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lunedì 29 febbraio 2016

Titina e il Poeta del Lago di Viverone

Titina e il Poeta del lago
Testo e immagini di Enea Grosso





Con la primavera giunse il momento delle scampagnate fuori porta. Era una bella giornata di sole, e la Titina era già tutta in fibrillazione. “Adoro il sole”, mormorò fra sé, socchiudendo gli occhi completamente immersa in quell’attimo meraviglioso.

“TITIIIINAAA! GITAAaaaaa! “. Ecco: quello era un tipo di richiamo al quale rispondeva subito. 

Cominciò a saltellare come impazzita – quasi stesse per spiccare il volo – e iniziò letteralmente a volteggiare nell’aria, quando comparve il guinzaglio: il segnale della festa (qualche volta anche del veterinario, ma riusciva a distinguere le situazioni “ a pelle”).
Non appena tutta la famiglia fu pronta – con libro, frutta, occhiali da sole e cane – l’auto si avviò verso il cancello. Alla Titina piaceva da matti appollaiarsi sulle ginocchia di chiunque fosse seduto sul sedile anteriore, con il musetto tutto proteso verso il finestrino. Adorava l’aria tiepida e il paesaggio.
Quando vide le prime colline con i filari di viti, seppe che non erano lontani dalla meta. 





Il lago non era tanto grande. Dal bordo si poteva percorrerne facilmente tutto il perimetro con lo sguardo: era l’ideale per una scampagnata nel primo pomeriggio. Si raggiungeva in nemmeno mezz’ora di guida.
C’erano poche persone. “Per fortuna”, pensò, “così stiamo più tranquilli e mi tolgono il guinzaglio”. Perché sì, la Titina esultava per collare e guinzaglio solo in quanto sinonimi di gita. Poi ne avrebbe volentieri fatto a meno.
Essendo un pomeriggio su settimana, le poche persone erano prevalentemente impiegati in pausa pranzo in cerca di un angolo tranquillo in cui mangiare il loro panino. C’era poi una coppia di mezza età, che si godeva il lungolago camminando lentamente.
Essendo il posto tranquillo, e la Titina una cagnetta a modo, si udì ben presto il “click” che la dichiarava libera. Il guinzaglio cadde a terra e lei iniziò a divertirsi davvero. 


Che gioia strusciarsi sull’erbetta tagliata di fresco ed esplorare - con discrezione – sotto alle panchine e in mezzo ai cespugli ai bordi della passeggiata.
Ma soprattutto, quello che più le dava soddisfazione era prendere la rincorsa e …un due tre via! E senza quasi respirare, lunga affusolata come un razzo, buttarsi a pesce tra le foglie di ninfea e SPLASH! Per riemergere come un sirena un po’ pingue e pelosetta, con un’ alga sul naso, tra le anatre perplesse da tanto entusiasmo. Eh già, per loro l’acqua non era certo una novità… tanto meno per i pesci, che si erano tutti allontanati giusto in tempo prima del tuffo del missile. 





“Fai un po’ cuccia, Titina, dai, c’è gente”. In effetti c’era un nuovo gruppetto di persone sedute sul prato lungo la riva.
Curiosa e socievole com’era, la neo sirena, scuotendosi e asciugandosi sull’erba, fece in modo d’andare casualmente proprio verso di loro. Ma proprio per caso. Aveva capito che non doveva disturbare.
Oh, già. Una cagnetta-sirenetta ubbidiente.
Finse d’inseguire un insetto immaginario, e in poche mosse si trovò a mezzo metro dai nuovi arrivati.
Non la notarono subito, così ebbe modo di osservarli.
Erano adulti, e si mangiavano i loro panini in totale beatitudine. Dagli abiti piuttosto sportivi non erano impiegati. Forse dei muratori? Mmmmm… Assaporavano il loro spuntino e la luce del lago come se fosse la prima volta.. Eppure non sembravano nuovi del posto. Titina era molto incuriosita. Erano dei soggetti interessanti. Avevano uno sguardo che ricordava quello rapito dei bambini davanti a qualcosa di veramente bello.
Le venne in mente che una volta aveva sentito parlare dei poeti. Non sapeva bene chi fossero e cosa facessero; ma la vista di quelle persone le riportò alla memoria la parola. “Poeti”.
D’un tratto uno di loro, in tono tranquillo, come se esternasse ad alta voce un pensiero del cuore, disse:”Le anatre … Sono belle!”.
E disse quel “belle” con tale dolcezza e convinzione, che Titina non ebbe più dubbi: finalmente aveva visto un poeta.
Sentì vibrare qualcosa nel profondo del suo cuoricino di cane e spontaneamente si voltò a guardare le anatre come non aveva mai fatto prima. 




Ai suoi occhi erano pennuti al pari delle galline, con il pregio di saper nuotare molto bene. E la loro apparente imperturbabilità l’aveva sempre stuzzicata…Che soddisfazione turbare un po’ il loro fluttuare silenzioso e perfetto.
Ma era vero, erano belle. Con quella testina cangiante di penne lucide, sembravano piccoli gioielli galleggianti. Notò lo stesso riflesso smeraldo anche tra le penne di una femmina che si faceva la toeletta con le zampe a bagno, tutta immersa nelle sue faccende, distaccata dal resto, incurante dei suoi osservatori.




