domenica 15 agosto 2021

"La mia vita fra ricordi di lavoro e di guerra"



di Anna Arietti

Dante Aglietti, 95 anni, ha fatto per trent'anni il "cap di tlé dal Gal", il responsabile del reparto tessitura della "Manifatture Vittorio Gallo". 

I ricordi si muovono nel passato, di quando alla borgata Vallone "era tutto diverso": "C'erano tanti cortili, stalle e travà, i fienili - dice -. Mio papà si chiamava Federico, classe 1884. Mio nonno Egidio". 

Prima di iniziare il racconto legato alla sua gioventù, un pensiero va ancora all'amico di una vita, Elio Panozzo, l'ex sindaco di Cossato: "Io e lui ci domandavamo spesso a chi sarebbe toccato per primo... andarsene. Tirumma la buschëtta?, dicevamo. È mancato ormai da quasi un anno", segue un lungo sospiro.

"Era il 1944 quando sono venuti i tedeschi a prendermi in fabbrica con tutta la squadra del Valun, borgata Vallone. Eravamo io, il Bruno e il Gino Costa, l'Alessandro Rubino, il Marcellino Aglietti e gli altri quattro am vis pö, non me li ricordo più. Siamo finiti a Ivrea, alla stazione ferroviaria. Sulla carrozza del treno che doveva portarci fino in Germania c'era scritto: cavalli 8, uomini 40, che era la capacità di trasporto. Per fortuna, abbiamo incontrato una persona fra i capi che più brava non poteva essere, una semplice, come noi. Era un comandante nazifascista di Cuneo, che faceva domande su cosa avessimo fatto, 'non siete comunisti, non siete partigiani', aveva detto, 'allora tornate a casa'. Ci aveva salvato la pelle. Diciamo grazie a lui e al sartur dal Valun, il sarto Enzo Mombello. Invece, il nome di chi aveva fatto la spia non lo dico, perché non sta bene. Dopo quel fatto ero poi entrato a far parte dei partigiani. Ero andato in montagna, nella 50° brigata "Edis Valle". Il mio nome era Topolino, mi era venuto in mente così, perché ero un masnà, un ragazzo. Avevo 18 anni". 

Il fatto che gli ritorna con più lucidità è legato all'attacco della Garella, frazione di Castelletto Cervo. Nomina un camion incendiato, persone fucilate: "A noi era andata bene. Eravamo rifugiati alla cascina Sorte. I tedeschi avevano circondato tutta la zona, da Cossato alla Motta, fino a Buronzo e controllavano anche la ferrovia Biella-Novara. Noi, dalla cascina siamo finiti alla Corte an Castél e da lì ci siamo rifugiati di nuovo in montagna e poi ci siamo dati alla pazza gioia. Eravamo senza scarpe e senza pantaloni a forza di strisciare per terra per non farci vedere, altrimenti le mitragliatrici ci avrebbero colpiti. E poi non voglio dire più di tanto, perché c'erano tanti rastrellamenti. Non sono bei ricordi. Dopo la Liberazione sono tornato a lavorare dal Gallo. Non ho mai rüsià, litigato, con nessuno, neanche con i padroni. Il Pinot sapeva come la pensavo, ma diceva che ognuno doveva tenersi la propria idea. Me lo ricordo il Pinot, che passava fra i telai in bici. Per il resto niente, avevo la maladia dla casscia e dla pësca, avevo la passione per la caccia e la pesca".

Anna Arietti
(testo e immagine)

L'articolo è stato scritto per "La Nuova Provincia di Biella" - 31 luglio 2021

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