venerdì 17 aprile 2020

Il male di vivere che incontro


È un mercoledì, giorno di mercato in paese. Esco con mascherina, guanti (in tasca) e "autodichiarazione compilata ai sensi del Decreto" per fare la spesa. Percorro a piedi la via principale e mi saltano all'occhio, esposti fuori dalle case, gli striscioni con la scritta: "Andrà tutto bene", e le bandiere tricolore, presenti in gran numero senza esserci alcun campionato di calcio. Sono un simbolo di identità, di unione di un popolo.

L'accesso ai banchi di ortofrutta è regolato dagli agenti della polizia municipale e dai volontari della protezione civile. In fila ci sono le persone dotate di "dispositivo di protezione individuale", con la mascherina, che attendono il proprio turno rispettando il "distanziamento sociale", la distanza di sicurezza che corrisponde al dispiegamento del proprio braccio e possibilmente anche quello di chi sta più vicino. Sono anch'io in attesa, che si rivelerà breve, quando arriva una coppia di anziani che si piazza davanti all'ingresso. Rimango basita. I volontari civili li invitano a disporsi a fine coda. Lei s'incammina e sbuffando dice: "Me ne andrei già a casa". Lui la segue in silenzio, ma si posiziona fra me e la donna che mi precede. Al che parte il mio: "Signore, guardi che la fila finisce più indietro". Lui risponde: "Ah, già!". La mia espressione penso si identifichi nell'emoticon della donnina che solleva le mani e scrolla le spalle, così va la vita. 

Spostandomi fra le bancarelle, un'altra coppia, sempre sui generis, si mette in evidenza accedendo al mercato coperto da una porta sul retro. Presunta la buona fede, faccio presente ai due che l'ingresso si trova sul lato opposto. Lei, ignorandomi, si dilegua fra i banchi. Lui mi guarda e bofonchiando un "chissenefrega", la segue. L'atteggiamento è irrispettoso non soltanto nei miei confronti, ma anche della comunità che le regole per contenere la diffusione del virus fa del proprio meglio per rispettarle. Lasciando il mercato, avviserò i coordinatori della porta sul retro.

Se le persone si comportassero in modo responsabile, ottemperando spontaneamente alle misure di contenimento del contagio, non sarebbe necessario presidiare l'accesso al mercato, come non ci sarebbe bisogno di imporre limitazioni negli spostamenti.

Proseguo con gli "acquisti necessari" che cerco di sbrigare "per ridurre la possibilità di contagio", ma mi rimane ostico ignorare il vecchietto che passeggia in negozio con un unico prodotto in mano, non mancando l'occasione di chiacchierare. Mi ravvedo immedesimandomi in coloro che vivono la quarantena in solitudine.

Un ulteriore spunto per scrivere mi arriva da un dannato buco nell'asfalto che intercetta il mio piede e mi fa inciampare. I prodotti che tengo fra le braccia finiscono a terra, compresa la bottiglia di olio che va in pezzi. Nei paraggi un ragazzo e un tizio canuto notano l'accaduto. Il giovane si precipita, mi aiuta e si mostra costernato per la bottiglia. Apprezzo l'attenzione, ma inevitabilmente si contrappone alla staticità dell'altra persona, intenta a guardarci. 

Nel raccontare gli esempi dati dai "saggi della società", sfido chi non li ha mai incontrati spazientiti in posta, in banca, dal medico o dal parrucchiere, a prescindere dall'epidemia.

Non generalizzo, sia ben chiaro. E non punto il dito. Osservo. Osservo una certa insofferenza nel vivere, anche in un periodo in cui registriamo un triste primato nel tasso di letalità da virus fra gli ultrasettantenni. Non mi esimo dallo scriverne, perché di anziani ne abbiamo bisogno.

Anna Arietti
(testo e immagini)















#vatuttobene

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