“Ecco cosa fanno i poeti: vedono la bellezza delle anatre. Devono essere proprio persone speciali”.
“Oh, che carino!”. Lì per lì non si accorse che stavano parlando di lei.
“Ciao, piccolo…Vuoi?”. Il Poeta le porse un pezzetto di pane. Allora gli si avvicinò per ricevere la carezza sospesa a mezz’aria. “Come sei carino!”.
Che giorno fortunato. Il Poeta aveva visto ed apprezzato anche la sua bellezza, e la stava mostrando ai suoi amici. Avevano tutti lo sguardo limpido dei bambini, e degli occhi molto particolari. Erano tanto gentili……
“Su ragazzi”, disse ad un tratto, in modo amichevole ma deciso, un tipo vestito di nero, con un collare bianco e l’aria del capogruppo. Difatti lo era.
“Raccogliamo carte e bottiglie,salutiamo il cagnetto …”, e così dicendo la accarezzò “e torniamo al pulmino. E’ ora di rientrare in istituto”.
Quel signore non aveva gli occhi come gli altri; erano ordinari, come quelli del suo padrone, di sua moglie e della piccola Lela. Non erano occhi da adulto-bambino, ma erano buoni comunque.
“Ciao, cagnolino, ciao…” sussurrarono tutti.
“Si chiama Titina!”, esclamò il padrone, che aveva osservato la scena.
“Titina! Una femmina! Ciao, ciao Titina”..
Rimase lì, dove l’avevano lasciata, scodinzolante in segno di saluto.
Adesso tutto le sembrava bello. Anche quegli esibizionisti dei cormorani, che si tuffavano di continuo tra le acque in cerca di cibo…Ma le anatre, le anatre le sembravano ora la cosa più bella del lago, gioielli fluttuanti tra il verde e l’azzurro.
Nessun altro, all’infuori di lei, sembrava essersi accorto della presenza dei poeti. “Che strano”, pensò. “La gente è distratta…”, rifletté fra sé.
“Poverini”, mormorò la moglie del padrone. “Che vita... “
Il cane non capiva. “Poverini chi? I poeti? Oddio, non solo la gente è distratta, ma proprio non capisce niente”.
Un po’ dispiaciuta, ma d’altro canto orgogliosa della propria finezza d’intuito e del privilegio avuto, si accucciò soddisfatta della giornata.
Sapeva di avere ragione. Chi, se non un vero Poeta, avrebbe potuto aprirle occhi e cuore alla bellezza delle anatre con tanta semplicità? Con quattro semplici, intense parole appena sussurrate?
Il cielo nel frattempo si era rannuvolato un po’. Non c’era quasi più nessuno.
Sul prato lungo la riva era disteso un würstel morbido e peloso - marroncino e bianco - con un occhio vigile sulle anatre a bagno, e l’altro già aperto sul mondo dei sogni.




Anatreal lago di Viverone
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Nella foto: Titina nel cortile di casa. Il lago della TItina è il Lago di Viverone.

domenica 28 febbraio 2016

(Domenico Ciardi, Bose, Magnano, BIelmonte)

Domenico Ciardi, "Non basta la terra"- Ed-Qiqajon


un giorno
quanti maldestri tentativi
poi
   un giorno
stanno leggeri in cielo gli aquiloni

(Domenico Ciardi, monaco di Bose)
Festa dell'Aria a Bielmonte (foto di E.G.)























  Nella prefazione al libro, Enzo Bianchi riporta questo haiku di Dag Hammarskjöld: "Negato ogni sbocco / il calore mutò / il carbone in diamante".

(Il volo di Flaminia - Principato di Masserano, appunti e foto)

Il volo di Flaminia
di Enea Grosso



Mi avevano detto che sarebbe stato facile volare…basta lasciarsi andare, leggeri, nuvole nell'aria con le braccia spiegate. O forse me lo sono immaginato…chissà? Ah, no, ora mi viene in mente. Era stato un mio conoscente ex- paracadutista. Già.. Probabilmente aveva ragione. Ma i suoi voli ed il mio – l’unico – erano di natura e volontà diverse. Completamente. Il volo in questi giorni sembra essere il mio argomento principale, il mio cavallo di battaglia con cui incantare le persone – quasi fossi un novello Vecchio Marinaio! Ma per carità…Io sono Flaminia, nient’altri che Flaminia, e tutto il vento che passa e soffia qua e là, non mi tocca più. Non ho mai capito niente di volo, eppure mi muovo come una foglia nel vento. E’ tutto così chiaro, adesso, tutti i veli di polvere e mistero sono tolti…


STET DOMUS HAEC BONO
VIR QÖT AEQE A BOOTEM
OCEANI FLAVAS BIBERIT AMNE
COMAS
OMNE SOLUM VIRO
PATRIA EST 

Avevo riletto quella scritta tante volte, me l’ero annotata e riguardata. Non svolgevo il lavoro di bibliotecaria per caso, la mia era pura passione. Amavo lasciar scorrere il naso sui volumi sepolti dalla polvere. Ammiravo coloro che, con infinita pazienza, li sapevano amare e ne ricostruivano i nessi segreti, ridando luce a parole del passato altrimenti destinate all'oblio. Mi aveva sempre affascinata la storia riscoperta del Principato.
Quanti giochi di potere e quanti intrighi, tra le mura di quello che oggi era un tranquillo municipio di paese! C’erano volute la passione e la pazienza di un umile sacerdote di campagna per restituire in pieno a quelle pareti tutta la loro magia.
M’immagino ancor oggi l’infinita tenerezza ed il quieto stupore – senza squilli di campane, senza fracasso – con cui doveva aver trattato i frammenti di notizie mano a mano che venivano alla luce. Nel rileggerle riordinate e riscritte a chiare lettere, ogni volta ripetevo a fior di labbra un “grazie” … Non che quella scritta in latino avesse un gran significato in se ’; ma poiché era legata al mistero dei due idoli – mai risolto – mi intrigava alquanto. E covavo la segreta speranza d’imbattermi, un giorno, in qualche pergamena timida e dormiente che, voilà, si decidesse a rompere il silenzio proprio mentre io mi trovavo a curiosare nei paraggi. 
In realtà, quella scritta si riferiva ad uno solo dei due idoli, ilgallo sghembo
Ma, quando si toccava l’argomento, normalmente i due antichi simboli erano accomunati, e si parlava dei due “idoli”, appunto: il guerriero con scudo a cavallo e il gallo misterioso. 
Magari le notizie sull'uno potevano ricondurre anche all'altro…Nemmeno il minuzioso lavoro del dottissimo prete aveva fatto luce sul loro significato. Nessuno ne aveva mai trovato la chiave.
  Decisi che quello sarebbe stato, senz'altro, un pomeriggio altamente culturale; ma l’aria tiepida, i caffé eleganti della vecchia Torino e le vetrine invitanti, mi mettevano addosso una tale piacevole leggerezza che poco si accordava con gli antichi volumi polverosi. Accidenti, avrei dovuto invece sentirmi particolarmente nei panni del topo da biblioteca, visto l’invito speciale, con tanto di conferenza introduttiva e buffet conclusivo, che mi spalancava porte e fogli solitamente inaccessibili della ricca Biblioteca Reale! Ma guarda un po’…Ero quasi indispettita. Con me stessa, naturalmente. Ma si può essere più sciocchi di così…Uffa. 
Prima di rinchiudermi in quella sacra atmosfera trasudante cultura, avevo intravisto in una vetrina un paio di jeans a vita bassa, come quelli che portano le ragazzine; e, sbirciando all'interno di un negozio “tutto a 5 euro” mi era caduto l’occhio su alcune T-shirt colorate, stampate a scritte e fiori. Ma rischiavo di arrivare in ritardo – già il treno aveva fatto la sua parte, ed allora non mi restava che allungare il passo senza distrarmi. Però, sulla via del ritorno, mi sarei fermata. Magari avrei preso il treno più tardi. 
Dai, era una vita che non mi compravo qualcosa di un po’ moderno!
 

