martedì 19 maggio 2020

#andarperborghi - Bioglio






Senza comprenderne il motivo, all'improvviso, mentre cammino, mi appare nei pensieri Giacomo Leopardi. Nessuno si allarmi, non accade spesso. Lo immagino nello studio paterno, alla scrivania, con lo sguardo mesto e pensieri affettuosi per la sua Teresa, o Silvia che fosse, a scrivere: "Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi... rimembri ancora", mentre fuori dalla finestra, Recanati vive. Tutto si svolge nei paraggi di quella benedetta siepe che anni fa andai a cercare per davvero; trovai un cespuglio, disposto, come mi dissero, per dar pace ai turisti come me.

Oggi sono a Bioglio, un piccolo comune situato sulle colline biellesi, in Alto Piemonte, intorno al quale fanno riferimento frazioni e case sparse, e che in qualche modo connetto all'atmosfera marchigiana.

Il paesino è davvero ridente e fuggitivo. Non incontro nessuno. Ritraggo il paesaggio, scatto foto ai monti da un lato e alla pianura dall'altro, alla suggestiva torre campanaria distaccata dalla chiesa e agli affreschi sui muri delle case. Passo accanto alla farmacia, al municipio e al negozio di generi alimentari. Mi delizio del frinire dei grilli, del cinguettio degli uccelli, mentre un cane abbaia in lontananza, probabilmente infastidito dal rumore di una motosega. A disturbare me invece è una mosca che mi ronza intorno.

Scorgo due persone di spalle, a cui vado incontro. Lui è un collega, un giornalista di quelli che definisco veri, intellettualmente onesti. Schierato ovviamente, ma moralmente integro. Siede su di una panca con la moglie, con lo sguardo rivolto verso il panorama, verso l'infinito (ancora il Leopardi!). Parliamo del nostro mestiere; mi racconta un aneddoto, un confronto politico di cui scrisse. Di quelli alla Peppone e don Camillo, in cui il sindaco torna a scusarsi alla festa di paese con un mazzo di fiori. Storie che vorrei riferire ancora oggi, nella nostra attualità.

Il sole mi scalda ancora la fronte, quando lascio Bioglio. Sì, sempre caro mi fu quest'ermo colle, che poi così solitario e deserto non è. Posso farne un rifugio nel silenzio o un luogo vivo, di begli incontri: esperienze diverse che assecondano le necessità dell'anima.

Anna Arietti, testo e immagini

Paola Buscaglione, voce narrante
baffidigatto.com, montaggio video

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi, L'infinito



Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all'opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D'in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d'amore

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell'età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell'umane genti?
All'apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.


Giacomo Leopardi, A Silvia


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