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martedì 27 settembre 2016

Sharaby, il dj della voce

"Non mi sento migliore di altri. Non voglio sfidare nessuno per diventare qualcuno. Credo nelle formazioni che fanno musica insieme. Diventeremo le popstar della beatbox, che all’estero già funzionano. Si fanno spettacoli brevi in locali diversi"

Roberto Bianchetto, in arte “Sharaby”

Non ama le competizioni musicali. Gli piace “suonare” in gruppo e quello che fa con la voce ha del sorprendente. In arte “Sharaby”, Roberto Bianchetto, 25 anni, di Lessona, è un “human beatbox”, riproduce i suoni di una batteria, di un basso o di entrambi contemporaneamente, utilizzando la bocca.

“Tutto nasce un po’ per caso - racconta -. Nel 2011, dopo essere tornato dall’Australia, dove sono stato per togliermi dal mondo biellese, per lavorare e dove è accaduto di tutto, ho incontrato un ragazzo che riproduceva suoni. Non sapevo si chiamasse beatbox. Erano versi semplici, beat di base, come quelli che insegno ai ragazzi fin ai primi step. Ho provato a imitarlo e mi riusciva bene. Erano soltanto delle pernacchie e in tanti mi dicevano di smetterla, ma non ho mollato. Mi esercitavo quattro, cinque ore al giorno e adesso ottengo dei suoni veri, che funzionano. E’ stata una rivincita. E dire che di musica non ne sapevo quasi nulla”.

Dunque, Roberto non ha inghiottito aggeggi strani. Il suo è un talento che trova forza in una straordinaria determinazione, come ripete spesso: “ci lavoro sempre; mi viene spontaneo”.

Ho iniziato da solo; non volevo mostrarmi in pubblico. Sono timido, ma nel 2014 mi son deciso; ho partecipato ad un laboratorio artistico a Biella. E’ stato lì che Riccardo Ruggeri di Scuola Sonoria di Cossato mi ha notato e da allora studio la teoria. Le tonalità che emettevo in precedenza erano corrette, ma non lo sapevo; andavo a orecchio. Ancora adesso ascolto una canzone e la imito. Improvviso anche durante le esibizioni. Per aggiungere musicalità ai suoni, di recente ho iniziato a suonare il piano, di nuovo a orecchio. Ho chiesto dove si trovano le note sulla tastiera e via”.

Roberto “suona” con Riccardo Ruggeri; il duetto si presenta come “The Fiyah bun”, in giamaicano “fuoco che brucia”, mentre con Fiorenza Tumiatti, studentessa al Conservatorio di Alessandria, sale sul palco come “Sharaby & Florie”. La trasmissione televisiva “Italia’s got talent”, invece, non fa per lui, come pure le competizioni che si organizzano in giro per l’Italia e all’estero: “Quel genere di tivù rovina un po’ la musica - spiega -. Ti apre le porte e poi facilmente te le richiude e non voglio infilarmi in quella spirale. E poi non amo gareggiare, come si fa spesso in questo genere musicale; non mi sento migliore di altri. Non voglio sfidare nessuno per diventare qualcuno. Credo nelle formazioni che fanno musica insieme. Diventeremo le popstar della beatbox, che all’estero già funzionano. Si fanno spettacoli brevi in locali diversi. Nel Biellese sono restii a pagarti la serata, figurati dieci minuti”.

La tecnica del beatboxing è diffusa in America, in Italia invece è considerata una forma d’arte recente. I precursori sembra siano stati gli afroamericani dei ghetti, che la utilizzavano come accompagnamento nei canti a cappella, come basi rap. Il beat è l’unità di misura del tempo musicale e “box” è una drum machine elettronica, utilizzata per creare sessioni ritmiche; da qui, essendo suoni prodotti dall’uomo, si dice “human beatbox”.

“Da qualche mese ho preso una loop station; registro i suoni della mia voce e li utilizzo come base a ripetizione, mentre dal vivo ne aggiungo altri. Lo strumento mi permette di proporre più tonalità, un po’ come fanno i dj quando mixano le musica. Posso creare una linea melodica e dare vita a generi diversi, rock, techno, dubstep, hip hop, blues e rock’n’roll. Su un canale registro un beat, un suono, e su un altro uno snare, un rullio di tamburo, sempre prodotti da me. Da un anno insegno la mia ‘arte vocale’ a Scuola Sonoria; credo di essere l’unico nel Nord Italia. E’ un nuovo linguaggio. Ti togli dalla testa l’italiano e pensi a beat. Ascolto i suoni, li trasformo in parole, per somiglianza, e le pressurizzo. Le basi corrispondono alla ‘P’ e alla ‘C’ che associo alle parole ‘pizza’ e ‘cozze’. A dire il vero faccio riferimento anche ad altri termini, ma questi funzionano benissimo”. Detto fuori dalle righe, la “P” sta per “puzza” e “C” sta per un’altra paroletta intuibile. Basta provare a dire velocemente “cicabucabum” per sorprendersi a fare beatboxing. “I suoni che riproduco simultaneamente sono tre, con la lingua, con la bocca e con le labbra - gli esempi di Roberto sono immediati, ma a volerli trascrivere mette in crisi -. Mi esercito anche facendo la doccia, l’acustica è perfetta, il suono rimbomba bene. Certe volte gli amici sbottano e dicono che dei miei versi ne hanno due palle”. 

Ciò nonostante Roberto guarda avanti. In cantiere c’è “Sharaby, the vocal dj”, uno show che comporta lavoro di programmazione. “Proporrò la mia personale visione della musica, l’evoluzione dagli anni Sessanta ad oggi - conclude -. Vorrei farmi conoscere con l’arte di strada. Sono convinto però che dovrò uscire di nuovo dal Biellese per trovare la prospettiva. L’arte vocale è una delle evoluzioni della musica”.

Anna Arietti
(testo e immagini)

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