Non potei credere ai miei occhi, mentre il mio sguardo scorreva - un po’ superficialmente, devo ammetterlo – sui ricami d’inchiostro sbiaditi e ingarbugliati: quel documento parlava di un ignoto viaggiatore che avrebbe scelto come sua novella patria proprio…Masserano. 
D’improvviso il fascino di jeans e magliette dozzinali svanì come una bolla di sapone. Quasi mi sentii risucchiare tra le lettere della minuta calligrafia, tanto ero concentrata nella lettura, incosciente dello spazio intorno.
Guarda guarda…Pare fosse un nobile in fuga dalla sua terra per qualche oscuro motivo…Ah! E questo segno sbiadito dev'essere il suo stemma! Il simbolo del gallo! Ma non è mezzo rovesciato come l’idolo della mia scritta…Eppure è quello. Con un paio di sottili, stravaganti modifiche, a parte la posizione. Ma quando mai un nobile modifica il suo stemma? Non ha senso…Ah, ma qui ci sono altre notizie interessanti…Mmm, pare ci si debba armare di pazienza e dare un’occhiata a qualche altro volume.
Ebbi fortuna. Dopo solo poco più di un’ora di ricerche, trovai l’aggancio che mi serviva.
Ecco, ecco qua, infatti si parla della stessa persona, mi sembra. O forse no. Qui si dice che un nobile cavaliere dovette lasciare…
“Scusi, le spiace leggere nella mente? Sono venti minuti che sta bisbigliando a mezza voce formule incomprensibili. Non mi trovi scortese, ma mi tolgono la concentrazione. Perdo il filo”.
“Oh, scusi tanto! Ha ragione…Non mi rendevo conto”.
Proprio una storia bizzarra. Ecco di nuovo il gallo. Dritto. Ma che si tratti di un altro? Forse non ha nulla a che vedere con l’idolo…NON CI CREDO! Ma questo è l’idolo del cavaliere…Allora c’è un nesso fra i due! Non posso crederci! E qui, accidenti, proprio qui non si riesce più a leggere…no, impossibile. Non riesco a decifrare. Ci vuole qualcuno più esperto di me…E di nuovo non posso crederci. 

Il destino qualche volta è magico.
 

L’avevo incontrato per la prima volta ad un aperitivo ufficiale al Museo del Territorio. Non era niente di eccezionale: alto e molto magro, impercettibilmente curvo, i capelli brizzolati, una barba leggera, gli occhi marroni. Un uomo dall'aspetto ordinario. Ma quando per caso le nostre mani si incrociarono sullo stesso tramezzino al salmone, be’, mi sentii arrossire come un’adolescente.
In realtà non era proprio la prima volta che lo vedevo. Era una personalità di spicco, in città. Grande appassionato di storia locale, preside di un prestigioso istituto in costante espansione, impegnato in politica, influente in vari ambienti della vita cittadina. E anche rubacuori, si diceva. Nonostante non fosse certo nel fiore degli anni – per lo meno anagraficamente – e nonostante i capelli ormai molto più che brizzolati. Non si poteva negare: un personaggio scomodo, abituato a comandare, e decisamente affascinante. Come altre donne dell’ambiente che lui era solito frequentare, anch'io, senza rendermene conto, ero caduta vittima del suo fascino discreto e senza età.
 

“Prego…”, disse con una smorfia che voleva essere un sorriso.
“Grazie”, riuscii a dire.
“Ci siamo già incontrati, mi sembra”.
“Be’, è difficile non vederla!”, aggiunsi, impacciata. “Lei è una persona nota e io seguo le sue attività. Ma non ci siamo mai presentati”.
“Eugenio De Martinis”.
Mormorai il mio nome, e le nostre mani si strinsero per qualche secondo sulla distesa di salatini ripieni al salmone, al prosciutto e al patè d’olive nere. Sebbene avessi prima avuto un discreto appetito, me ne dimenticai. 


L’episodio mi si ripresentò chiaro in ogni dettaglio - compresi i tipi di salatini e il colore dei tovaglioli di carta, carta zucchero, come la sua cravatta – profanando l’invisibile campana di concentrazione in cui mi ero isolata da quasi un’ora.
 

Il destino qualche volta regala istanti di segreta epifania, di intima gloria.
Vedevo danzare davanti ai miei occhi il mio desiderio nascosto, cristallizzato e minuscolo, protetto all’interno di una bolla di sapone trasparente ed infrangibile – una teca bizzarra! Sa volare in alto, la fantasia, quando leviamo l’ancora da terra e ci concediamo di lanciarci nel sogno. E dire che è proprio quella la nostra realtà, un moto continuo verso il sogno… Ma chissà, senza quel volo, quanto tempo e quante vite avrei impiegato per capirlo.

 Ero troppo immersa nei mie schedari, nel computer, nella polvere, nei cappotti grigi e senza forma.
Se il destino per una volta era stato incredibilmente generoso, presentandosi sottoforma di una antico guerriero il cui destino era misteriosamente intrecciato a quello di un gallo, adesso toccava a me dare una mano al destino. Senza indugio.
E così approfondii lo studio, peraltro già minuzioso, dei giornali locali, specialmente delle pagine degli avvenimenti e delle conferenze. 

