mercoledì 9 novembre 2016

"Le amiche mi dicono: chi te lo fa fare?"


Certe persone ti lasciano addosso un po’ della loro freschezza senza neppure sfiorarle. Sanno stupire e poi convincerti che il futuro gli appartiene. Non hanno paura di sognare, sperimentare e di credere, anche quando inciampano negli imprevisti della vita. E non è soltanto l’età anagrafica quella che dà la marcia in più, ma anche il carattere. Al tavolo del consiglio comunale di Cossato siede Denise De Cata, la più giovane, 24 anni e una grinta da far venire i brividi, come il suo percorso per nulla stereotipato.

Denise De Cata

“Chi te lo fa fare? mi ripetono le amiche, pensando al mio ruolo politico. Io sorrido e attacco a spiegare, o almeno ci provo - dice -. E’ la voglia di essere concreta e di non lamentarmi. Sbaglia chi sostiene che votare non serve. Ho spronato tanti amici in questo senso e vedendomi lanciata, forse un barlume di speranza l’ho acceso. Capisco la delusione per l’alto tasso di disoccupazione giovanile, ma se smettiamo di esercitare i diritti, di esprimerci, la macchina amministrativa si ferma. Ed è peggio”.

Denise si è avvicinata alla politica ai tempi della scuola, a Milano nel 2013. Dopo il liceo linguistico si è iscritta a giurisprudenza. “Seguivo la campagna elettorale di Roberto Maroni con il Movimento giovanile della Lega nord, poi, per una questione di tempo - ma non solo, come spiegherà - ho lasciato. Gli impegni si rispettano, non si rimane tanto per fare numero. La mia fortuna è avere una famiglia che mi lascia libera di tentare, nonostante un po’ di titubanza. Quando ho detto che mi sarei candidata a Cossato si sono stupiti, ma alla fine mi hanno sostenuta e nel 2014 sono stata eletta in consiglio. E’ tempo di svecchiare la politica, tant’è che nel gruppo di maggioranza ci sono età diverse, dai giovani, come me e Stefano Benato, al papà come Enrico Moggio, al pensionato come Pier Ercole Colombo, che è stato pure il mio preside. Percepisco apertura e sono onorata che mi abbiamo proposto la candidatura”.

Nel frattempo Denise interrompe gli studi di legge. La sua era un’aspirazione di vita che si rifaceva ai telefilm visti da bambina, più che a un reale interesse. “Ero partita come un treno - riprende a spiegare, senza smettere di sorridere -, ma le materie di studio mi annoiavano. Ho preferito essere onesta e rimboccarmi le maniche per fare altro e sono tornata sulla strada del volontariato a contatto con le persone diversamente abili e gli anziani; un’attività stancante, ma impagabile dal punto di vista umano: emozioni che la giurisprudenza non ti dà. In seguito ho tentato la prova di ammissione al corso di Operatore socio sanitario, che però dovrò ripetere in quanto molto selettiva. Il che significa che per un anno mi inventerò qualcosa, per non stare con le mani in mano. Per ritentare occorre essere disoccupati”.

E’ evidente che le idee non le mancano e l’eloquenza neanche. Ad ogni tentativo di indirizzo, lancia occhiate perplesse come se le fosse rimasta in gola una cosuccia da dire. Virando sul confidenziale si scopre che possiede tre gatti e un cane. L’unico vizio, come lo definisce lei, è il tatuaggio. Ne ha una decina. “Non sto seguendo una moda - assicura -. I miei sono legati ai ricordi, come la zampina al mio gatto, o a un concerto. Non sono la farfallina di Belen, di cui ci si stufa. Trascorso un mese dal primo tatuaggio, ho accompagnato pure la mamma a farsene uno. Mi perdo anche a dipingere maschere e scatolette”.

Le sue parole trasportano come in un’avventura, soprattutto quando afferma: “A ventiquattro anni abbiamo il diritto di sognare e non dobbiamo perderlo. Non possiamo accontentarci e finché viviamo con i genitori possiamo pure rischiare. Dopo aver messo su famiglia è diverso. Anche i miei coetanei dovrebbero ragionare così, altrimenti avremo una popolazione infelice. Non trovo giusto che un ragazzo, finita la scuola, debba trasferirsi, chessò in Inghilterra o in Australia, per avere un’opportunità. L’esperienza è bella se è libera, non costretta dal tuo Paese, che non sa offrire alternative. Quindi inventiamoci qualcosa. Abbiamo una vita davanti, inganniamo l’attesa di un lavoro che arriverà, perché viviamo in uno stallo temporaneo. Non piangiamoci addosso”.

Tanti bei pensieri, d’amore e di condivisione, ma Denise si è schierata nelle fila della Lega nord, un partito, per certi aspetti, ruvido. Come va interpretata la decisione?

“La Lega è controversa, lo so. Anche i miei genitori temevano che mi facessero il lavaggio del cervello. Il sindaco però dice che sono la pecora nera del gruppo perché faccio sempre di testa mia. Questo è l’altro motivo per cui ho lasciato il movimento. Mi sta stretto. Dire partito non mi piace. Collaborare è giusto, ma bisogna mantenere l’identità. Non dobbiamo diventare dei caproni. La politica funziona se c’è la capacità di discutere. Non è un pensiero scontato, visto che le poltroncine fanno gola. Apprezzo la libertà di voto che Claudio (Claudio Corradino, sindaco di Cossato, ndr) lascia nelle questioni di coscienza. Ci sono bocconi che si possono ingoiare e altri no. Stimo anche Marco Barbierato, all’opposizione, seppure siamo politicamente incompatibili”.

Volendo mettere il dito nella piaga, cosa pensa Denise dei ragazzi che chiedono protezione umanitaria?

“Sul tema migranti - e qui le scappa ancora un sorriso, ma tenta di soffocarlo - sono stata definita ‘la comunista della Lega’. Facendo volontariato ragiono fuori dagli schemi e non me la prendo con il ragazzo ospitato, che non ha colpe. Girare per Cossato in bici non è certo il suo sogno. Preferirebbe stare a casa sua, con la famiglia. La responsabilità è dei governi; dell’Italia, che non ha le palle per farsi valere con l’Europa, e del mondo. L’accoglienza è bella, ma va resa compatibile con la capacità economica del paese che ospita. Non possiamo chiudere la porta a chi ha bisogno, ma neppure farci carico da soli, con le nostre evidenti difficoltà, di un problema così grosso, mentre l’Europa ci volta le spalle. Sono quindi valide le ragioni del disoccupato italiano, che si sente trascurato. Pure mio nonno, concettualmente lontano dalla Lega, inizia ad essere stufo, perché il malcontento poi diventa rabbia. Se io a casa ho un solo panino, non posso condividerlo con il mio vicino. E’ da questo concetto che scatta l’idea di non volere i migranti, ma non dobbiamo essere cattivi. Considero raccapriccianti certe sparate. Semplicemente ci vuole un futuro migliore per noi e per loro”. E finalmente Denise lo ammette: “Se ci sono stimoli per conversare, in effetti la parlantina non mi manca. Me lo dicono in tanti. In politica invece sono acerba, so pure questo, ma mi appassiona”.
Anna Arietti
per BiellaCronaca.it, pubblicato il 9 novembre 2016
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