di gioia. E un canto leggero di gioia era quello che scaturiva dai cuori all’ unisono di Vittorio e della sua arpa.
La gente li ascoltava, rapita dalla musica e  dai racconti del giovane tra un brano e l’altro.
‘La mia preziosa amica si deve riposare, ogni tanto, e perciò vi domando l’onore di potervi intrattenere un poco con una fiaba …’ . E così declamava, con fare solenne, da bravo cantastorie: ‘Fino a Drimonia io viaggerò, seguendo le note spinte in avanti dal vento  a mostrarmi la strada…E laggiù, nella bottega del saggio Olindo, comprerò la guida migliore del mondo, che mi indicherà il cammino fino ad una riviera misteriosa, dove una dama leggiadra e crudele diede da bere a Gerti, ignara, l’acqua dell’oblio…Ma la musica magica dell’arpa scuoterà la tua memoria sopita, mia bella! E insieme salperemo sette mari fino alle spiagge candide di Eugea, e  lì canteremo per i Sinfiti, i suoi sereni abitanti, dalla natura mite e gentile ’ .
Di giorno in giorno, di città in città, di paese in paese, gli itinerari fiabeschi portavano gli spettatori a destinazioni diverse, condotti  per mano dalla fantasia e dalla musica di Vittorio.




Dalle rigogliose foreste di Eugea, l’avventura si spostava ai castelli di Estregalles: lì Gertrude diventava damigella della Principessa Enida, il suo consorte Erec nominava Vittorio musicista di corte, e l’arpa dormiva coperta da un velo di seta preziosa d’Oriente. L’indomani, teatro della scena sarebbero stati i giardini e i palazzi eleganti del Regno d’Ix: al suono dell’arpa birmana la Regina Zizi in un giorno di primavera riuscì a veder riflessa allo specchio l’immagine della sua anima bella, e da quel momento, gli specchi – banditi da tempo in ogni angolo del Regno -  riapparvero nelle stanze infiorate delle dame, nei negozi, nei foyer dei teatri. La luce riflessa da un cristallo all’ altro era così intensa, che sembrava provenisse da due soli nel cielo.
E così, tra favole, canzoni e i sorrisi di un pubblico sempre diverso, Vittorio di giorno in giorno riacquistava fiducia in se stesso. Ogni volta che stringeva a se ’ l’arpa birmana e ne sfiorava le corde, si sentiva invadere da una sana fiducia nella vita, e dalla certezza che i sogni siano le lampade appese dal cielo sul nostro cammino per mostrarci la strada da seguire.




‘Se non ritorni, Gerti mia bella,
darò il tuo nome stanotte a una stella…’

Così Vittorio canticchiava a mezza voce mentre, seduto in pieno sole su di un battello lungo il  Po, andava componendo una nuova filastrocca. Accanto a lui, l’oro dell’arpa luccicava alla luce del pomeriggio di Giugno.  Di solito si spostava di paese in paese col suo furgoncino; ma da qualche settimana aveva deciso di abbandonarsi al ritmo calmo del fiume.
La calma intorno era l’ideale per raccogliere i pensieri e trovare nuova ispirazione.