Non dovevo perdere la minima occasione.
 Lui avrebbe presenziato all’inaugurazione di una mostra di pittura? Bene, io ci dovevo essere. Possibilmente in prima fila.
Avrebbe tenuto una conferenza sulla storia della ricerca dell’oro ? (Era un esperto del settore). Benissimo. Avrei passato la settimana ad impararmi a memoria i libri sulla Bessa, i Vittimuli e la loro sorte, per essere in grado di porre le domandi più intelligenti della serata.
Pensai di integrare questa intensissima attività culturale – era dura stargli dietro, ma come faceva a sostenere quel ritmo, mi domandavo? – con degli appostamenti ben studiati. 

Volevo prima farmi notare – con discrezione – e poi eventualmente incrociare la sua strada per caso. Non potevo permettere il minimo sospetto, da parte sua, che io gli stessi facendo la corte. Che lo stessi inseguendo apposta. Oh, no! Sarebbe stato lui a ricordarsi della mia presenza. Magari sarei mancata apposta alla prossima serata importante proprio per far risaltare la mia assenza. E poi lo avrei incontrato per caso un bel mattino…Peccato che, a quanto pare, si alzasse alle cinque. 
Pur essendomi appostata più volte nel corso della settimana sotto casa sua, non mi riuscì mai di vederlo varcare la soglia. Non sapevo nemmeno se fosse sposato o meno. Si diceva che avesse un’amante, o più d’una, ed anche il numero delle presunte mogli era imprecisato. Non avevo voluto indagare troppo, o mi sarei fatta condizionare. Non avrei più osato farmi avanti. Non ero molto bene informata. Pur avendo lavorato per anni come bibliotecaria, mi ero trasferita in città solo da un anno e mezzo. Prima ci venivo qualche volta, certo, ma non avevo mai occasione di partecipare alla “mondanità”.
Da quando ero impiegata lì, invece, ero spesso coinvolta nell'allestimento di vari avvenimenti culturali. Quindi la mia sempre più insistente presenza a mostre e conferenze non poteva destare sospetti. Non mi serviva un secondo fine per essere lì. 

Ogni volta. Persino al convegno dei collezionisti di tappi di birra, di cui era socio. L’amore ci rende capaci di compiere azioni incredibili...
Giunsi infine ad una conclusione: innanzi tutto che dovevo, appunto, arrivare ad una conclusione. 

Avevo studiato le sue abitudini a sufficienza. 
Di sicuro mi aveva notata. Adesso era tempo di farsi avanti. 
Di sviluppare le foto degli antichi volumi scattate di nascosto. 
Di trovare il momento per parlargli da sola. 
C’era sempre troppa folla. L’ultima volta mi si era avvicinato, aveva sorriso, mi aveva rivolto la parola.
“Non pensavo che una donna colta come lei degnasse di uno sguardo i tappi di birra!”
Era gioviale, di buon umore. E poi, vanitoso com’era, certamente lo lusingava vedermi seguire con interesse ogni suo intervento pubblico.
Mi feci coraggio. “Be’, diciamo che i miei interessi prioritari sono altri, in effetti…Ma ritengo sia importante incoraggiare con la propria presenza qualunque tipo di iniziativa che possa valorizzare il territorio, non crede? Anche i suoi interessi, del resto, sono molteplici…”
“Il mio interesse principale rimane la storia locale”, rispose.
“Lo so, e mi piacerebbe…mi piacerebbe parlarle in proposito di qualcosa che potrebbe incuriosirla. Ha presente gli idoli del Principato?”
“Gli idoli…? Ah, sì, il cavaliere e il gallo…il gallo…”.
“Sghembo”, lo aiutai.
“Appunto, sghembo, mi sfuggiva il termine. Un mistero mai risolto…”
“Non ci crederà, ma per puro caso…”
“Ha risolto il mistero?”. Sorrise, rivolgendomi uno sguardo divertito.
“Non ancora…o meglio…Non proprio! Per questo ho bisogno di lei. Mi è capitato tra le mani un documento in cui appare chiaro che lo stemma di un nobile…”
Un paio di persone si fermarono per stringergli la mano.
“Mi perdoni, stava dicendo degl’idoli…”
“Sì, come le stavo dicendo, un giorno mi trovavo nella Biblioteca Reale a Torino e all’improvviso ho visto in un documento l’immagine di un gallo che senza dubbio…”.
Purtroppo, la conversazione fu nuovamente interrotta, questa volta dal sindaco, che lo trascinò via perché qualche autorità all’altro lato della stanza voleva parlargli urgentemente.
Sebbene visibilmente dispiaciuto, non poté fare a meno di seguirlo. Si allontanò con un sorriso, scusandosi a mezza voce, e aggiungendo: “Ne riparleremo. M’interessa molto…Mi scusi solo per qualche istante”.
Mi fermai ancora per una ventina di minuti, forse tre quarti d’ora.
Poi capii che la cosa sarebbe andata molto per le lunghe, e che mi sarei resa ridicola stando lì, dove nessuno richiedeva la mia presenza.
Tornai a casa. Dapprima un po’ scoraggiata, camminando all’aria fresca della notte ritrovai fiducia: decisi dove lo avrei incontrato la volta successiva. E stavolta saremmo stati soli.
Era sua abitudine fermarsi nella Presidenza dell’Istituto fino a tarda notte. Il viavai dei corsi serali finiva poco dopo le 23. I grandi corridoi restavano poi ancora illuminati per un’ora, per le pulizie dei bidelli. I pavimenti di marmo brillavano. Si diceva che il Dottore, a sorpresa, strofinasse un fazzoletto immacolato ora su di un davanzale, ora su di uno scalino, per verificare se fossero effettivamente puliti. Che fosse una leggenda metropolitana? Fosse stato vero , non mi sarei poi stupita più di tanto. Ci stava col personaggio. Un dittatore affascinante, con le sue manie. Sì, sarebbe anche potuto essere vero.
 

E così, una sera, presi il coraggio a quattro mani. Eh già, prima avevo creduto d’essere molto sicura di me stessa; ma, uscendo di casa, il cuore cominciò a battermi forte. E se non fossi riuscita ad avvicinarlo? Avrei potuto prendere un appuntamento. Ma io volevo incontrarlo più o meno per caso (e, lo ammetto, volevo darmi la possibilità di battere in ritirata, qualora non me la fossi sentita all’ultimo momento). E se, dopo averlo avvicinato, mi si fosse congelata la lingua in bocca? E avessi iniziato a balbettare come una sciocca? E se, dopo averlo avvicinato e avergli mostrato le mie foto e avergli parlato della possibile connessione tra gli idoli, lui avesse trovato ridicolo il tutto? Se non avesse capito?
Mille domande di questo tipo mi attanagliavano la mente mentre, facendomi forza, mi dirigevo verso l’edificio illuminato. 

