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sabato 24 gennaio 2026

Il cuore antico di Crevacuore

 
Il cielo promette neve. Ci sono due gradi e io mi sto dirigendo a Crevacuore, borgo di 1.300 residenti, in Bassa Valle Sessera, di competenza amministrativa della provincia di Biella. In piemontese, mi piace ricordarlo, si dice Crevachör.

Non ci vado da un bel po' di anni. L'ultima volta ricordo di aver a lungo passeggiato fra le vie che profumano letteralmente di antico. La sua storia posso raccontarla, le origini del borgo affondano radici profonde, che risalgono al Decimo secolo, al Medioevo, ma in questo momento sento di viverla.

Ad attirarmi nuovamente in paese è la segnalazione giunta tramite il Comune, "Buonasera Crevacuore", iniziativa social avviata con l'inizio del nuovo anno (2026, ndr). M'incuriosisce il luogo "che parla piano": la chiesetta di Santa Marta e San Bernardino da Siena del 1600, con organo del 1742. L'avevo catturata nelle mie fotografie, ma mai l'avevo visitata. Si trova affacciata su piazza Vittorio Emanuele, non distante dalla chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta.  

Mi avvicino un pochino confusa, ci arrivo con le indicazioni fornite da una donna con un cane al guinzaglio, che gentilmente, e anche pazientemente, ritrovo una seconda volta nei pressi della chiesa, che è chiusa: «Certo, è sconsacrata e pure pericolante. Può suonare dal Don, magari la può aiutare», mi dice. In effetti sono venuta apposta: ci provo. Mica darò dispiacere a interessarmi della chiesa.

Mi accosto al campanello, a pochi passi da noi, seguendo la traiettoria del dito indice della donna, e pigio il pulsantino. Risponde una voce maschile: «Chi è?». Mi presento con nome e cognome, ma non ho il tempo di spiegare altro che avverto la voce farsi vicina: «Arrivo» e la porta si apre. Appare un ragazzo con la barba e la berretta. Si chiama Michele. Spiego brevemente cosa sto a fare lì, in un’ora forse inopportuna, e mi scuso per il disturbo. Lui, accogliente, dice di essere impegnato, ma: «Guarda caso tengo la chiave della chiesa in tasca» e me la mostra. È piccola, moderna, luccicante, non certo ciò che nel mio immaginario rasentava quella di san Pietro.

Michele si offre di mostrarmi la chiesetta e subito s'incammina, attraversa la strada, pochi passi, e infila la chiave nella toppa di un lucchetto che tiene fermo un catenaccio dalle dimensioni ragguardevoli, questo sì, potrebbe proteggere la porta del Paradiso. Le sue poche mosse mi consentono comunque di riassumere la mia passione per la storia locale e il desiderio di scattare qualche foto agli interni, alla navata, al presbiterio e alla cupola dell’abside. Michele m'invita a non utilizzare il flash e a non toccare nulla: «Ma questo lei dovrebbe saperlo». Annuisco e compiendo non più di due o tre passi, entro. Accenno all'intenzione di rimanerci non più di due minuti, anche perché quel "è pericolante"  mi risuona nelle orecchie. Il ragazzo però sbotta, dicendo: «Mi fido ciecamente di lei. Quando esce richiuda la porta, come ha visto poc’anzi». Mi appello ancora alla brevità della visita, ma lui insiste: «Ora sono impegnato, non posso restare, ma non si preoccupi». E sparisce.

Stupita della situazione in cui mi sono cacciata, scatto alcune foto, senza flash, che neppure occorre, e mi guardo intorno. Ci sono begli affreschi ovunque e piange il cuore a vederli tanto sofferenti. Ancora rendono l'idea di come vennero concepiti, perlopiù ad opera di  Lorenzo Peracino di Cellio. L’oratorio, documentandomi, scopro avere origini ancora più antiche, da una confraternita di frati minori francescani.  

Esco, richiudo come da indicazioni e mi accerto che il lucchetto sia effettivamente bloccato. Andarmene in silenzio però mi pare brutto, scortese. Risuono il campanello del Don, ricompare Michele con la stessa modalità di prima. Lo ringrazio per la disponibilità e mi sincero del nome, poi ne scriverò. Lui mi risponde con il sorriso, che deve appartenergli per natura.

Il cielo si è fatto scuro, più di prima. Il sole dietro alle nuvole è calato. Colgo il momento per fare due passi fra i portici bassi, vagamente cupi. Spiccano le vetrine delle botteghe illuminate, di una bella tonalità calda. Qualcuno intorno a me cammina veloce, avvolto nella giacca, imbacuccato fino agli occhi. Scorgo i segni della storia negli affreschi, nei dettagli di certe architetture, come i muri sporgenti, portanti, con la base allargata, o la finestra in cotto dell’antica zecca. Sì, a Crevacuore battevano pure una moneta propria.

Il freddo mi rinvigorisce, ma il buio penalizza. È tempo di rientrare, con un bottino tutto da raccontare.

Anna Arietti

(testo e fotografie)






























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Seguono immagini del Comune di Crevacuore.







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