Quando il fluire di note e parole si interrompeva, lasciava vagare lo sguardo sui filari d’alberi e le case lungo la riva. Dopo poco, dal silenzio  pioveva musica nuova: difficile dire se sgorgasse dal suo cuore o se arrivasse dal cielo. Probabilmente erano tutte e due le cose insieme: le canzoni prendevano vita quando il cielo passava attraverso il suo cuore.
Fu durante una di queste navigazioni che d’un tratto la quiete fu interrotta da  applausi calorosi, cui seguì  un allegro vociare di adulti e bambini.
Il giovane, che stava accordando l’arpa, la posò per prestare attenzione a ciò che stava succedendo. Lo schiamazzo sembrava giungere da dietro una collinetta con fiori e rocce. Quando il battello fu più vicino, vide che si trattava di una specie di minuscolo anfiteatro ai bordi di una parco cittadino ombreggiato e senza pretese.  I battimani erano terminati. Dal silenzio si levò soltanto un suono  simile a quello di un flauto.
‘Un flauto alquanto strano ’ pensò Vittorio, da provetto musicista qual era. ‘Contiene qualcosa di insolito e aspro, che tuttavia non è sgradevole, anzi…’.  
Oltre che alle proprie orecchie, un attimo dopo il giovane stentò a credere ai propri occhi.
Se li stropicciò più volte, ma infine dovette ricredersi: a pochi metri da lui, posata su di una scultura che sembrava una roccia, Gertrude cantava una musica senza parole né coccodè: un suono nuovo che, prima d’allora,   mai  era uscito dal becco di una gallina.
Vittorio si sporse, per avere dagli occhi la conferma di ciò che già sapeva: aveva trovato Gertrude! Lei non poteva vederlo, era girata verso la piccola folla che la stava ascoltando.
La accompagnavano gli accordi di una chitarra.
Il giovane chiese al barcaiolo di riportarlo a riva. Scese con un balzo e si nascose dietro agli ascoltatori, in un angolo. Non voleva ancora essere visto.
Gertrude era bellissima, le sue penne lucide brillavano sotto il sole del pigro pomeriggio. 
 Il chitarrista era un uomo di mezza età, dai capelli candidi e gli occhi azzurri e buoni come quelli di Vittorio.  Le segnava il tempo accompagnandola con la sguardo e un lieve ondeggiare del busto.
Ci fu un lungo applauso. Lo spettacolo era finito. Pian piano le persone si dispersero: molti presero d’assalto il chiosco dei gelati e dello zucchero filato rosa e bianco.
I loro sguardi si incrociarono dove il verde dei rami sfiorava l’azzurro del cielo tutt’intorno.
“Vittorio!” riuscì solo a dire, e già era volata giù dalla roccia fra le sue braccia.
“Mia piccola!”, rispose lui, con gli occhi umidi. Il corpicino di lei tremava tutto tra la commozione, i singhiozzi..
 “Sai “, le sussurrò lui mentre cercava di tranquillizzarla carezzandola. “Qualche sera fa sono stato al mare. Mi sono seduto sulla spiaggia, era sera. Non c’era nessuno. Ho chiesto a quell’ acqua maestosa di annegarmi con il mio rimpianto. Per tutta risposta, un’onda nata dal nulla mi ha coperto con la sua spuma...’Svegliati!’, mi ha detto. ‘Torna alla vita’. In quel momento ho iniziato a piangere forte, ma era uno strano pianto di gioia, c dappertutto nell’aria attorno sentivo vibrare la stessa gioia, e  non potevo fare a meno di piangere, come un bambino. Non sapevo come ringraziare il mare, per quel regalo così intenso ed improvviso…Allora ho chiuso gli occhi, e mi sono visto mentre posavo una rosa bianca sull’ acqua, e quella rosa diventava sempre più grande, e più prendeva il largo, invece di sparire all’ orizzonte si ingrandiva sempre di più. Era bellissima. E’ stato come un sogno…Devo essermi addormentato. Quando mi sono svegliato era buio”.



Il signor Candido Arturo, di professione giornalaio ambulante e chitarrista per vocazione, era rimasto educatamente seduto in disparte. Quando Vittorio e Gertrude alzarono lo sguardo, videro che anche lui si stava asciugando una lacrima.
Aveva trovato Gerti raminga ed affamata ai margini di un ruscello, durante il suo giro di vendita dei giornali. Impietosito, l’aveva deposta tra le riviste di lavori all’uncinetto e una vecchia sciarpa sul sedile posteriore della sua vecchia auto beige. Senza chiederle nulla – gli sembrava troppo turbata e stremata  per sottoporla ad un inutile interrogatorio –  le aveva preparato una minestra di grano tiepida e un cesto comodo e pulito vicino alla stufa a legna.
Di sera, quando non era troppo stanco, le cantava le sue canzoni alla chitarra. E una sera, Gerti, ben ristabilita, prese ad accompagnare in sordina quelle melodie, e poi a canticchiare a becco chiuso le musiche tante volte ascoltate alla fattoria e alla radio nel pulmino del formaggio.
Ne nacque un duo formidabile. Iniziarono ad esibirsi nel cortile dei vicini, e poi dai vicini dei vicini, finché il sindaco in persona li invitò a cantare e suonare nella piazzetta della fontana antistante il municipio. Ed erano diventati l’attrazione del paese.