Volevo intrufolarmi approfittando della confusione, confondendomi con la folla che scivolava lungo gli interminabili corridoi, ognuno alla ricerca della propria aula. Corsi di lingue, di disegno, di yoga, di scrittura creativa, le scuole serali…Non c’era che l’imbarazzo della scelta. Tanto per darmi un tono chiesi alla reception dove fosse il corso di calligrafia, perché avevo bisogno di parlare con il docente. Andai fino all’aula, giusto per prendere tempo. La lezione stava per terminare. Suonò la campanella delle 22.30, ma come di consueto il professore continuò la lezione finché non giunse il bidello a bussare. Mi spostai. Andai al distributore del caffé. Inserii la monete, presi una cioccolata.
Camminai nervosamente fino ai bagni delle donne. Volevo lavarmi la faccia. Guardarmi allo specchio. Mmm…questi jeans a vita bassa non costano niente e fanno la loro figura. Sì, mi danno un’aria proprio giovanile. Che la maglietta sia troppo sbarazzina, con queste scritte incomprensibili e la margherita enorme sullo sfondo? Ma no, sta bene con i jeans. E poi è di moda. Ho visto un sacco di studentesse, in giro, con questo stesso modello. Stasera ho persino incrociato una ragazza con una maglietta proprio uguale alla mia. Mi assomigliava anche un po’. Però lei era un po’ troppo in carne, per questo tipo di jeans…io sono magrolina. Non faccio fatica ad entrarci…però dovrei decidermi a frequentare una palestra, per rassodare un po’…E magari potrei farmi un riflesso ai capelli. E cambiare taglio. E montatura degli occhiali. Ho fatto proprio bene a fare un po’ di shopping, quel giorno magico, a Torino…Avevo voglia di cambiare stile. Ero carica di energia…Ma cosa diavolo mi metto a pensare? Neanche stessi andando ad un appuntamento galante! In effetti, però…in un certo senso…Questo è un appuntamento galante, almeno per me. Lui non lo sa ancora…Non sa nemmeno di avere un appuntamento…
Ripensai al momento in cui, nel silenzio della Biblioteca Reale, mi trovai a faccia a faccia con il mistero degli idoli. Una scarica elettrica. Un’esplosione di adrenalina in tutto il corpo. Una sensazione di potere mai provata prima. La certezza di avere finalmente azzeccato l’appuntamento col destino.
La campanella delle 23 risuonò violentemente ad ogni piano e mi risvegliò dai miei pensieri.
Con passo deciso andai verso la Presidenza.
La luce era accesa, ma non si udiva nemmeno un respiro. Mi sembrò di sentire qualcuno alle mie spalle. Trasalii. Nessuno. Ormai non c’erano che poche persone nei corridoi. Bussai. Nessuna risposta. Sfiorai la maniglia, la abbassai piano. Osai aprire la porta lentamente. Nessuno. La lampada sulla scrivania era accesa, il portatile anche. Notai una giacca posata su di una poltrona. Era sua, la riconobbi. La indossava l’ultima volta che ci eravamo parlati, prima che il sindaco ci interrompesse. Davvero un ufficio elegante. C’era un camino di marmo e un candelabro in ferro battuto a stelo lungo, che partiva da terra. Che oggetto insolito… Mi resi conto che l’Istituto era ormai immerso nel silenzio.
Lui era ancora lì, questo era fuor di dubbio. Come fuor di dubbio era il fatto che, se scoperta da qualcuno, avrei dovuto prontamente giustificare la mia presenza. Non avrei più potuto nascondermi dietro al corso di calligrafia. Feci un lungo respiro. Dai, non essere così tesa. Se ti scopre un bidello. gli dirai chiaramente che stai cercando il preside. Non c’è nulla di così stravagante, visti i suoi ritmi di lavoro. Così pensando mi tranquillizzai, e mi sedetti sul poggiolo della poltrona. Adesso non vedevo l’ora che qualcuno mi notasse. Volevo spezzare la tensione dell’attesa. Ero lì da venti lunghi minuti.
Venticinque minuti. Il nervosismo iniziale stava lasciando il posto ad un vago senso di delusione.
Mi alzai, andai verso la scrivania. Possibile che non arrivasse proprio nessuno? Lo sguardo mi cadde su alcuni fogli messi di sbieco accanto al computer. Senza riflettere iniziai a cercar di leggere al contrario, più per noia che per curiosità vera e propria. Non ero una ficcanaso, di solito. Ma dovevo pur far passare il tempo. Non volevo contare i secondi che passavano.
Ormai ero sempre più a mio agio nell’elegante ufficio deserto. Mi avvicinai alla giacca appoggiata all’altra poltrona, mi chinai fino a sentirne il profumo. Gusto raffinato, pensai.
Tornai alla scrivania, ma stavolta non più dalla parte del visitatore. Rimasi in piedi, come fossi lì per caso, vicino alla lampada, proprio accanto alla poltrona del Dottore. Così iniziai a leggere.
Non erano documenti di scuola – circolari, orari, avvisi – ne’ le bozze di future conferenze. Sembrava un racconto. Sì, la bozza di un racconto. Che sciocca, c’era un appunto a penna al margine: “corso di scrittura creativa”, con nome e cognome. L’autrice era una donna.
Incuriosita, stando in piedi, scivolai lentamente nella lettura.
Una storia torbida. Una giovane donna, rincasando a piedi, assiste per caso ad un omicidio. Non vista, bloccata dalla paura sul marciapiede, vede la scena svolgersi all’interno di una villetta il cui soggiorno si affaccia proprio sulla strada. Le luci sono accese, le tende chiuse a metà. Una donna viene colpita, stramazza a terra. Sembra una straniera, di colore. L’uomo é giovane, sulla trentina. L’involontaria testimone scappa via, spera di non essere stata vista. ..
La vicenda si complica.
L’omicida – Carlo De Pretis - è figlio di un personaggio molto in vista. Nessuno lo vedeva in città da anni. Tutti lo credevano negli Stati Uniti impegnato in uno di quei “master” in economia per ricchi e fortunati. Invece era solo tenuto lontano dal padre, tenuto nascosto, perché coinvolto in un brutto giro di droga e sempre in cerca di ingenti somme di denaro. Che disonore sarebbe stato per il padre, se ciò fosse diventato di dominio pubblico! Non avrebbe retto. Non riuscendo a far altro, si era ridotto a finanziare il figlio poco di buono e a proteggere entrambi sotto una montagna di bugie. Tanto, nessuno sarebbe mai andato a controllare negli Stati Uniti... E poi, la stupida lite con la ragazza di colore per una questione di soldi e di dosi. Se quella sciocca non avesse alzato la voce, lui non l’avrebbe colpita. Se solo non gli avesse risposto a quel modo. Non era mica un assassino. Forse. Dopo il primo goffo tuffo, non si diventa tuffatori. Dopo il primo omicidio, goffo o da maestri, improvvisato e premeditato, si è comunque diventati assassini.
L’egregio, stimato, colto, benestante Dottor De Pretis era padre di un assassino.
Bisognava solo sperare che nessuno avesse visto…
Seguitavo a leggere d’un fiato, e più leggevo e più qualche cosa mi suonava vagamente familiare e allo stesso tempo mi sfuggiva. I dettagli, i riferimenti portavano…ma no, che assurdo! Non poteva essere. Eppure, la figura che emergeva ad ogni riga più chiara, era quella del Dottor De Martinis. Il Preside. Possibile?
