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lunedì 13 luglio 2020

Pietro e il borgo di Sassaia


Il piccolo borgo di Sassaia, frazione di Campiglia Cervo a 1.020 metri di quota, in Alto Piemonte, viene ricordato per le sue donne, "le stelle" che iniziavano il lavoro con gli astri del mattino e lo concludevano con quelli della sera. È conosciuto per i voltoni in pietra che proteggono dalle intemperie, ma è prezioso anche perché custodisce i ricordi di chi la propria casa non l'ha mai lasciata, imparando a vivere in solitudine, nel silenzio, tanto da non volere neppure la compagnia di una televisione "che fa venire sonno a guardarla".

"La radio è meglio", ammette Pietro, che è nato a Sassaia 81 anni fa. "La mia infanzia è trascorsa con altri cinque o sei bambini. Avevo studiato a Campiglia, alle Scuole tecniche professionali, indirizzo costruzioni edili. Il lavoro l'avevo trovato a Biella in uno studio per il quale progettavo abitazioni. Non mi sono mai mosso da Sassaia, dalla casa a cui sono affezionato. Dopo la morte dei miei genitori, sono rimasto per anni l'unico residente effettivo. Di recente si è trasferita anche un'altra famiglia". 

Le origini del borgo risalgono al Seicento. "Nel 1906 c'erano trentaquattro famiglie, circa trentaquattro case; di queste alcune sono diroccate, ma altrettanti rustici sono diventati abitabili, motivo per cui il numero dovrebbe essere invariato. Si coltivava la terra e i prati erano adibiti a pascolo. Quando ero bambino esistevano già le fabbriche di Sagliano e Miagliano. Mio nonno invece faceva il muratore in Francia e ci andava in bici". L'occasione di ritrovo è la messa per San Silvestro, che una volta giustamente si celebrava alla fine dell'anno, quando i lavoratori stagionali, muratori e scalpellini, erano a casa. Oggi invece si tiene ad agosto con l'arrivo di una quindicina di villeggianti.

Un tempo nevicava molto. Per ripararsi si usufruiva delle pantalere* e dei voltoni. In inverno i panni si lavavano in un lavatoio con acqua di sorgente, meno fredda, mentre quella della fontana nella piazzetta è di torrente e quando la temperatura scendeva a meno quindici gradi, ghiacciava. "Certe volte non potevamo nemmeno avvicinarci, tanto la neve era alta. Per pulire la mulattiera ci organizzavamo in tre famiglie alla volta con la pala, aprivamo un passaggio largo cinquanta centimetri, forse anche meno. La carrozzabile, il raccordo che si ferma ai margini del borgo, è arrivato negli anni Settanta". Ancora oggi le case si raggiungono soltanto a piedi. "Sono i vecchi che non hanno voluto la strada, altrimenti ce l'avrebbero fatta  - aggiunge -. Qui è tranquillo. E in tanti sognano di abitarci, mentre altri che hanno la casa non ci vengono mai".

La chiacchierata potrebbe concludersi così, chiedo di potergli scattare qualche foto. Pietro s'imbarazza per i suoi capelli lunghi, ancora da Covid. Poi acconsente. Addirittura m'invita a vedere "l’an-cà-da fé", la casa del fuoco, la cucina in cui anticamente si accendeva il fuoco sul pavimento. Camminiamo sui ciottoli, lui si sostiene con la canna, io lo seguo. La porta della casa è chiusa con un catenaccio. Osserviamo il muro annerito dal fumo attraverso una grata e intanto mi parla di altre abitazioni in vendita. Spiace vederle lasciate in balia del tempo.

Passiamo sotto a un voltone, in cui fino a non molto tempo fa c'era il telefono pubblico, che anche lui gestiva. I ricordi riprendono a fluire, Pietro racconta della coltivazione della canapa, dalla quale ricavavano la fibra per tessere lenzuola, asciugamani e i sacchi per battere le castagne. La fabbrica era a Sala Biellese. Il tessuto era robusto e ruvido.

Con la confidenza che cresce, andiamo a vedere anche l'orto: "Vengono bene le patate e i fagioli, ma con il caldo degli ultimi anni cresce di tutto". Il sole sta calando dietro alla montagna, quando il suo bastone si solleva in una direzione ben precisa e mi dice della luna in certe sere: "Dovresti vederla con il cielo limpido, sembra messa lì apposta". 

Ci sarebbe ancora da dire, ma stiamo per raggiungere l'imbocco del sentiero che collega Sassaia al resto del mondo: "È bello che si sappia come si viveva - sbotta ora con nostalgia -. La gente era diversa. Tutti lavoravamo e tutti eravamo ricchi uguali, voglio dire, poveri uguali. I soldi erano pochi e ci scambiavamo i lavori, i favori. Si viveva alla buona. C'era unione come se fossimo una famiglia. Oggi, con un certo progresso, si è creata distanza e il costo della manodopera è spaventoso". Ci salutiamo nei pressi delle casette dove facevano essiccare le castagne, che ancora lui aveva battuto per sbucciarle, prima di gustarle nella minestra con il riso e il latte.

Il coinvolgimento passa per le emozioni che fanno vibrare il cuore, creando nuovi stimoli. La rievocazione di Pietro è una scintilla che accende il desiderio di montagna, di ripopolarla, di viverla secondo i presupposti della modernità, ma anche del rispetto. Oggi, su tutto, ricordo il suo sguardo sereno e la fronte liscia. 

Anna Arietti
testo e immagini


* prolungamento della falda di un tetto


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5 commenti:

  1. Conosco Sassaia essendovi stato diverse volte ospite in casa di amici. Mi permetto di inserire un link con alcuni versi su quella casa e sul paese: http://www.lepoesiediagostinobarletta.it/Casa%20di%20Sassaia2002.htm

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    1. Casa di Sassaia (*)

      Sentinella di ricordi,
      angolo nascosto
      tra pietre pulite
      e profumi di bosco.
      Riascolto il suono
      dei tuoi ballatoi calpestati
      dai passi ormai persi
      di tanti antenati,
      ritrovo gli odori
      uguali e diversi
      dei miei vecchi dispersi.
      Macinini e credenze,
      lumini contorti,
      armadi e bauli profondi,
      neri paioli di bronzo,
      taglieri consunti,
      moltitudine di oggetti silenti
      che recano voci di vita e di stenti,
      di anni trascorsi
      sommando rosari di giorni
      tra meste partenze
      e lieti ritorni.
      E gente composta
      di soli migranti:
      uomini nel mondo
      e donne sui monti.
      E rari ritrovi
      nei giorni di festa,
      con abiti nuovi
      a goder quel che resta,
      mettendo in comune
      con grande fierezza
      le magre risorse
      ed una certezza
      che, tra boschi e dirupi,
      tempeste e alluvioni
      sconvolgono valli
      ma temono
      tante minuscole pietre
      serrate a milioni.

      Sassaia, luglio 2002
      (*) Finalista con pubblicazione nell'antologia: AA.VV., "La citta'dei poeti-terza edizione", LIBERO DI SCRIVERE, 2004

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    2. Leggo con piacere. Grazie per avermi scritto.

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  2. Risposte
    1. Grazie per aver letto. La prossima volta, se vuole, metta il nome.

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