martedì 5 gennaio 2016

Il papà delle Ferrari F40 e Dino

 


Il suo talento è stato determinante nell’evoluzione dello stile italiano nel mondo dei motori. Lui si chiama Aldo Brovarone, ha 89 anni, vive a Torino ed è originario di Vigliano Biellese.

La sua carriera inizia in Argentina lavorando per Piero Dusio alla AutoAr, Automotore argentino, già fondatore a Torino della Cisitalia. Disegnando per Pininfarina, nella sua mente prende forma, fra le tante, la Ferrari F40, uno dei modelli più celebrativi del prestigioso marchio. 

“Il commendatore Dusio si trasferì in America Latina nel dopoguerra – racconta -. Costruì qualche migliaio di automobili riciclando vecchie Jeep provenienti da aziende di proprietà del Governo. La fabbrica venne chiusa quando i componenti meccanici si esaurirono ed io tornai in Italia con Carlo Dusio, il figlio di Piero”. In seguito lo stilista biellese conosce Pinin Farina; la collaborazione dura 35 anni. “Mi ricordo quel giorno – prosegue -. I disegni che avevo portato sono piaciuti e sono stato assunto. Era il 1953. Fra i modelli di successo, a parte qualche lavoro minore, alla Pininfarina ho disegnato alcuni modelli che sono poi diventati importanti, come la sportiva Maserati A6 GCS, i prototipi Alfa Romeo Super Flow 4, la Ferrari 375 America speciale per Gianni Agnelli e la Superamerica Superfast seconda. L’auto più celebre, a mio dire, è stata la Dino, del 1965. Enzo Ferrari non voleva che portasse il marchio del cavallino. Doveva essere un modello commemorativo, in ricordo del figlio, quindi la vettura uscì con la firma ‘Dino’, in corsivo, racchiusa in un rettangolino. Inizialmente anch’io pensavo fosse una Ferrari, ma quando mi parlarono della volontà del cliente, dovetti modificare il progetto”.

Nel corso degli anni il designer realizza la Peugeot 504, berlina prodotta in serie, la Lancia Gamma coupé e un’Alfa Romeo speciale, la spider sportiva Eagle. “La Ferrari F40 è stata l’ultima vettura vista da Enzo Ferrari, che celebrava il quarantesimo anniversario del marchio. Io non ho mai conosciuto il commendatore, l’ho solo intravisto; all’epoca noi stilisti non partecipavamo agli incontri con i clienti. Anche quando ho disegnato la vettura per Agnelli, l’ho incontrato soltanto quando è venuto a vederla per la prima volta. L’ufficio stile era un luogo ovattato, dove nessuno poteva entrare. C’era riservatezza. Quando una nostra proposta veniva scelta, realizzavamo il piano di forma, che era il disegno in scala uno a uno con tutte le sezioni, i profili e i ribaltamenti, pronti per fare il mascherone, sul quale veniva poi battuta la lamiera. I passaggi successivi della lavorazione erano seguiti da altri. Il nostro compito era quello di cercare nuove soluzioni e di disegnarle”. Questo è stato il mestiere di Aldo Brovarone fino al 1988, anno in cui si ritira. 

Naturalmente fra una vettura e l’altra si continuava a disegnare – dice ancora -. In Pininfarina ogni progetto veniva valutato da una piccola equipe di stilisti, di cui facevo parte. Ognuno metteva la sua idea: una veniva scelta e le altre finivano nel cassetto. C’era tanta competizione fra noi stilisti. I nostri nomi non figuravano mai; si conosceva soltanto il marchio. Noi eravamo dipendenti, impiegati come gli altri, anche se trattati con un po’ più di riguardo. Questo valeva per tutte le carrozzerie. Solo ultimamente i giornalisti hanno svelato i nomi e sto ricevendo i miei riconoscimenti, anche se penso di aver fatto soltanto il mio dovere”. 

Dopo aver lasciato Pininfarina, Brovarone progetta ancora per Stola, realizzando due prototipi derivati dalla Fiat Barchetta: Dedica e Monotipo Abarth. 

“I disegni si facevano a mano, sia la prospettiva, sia i figurini, a matita o a tempera. L’attrezzatura del designer consisteva soltanto in un tecnigrafo. I computer sono stati introdotti quando ormai ero in pensione. Fra l’altro, dico il vero, non so neppure bene cosa siano. Adesso, come si dice, ho tirato i remi in barca e trascorro il tempo disegnando bozzetti per cartoline. Ci tengo però a ricordare i colleghi, con i quali ho lavorato in armonia, come l’ingegner Leonardo Fioravanti, che ha riscosso grande successo, Paolo Martin, che ha disegnato la famosa Modulo, una pietra miliare, Filippo Sapino, che in seguito è passato all’ufficio stile di Ford Italia, Emanuele Nicosia e Pierangelo Andreani, amici che ancora incontro e con i quali si rievocano i bei tempi”. 

Aldo Brovarone come vede il futuro dell’auto? 

“Le vetture sono fatte per le persone; una variazione di stile ci sarà, ma l’evoluzione è lenta – spiega -. La geometria e la volumetria non possono cambiare più di tanto. Le nuove soluzioni saranno limitate dall’uso che ne fanno le persone. Quello che mi preoccupa di più è l’introduzione dell’automazione. L’intervento umano si sta riducendo, fino a far guidare la macchina dai sensori. A questo punto, secondo me, conviene andare a prendere il treno”.

Rivolgendosi ai giovani, Brovarone dice: “Sono stato fortunato, me ne rendo conto. Ho sempre lavorato nel campo automobilistico, che adoro, ottenendo grandi soddisfazioni. Ai miei tempi non c’erano scuole di formazione; eravamo in pochi autodidatti e l’uso dell’auto si stava diffondendo, mentre oggi i ragazzi vivono la situazione opposta, ma li invito ad essere creativi, a produrre farina del loro sacco, svolgendo anche altri mestieri. Le scuole adesso insegnano a fare bei figurini con tecniche nuove, ma quello che conta è la fantasia. È meglio realizzare un brutto disegno con grandi idee che cento figurini ben fatti”. 

Lo stilista, prima di concludere, rivela di avere un sogno nel cassetto. 

“In qualità di giudice nei concorsi di eleganza per auto d’epoca, visito luoghi bellissimi, come Villa d’Este a Cernobbio, il Castello del Valentino o Venaria Reale a Torino. Bene. La nostra villa Malpenga di Vigliano Biellese non ha nulla da invidiare alle altre ambientazioni. Organizzare un concorso anche lì sarebbe un evento straordinario. È un sogno che richiede impegno, ma prima di andarmene spero di vederlo realizzato”.

Anna Arietti

(testo e immagini)

articolo pubblicato il 29 dicembre 2015 su BiellaCronaca e su Cartabiancamedia

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