Adesso che ci pensavo, in effetti avevo già sentito questa storia di un figlio di cui poco o nulla si sapeva, ma siccome la faccenda m’ interessava ben poco, non avevo mai cercato di saperne di più.
Era possibile che il preside fosse coinvolto in una storiaccia del genere?
Che stupida…ma di cosa mi stavo preoccupando? Si trattava di un racconto. Di un semplice racconto di cui il Dottore stava correggendo la stesura, considerate le sottolineature qua e là. Era evidente che l’avesse letto con molta attenzione.
La mia lettura fu interrotta dallo squillo di un cellulare. Sulla scrivania c’era solo il telefono fisso. Ah, la giacca! Frugai in una delle tasche e lo trovai. Smise di suonare. Adesso non si trattava più di noia, ma di vera e propria curiosità, mista ad un vago timore. Il timore di scoprire qualcosa che sarebbe meglio non sapere. Se era meglio non sapere, allora perché cliccai sull’icona delle foto? Cosa speravo di trovare? Il preside non mi sembrava il tipo da foto scattate al cellulare. Eppure delle immagini c’erano: la foto della sua casa vista dal marciapiede – il balcone con la grande porta a vetri mi balzò subito all’occhio - e tre o quattro foto dei corridoi della scuola, pieni di gente. Sembrava una sequenza con un punto sempre più ravvicinato…Anzi, con una persona sempre più messa a fuoco. Una ragazza in jeans, di schiena. Con una T-shirt… E’ la ragazza che ho incrociato questa sera in cima alle scale, vicino all’aula di calligrafia! Quella vestita esattamente come me, ma un po’ più robusta. Dall’immagine non mi sembra si sia accorta di essere stata fotografata. Che il Preside stesse cercando me? Ma no, non mi ha mai vista vestita così sportiva. Sempre in abbigliamento formale, tailleur, gonne classiche, camicie “serie”. Non può avermi scambiata per lei, così da lontano. E poi, che bisogno avrebbe avuto di fotografarmi? E vediamo un po’, cos’ha in mano, questa ragazza misteriosa? Una cartellina… Una cartellina sottile non può che contenere dei fogli, pensai. Magari un racconto.
Mi venne un dubbio. Uscii dalla Presidenza, che si trovava al penultimo piano. Nel mio girovagare un po’ a casaccio, avevo notato un paio di bacheche con delle informazioni sui corsi, proprio nei pressi dell’aula di calligrafia. Corsi lungo il corridoio, scesi le scale frettolosamente. Dovevo assolutamente verificare un dettaglio. Trovai la bacheca, e lessi: “calligrafia, aula 214”, “scrittura creativa, aula 216”. Era lì, esattamente lì, che avevo incontrato la ragazza. Ero certa di averla vista entrare in quell’aula. La 216. Quindi tutto aveva una spiegazione, no? Cosa dovevano mai fare ad un corso di scrittura creativa? Far galoppare la fantasia e scrivere, scrivere poesie, racconti, favole, gialli. Pura fantasia. Fatti mai avvenuti. Fatti ispirati alla realtà. Fatti reali messi sulla carta…
Perché mai il Preside aveva fotografato la ragazza?
Sciolto il mio dubbio, mi resi conto del tempo che era trascorso. Era mezzanotte e mezza, rischiavo di restare rinchiusa nell’Istituto. Avrei dormito su di una poltrona – quello non sarebbe stato un problema - ma avrei rischiato di far scattare qualche allarme durante la notte. Sarebbero arrivati i carabinieri. Che figura! Cosa avrei raccontato? Dovevo andarmene. Subito. Il gioco era finito. Per qualche motivo l’incontro non doveva avvenire, probabilmente. E inoltre quel posto enorme, vuoto e silenzioso mi rendeva sempre più inquieta. Cercai l’ascensore, scesi al pianterreno. Il tintinnare della porta scorrevole sembrò un rumore enorme, tanto il silenzio era greve. Alla reception non c’era nessuno. Il grande portone era chiuso. Sigillato. Ci sarà un’altra uscita, pensai.
Oh, no! Ho dimenticato la borsa da qualche parte. Ora ricordo. L’ho appoggiata a terra davanti alla bacheca. All’ultimo piano. Ripresi l’ascensore, sempre più nervosa. Non mi piaceva l’idea di risalire. Sentivo che mi ero messa in un pasticcio. Non sapevo ancora quanto grave, ma di certo era un pasticcio. Avrei voluto uscirne immediatamente. Dall’edificio e dal guaio. Ma dovevo per forza recuperare la borsa.
Arrivai al piano, corsi alla bacheca, recuperai la borsa, feci per tornare all’ascensore, ma la porta si chiuse. Qualcuno lo aveva chiamato. Aspettai, ma la spia continuava a segnare rosso. M’incamminai per il lungo corridoio. Faceva una certa impressione, enorme, vuoto, nel silenzio della notte. Mi sembrò di sentire un rumore. Trasalii. Avevo la bocca secca. Calmati, dai! Non sei da sola alla stazione di una grande metropoli! Sei al sicuro all’interno del più grande istituto della città. Al limite farai una gran brutta figura, ma non c’è alcun pericolo.
“C’è qualcuno?” , chiesi ad alta voce. Ero certa di aver sentito un rumore. Continuai a camminare, e notai una stanza aperta. Era un’aula d’informatica. Era buia, ma dai vetri filtrava la luce dei potenti lampioni del cortile interno. Entrai, e dissi di nuovo: “C’è qualcuno?”. Mi sembrò di sentire un fruscio, ma non vidi nessuno. Mi avvicinai lentamente alla finestra, il punto più illuminato. Da lassù avrei visto se c’erano ancora delle automobili parcheggiate in cortile.
Scivolai con cautela fra i computer, appoggiai una mano al davanzale. La finestra era socchiusa. La aprii del tutto e mi sporsi leggermente.
Fu in quell'attimo che sentii chiaro il suo profumo, rividi la giacca sulla poltrona accanto al camino, avvertii come una scarica elettrica, un senso di vertigine ed imparai a volare.
La notte è piena di profumi. Ma quello…che gusto raffinato! Fu l’ultimo profumo della notte. Almeno per me e per quella vita.
Anche la ghiaia del cortile ha un suo profumo; ma quando la raggiunsi, di lì a poco, non ero più in grado di apprezzarlo.
Io sono Flaminia, nient’altri che Flaminia, ma lui non lo sapeva, e mi aveva scambiata per un’altra: la testimone involontaria dell’omicidio per mano di suo figlio. Testimone e allieva del corso di scrittura. Non era riuscita ad andare alla polizia. Ma non poteva tenersi tutto dentro. E aveva scritto, fin nei minimi dettagli. Voleva confidarsi col suo professore. Gli aveva consegnato il racconto. Il professore solerte ne aveva fatto una fotocopia, peccato che avesse usato la fotocopiatrice dell’ufficio accanto alla presidenza, e che avesse dimenticato l’originale dentro alla macchina. Succedeva spesso…Peccato che a trovarla fosse stato il preside in persona, il direttore dei corsi, e che gli fosse caduto l’occhio su di una riga cruda, senza tanti giri di parole: “sangue nella notte in via Gramsci”. Ciò che fu grave davvero è che continuò a leggere, così come avevo fatto io.
Il racconto era alquanto accattivante, scritto con gusto. Peccato. Altrimenti, impegnato com’era sempre, il Dottor De Martinis non avrebbe sprecato tempo a leggerlo. Peccato dover uccidere per salvare il proprio onore.