La felicità dell’incontro era così grande da non poterci stare in tre cuori soltanto. E così furono mandati telegrammi e piccioni viaggiatori a destra e a manca, a Tokyo e a New York, a Milano, al mare e lungo il Po, e, con l’aiuto del sindaco – ormai grande ammiratore di Gertrude – fu organizzata una grande festa lungo il viale antistante l’antico Palazzo dei Principi del paese. Per l’occasione, le sale più belle furono aperte al pubblico ed illuminate a giorno con centinaia di candele profumate all’ acacia  e alla citronella. Il corrimano della scalinata principale venne tutto addobbato con sottili tubi di cachemire disegnati da Nelli e Giodi Mass; mentre nella saletta più buia e misteriosa Artura Draghetti, Davide e Gionni stupivano il pubblico con sbalorditivi numeri di trasformismo e costumi variopinti. L’aria fu colma  delle note di arpa, flauto e chitarra: Vittorio, Candido e Cristian, il flautista, costituivano un trio ben assortito. E la voce del tenore Luca Forte incantò anche i meno avvezzi a quella forma d’arte. Gertrude era troppo emozionata per esibirsi; preferì godersi la serata appollaiata in braccio al Signor Fortunato, l’orologiaio, seduto vicino alla piccola Lela e i suoi genitori. Fu una serata memorabile

Berta si fermò per un attimo. Le luci delle candele  danzavano davanti ai suoi  occhi, facendole vibrare penne e piume per l’emozione. L’uditorio era in perfetto silenzio, così  rapito dall’incanto di quella notte d’estate da scordare che, fuori in cortile, i fiocchi continuavano a cadere morbidi e bianchi.
“E…dopo la festa, cosa avvenne?”, sussurrò qualcuno con un fil di voce.
“Oh,  di tutto! L’entusiasmo non si spense alle prime luci dell’alba. Arturo e Nelli presero la situazione in mano  e riproposero agli amici l’idea dello spettacolo. Vittorio dapprima fu titubante, ma il tenore Forte si fece in quattro per convincerlo. Il Signor Candido era smarrito, non ne sapeva nulla! Ma fu felice di essere coinvolto nell’iniziativa. Il sindaco gli trovò subito un sostituto per la distribuzione dei giornali. Lavorarono tutti febbrilmente per mesi. La prima  fu fissata per il sette di dicembre: era una sera come questa, con la luna e la neve. Il modesto teatro dirimpetto al Palazzo dei Principi brillava tirato a nuovo dagli operai del comune…”

Berta raccontò della serata, alla quale aveva assistito di persona dietro alle quinte, per incoraggiare Gertrude, e più volte si commosse, e con lei tutte quante le galline, la Titina, e persino Mariolina e il Micio..
“E adesso dove sono Vittorio, Nelli, Candido e tutti quanti?”.
“La settimana scorsa erano a Venezia, mentre la prossima settimana si esibiranno nel teatro di Freiburg, in Germania. Gino il Piccione Postino mi ha fatto avere il programma completo prima del grande freddo”.
“Sarebbe bello conoscerli !”, esclamò Titina, stiracchiandosi con soddisfazione.
“Li conoscerete senz’altro. Lo spettacolo verrà messo in scena…”
“…nel grande salone dell’oratorio!” belò Mariolina, che mai aveva fiatato fino a quel momento.
“E tu come lo sai?”, chiese il Micio.
“Avrà tirato ad indovinare!”, chiocciò qualche voce.
“Bèèèèèèèè …..Niente di tutto questo”, rispose. “Ho sentito Don Luigi parlare a Lela di una sorpresa di primavera all’ oratorio, e ho fatto due più due. Giusto, Berta?”
“Ottima deduzione, Mariù. Sì, lo spettacolo arriverà a primavera. Non vedo l’ora! Ma adesso tutti a nanna, coraggio…Sono proprio un po’ stanca”.
“Grazie mille, Berta”, dissero tutti prima di accomiatarsi. “Grazie di cuore. E’ stata una splendida serata d’inverno”.




“E domani, cioè tra pochissime ore, ormai vi aspetto tutti a scivolare sull’ aia!” esclamò Titina, prima di crollare sulla coperta della cuccia esausta e felice.
“Un momento!”, disse ancora Figaro, quando tutti già quasi dormivano. “Come si chiama lo spettacolo?”.  Berta avrebbe voluto rispondere, ma stanca com'era scivolò  in un sogno dove un fiocco di neve diventava una rosa grande e bianca su di un mare calmissimo e piatto in cui il cielo giocava fra il verde e l'azzurro, come fa il sole di giugno tra lo smeraldo delle risaie. 




Testo e fotografie di Enea Grosso)