Io sono Flaminia, nient’altri che Flaminia, e vorrei gridargli forte che qui l’onore non conta, e che il sangue lavato dalle mani colora tutta l’anima di rosso, e non c’è figlio, omicidio o pensiero alcuno che si possa tenere nascosto. Tutto è trasparente come il vento. Tutti qui imparano a volare. Vittime. Assassini. Tutti quanti si muovono leggeri. E’ una danza nel cielo, compaiono e scompaiono trasportati dal vento, come fossero profumi, come l’ultimo profumo della notte.

P.S.: ogni riferimento a fatti realmente accaduti è assolutamente casuale.


*******************

Il racconto è nato durante un corso di scrittura creativa tenuto da Marco Conti e doveva far parte di un giallo scritto a più mani. 
Nulla nella trama si ispira a fatti realmente accaduti. 
Gli unici riferimenti al vero sono i cenni storici all'inizio della narrazione. Ho trovato la frase in latino nel testo di Don Vittorino Barale "Il Principato di Masserano e il Marchesato di Crevacuore" (Centro Studi Biellesi 1966)e la stessa si può (ormai a fatica!) leggere accanto alla sagoma di uno dei due cosiddetti "idoli" dell'antico Principato, il gallo sghembo  (se volete trovarlo...andate dritti al ristorante dal nome omonimo e alzate lo sguardo !).
Altare "del Terebinto"
 Essendo il primo testo sull'argomento,  "Il Principato di Masserano e il Marhesato di Crevacuore"  contiene  dettagli ora considerati imprecisi; ma è grazie ad esso e al lavoro paziente e amorevole di Don Barale -  per quarant'anni parroco di Rongio  -  se la storia di Masserano è riemersa lentamente dalla polvere. 
Il Palazzo, che fu sede degli intrighi dei Ferrero Fieschi  -  ora municipio -  merita una visita guidata.  Nella prima sala troneggia l'altare ligneo "del Terebinto", rimosso dalla sua sede originaria  (la chiesa di San Teonesto, XIII secolo)  quando fu restituito al suo splendore dal restauro di Cristina Rapa. Se le mie foto (da dilettante!)  e i cenni storici non sono abbastanza per spingervi a visitare le colline masseranesi  non potrete resistere al richiamo dei profumi della Ronda del Bramaterra  che si tiene ogni anno in autunno:  se amate il buon cibo e il buon vino...non potete mancare! 
 
Masserano, Palazzo dei Principi
      







                                                                                        
 Foto du Enea Grosso (visita guidata autunno 2015)
 
















































 

venerdì 26 febbraio 2016

Karl Lumomirski - Gekenterte Zeit  - Viennepierre Edizioni
"Dichter"

Wir sind Blut vom fremder Welt
und gehorchen einem Herzen
das woanders schlägt.

"Poeti"

Noi siamo sangue
di un mondo lontano
ubbidiamo a un cuore
che batte altrove.

Karl Lubomirski (traduzione di Enrica Mogàvero)




giovedì 25 febbraio 2016



Wallace Stevens - "Il mondo come meditazione"(a cura di Massimo Bacigalupo) - Ed. Guanda
"At the antipodes of poetry, dark winter"
"Agli antipodi della poesia, buio inverno"
Wallace Stevens


(Rimane poeta...)




 
Il mio davanzale "creativo" (2015)
Rimane poeta

chi tutta la vita
ritrova quei giorni
in cui gli spuntavano
stelle nel cuore.
 Enea Grosso

mercoledì 24 febbraio 2016

- ho voglia di nutrirmi -

Foto: Anna Arietti
Ho voglia di mutrirmi 
di musica e colori
Non voglio diventare 
come voi
Prigionieri del silenzio
che domina
sull'anima.
 (Testo: Enea Grosso. Immagine: Anna Arietti)

martedì 23 febbraio 2016

Con la gerla sulle spalle


Con la gerla sulle spalle, Gildo faceva avanti e indietro fra la stalla e il fienile.

"Ciao! Vieni. Finisco con le vacche e ti offro il caffè", esordì con un guizzo di entusiasmo appena mi vide.

Il vento si levava a folate. Il primo davvero pungente di un autunno pigro. Il tepore della baita mi accolse come una madre premurosa. Lui, in maniche di camicia pure arrotolate fino ai gomiti, di lì a poco mi raggiunse.

"Rimane foraggio ancora per quattro o cinque giorni, poi dovrò tornare in cascina - mi spiegò, maneggiando la caffettiera con quelle mani nerborute -. Sono stato fortunato, con tutta la pioggia che è venuta quest'estate, non pensavo di rimanere quassù così tanto".

Dalla compostezza dei modi non traspariva nulla della durezza del suo mestiere, anzi, percepivo sincera dedizione. Infondeva serenità.

La cucina occupava lo spazio di un tavolo, due sedie e di una stufa a legna. Conteneva il necessario e in modo abbastanza organizzato. Quel giusto che suscita una certa invidia, buona, di come si possa vivere senza una pletora di suppellettili. Sì, lo ammetto, scrutavo la sua esistenza fra i monti, quando i miei occhi si fermarono a osservare il raggio di sole che filtrava attraverso la tenda. Al pari di una sciabolata, il fascio di luce fendeva in due quel mondo cristallizzato al tempo in cui campare di pastorizia era vita tangibile e non destava curiosità.

Il potagé era appena tiepido, l'avevo notato entrando, non poteva scaldare l'acqua per il caffè, tant'è che Gildo posizionando la caffettiera al centro della piastra, sollevò un sopracciglio. Nel tentativo di rianimare il fuoco, mise sulle braci un pezzo di legno e proseguì i preparativi. Allungando il braccio, mi sporse la tazzina e aggiunse: "Te lo do il piattino?".

In quell'istante i nostri sguardi si incrociarono e a me dovette sfuggire un'occhiata perplessa che spense ogni suo dubbio. "E va bene - si rassegnò -. E' vero. Il caffè è meglio prepararlo sulla fiamma del gas. Siete sempre di corsa voi cittadini. Il piattino lo vuoi?". "No, grazie. Non mi serve" risposi, nascondendo un mezzo sorriso per quell'intesa.

Sul tavolo spiccava la biscottiera in vetro, colma di dolcetti quasi fino all'orlo. Accanto trovava posto un contenitore in alluminio, dall'aspetto vissuto, ammaccato da un lato, sul quale brillava la scritta in ottone

 "Z u c c h e r o".

Infine arrivò il turno del cucchiaino. "Tieni" disse, allungando ancora il braccio nella mia direzione, mentre, dandomi le spalle, decise di prendersi a cuore la questione della stufa morente.
"No, grazie, non mi serve" replicai.
"Neppure questo? Come sarebbe... prendi il caffè amaro?".
"Beh, sì. E' metà del piacere".
"Bocca amara, cuore dolce - aggiunse in uno slancio di simpatia, afferrando la sedia per accomodarsi -. E quale sarebbe l'altra metà del piacere?"
"Sembra un indovinello. Mi accogli e non lo sai... è la compagnia!".

Chiacchierammo del più e del meno, mentre la vita che pensavo moderna attendeva fuori dalla porta e la moka in sottofondo gorgogliava.


Anna Arietti
Il guado tra Mottalciata e Castelletto Cervo.

Anche i miei torrenti hanno l’acqua d’argento
quando il volto della luna 
li accarezza,
ma la gente non li guarda, sogna 
il mare,
il profumo della brezza,
il riflesso della sera scintillante fra 
le onde.
Eppure, in quest’angolo di mondo
con le rane e le zanzare
com’è bello il mio torrente,
scorre calmo e tutto bianco
fra le sponde silenziose.
sotto i baci  delle stelle,

Enea Grosso



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   Tanti anni fa mi capitava spesso di transitare tra Castelletto Cervo e Mottalciata attraverso il guado - proprio sotto al castello - non praticabile iin caso di pioggia.  In certe notti di luna l'acqua sembrava proprio d'argento! 
 Nella foto, un magnifico mattino di galaverna del  dicembre 2009. 
A pochi passi dal guado si trova l'interessante  monastero cluniacense.

lunedì 22 febbraio 2016

La mano bianca si fa coraggiosa


"Mamma, basta. Sei brutta quando fai così", dice la figlia.

La Elda non fa che piangere. I suoi occhi gonfi di lacrime non vedono, ... non sentono. 
Eppure sono tante le magliette di un bel blu vivace che le danzano attorno, mentre a pochi passi i disegni colorati dei bambini fanno bella mostra di sé, nella piccola casa di riposo di Biella.

Il movimento è coinvolgente, ma non per lei che, seduta sulla pesante sedia a rotelle, sembra appartenere a un altro mondo, fatto forse di ricordi, all'apparenza beati.

La scena è fredda e terribilmente silenziosa, in contrasto con l'evidenza. Merita attenzione, ma le persone, in fondo, prestano amore solo ai propri desideri. Si consumano istanti interminabili, finché tutto, come sempre, si esaurisce.

La mano bianca di Elda inizia lentamente a ondeggiare; nel sangue le sopravvivono i ritmi latini di un tempo mai trascorso. Le pieghe stanche del suo viso si rilassano. 
Due ragazze lì vicino intrattengono con le maracas. Una di loro finalmente la nota. Con dolcezza infinita la avvicina, tendendole lo strumento. Elda si fa coraggiosa, lo afferra e lo scuote.

Nell'aria si diffondono vibrazioni frizzanti e ben scandite.
L'ultima lacrima, quasi in imbarazzo, fugge dal suo viso, fino a sparire sotto la guancia. Gli occhi si riaccendono e sulle labbra affiora il sorriso.

testo e fotografia di Anna Arietti
riproduzione riservata

(nomi e luoghi non necessariamente corrispondono alla realtà)