lunedì 27 giugno 2016

I racconti della Titina - Cucce e sogni





 “Bau! Bau! Huauuuu! Huauuuu!”

Doppio bau breve seguito da doppio guaito. Tutte le galline riconobbero immediatamente il segnale: allarme arancione. Volpe in vista.



“Coococcocodè…meglio dormire al sicuro”, chiocciò ad alta voce Gertrude, la capo gruppo.

“Uffa, però… con una notte d’estate così calda avrei preferito addormentarmi sotto al pergolato”, si lamentò una pollastrella ancora poco esperta della vita.

“A chi lo dici”, replicò Gegia mesta. “Mi ero già sistemata nella bicocca comoda vicino al fienile”.

“Animo! Sbrigatevi! Poche storie!” esclamò Gertrude con un tono che non ammetteva repliche.

“D’accordo che non è l’allarme rosso, ma meglio non rischiare. Dopo che la Titina si preoccupa per noi notte e giorno, che stupido sarebbe ignorare il suo avviso! Sa quello che fa. Su, seguitemi in pollaio”. 

  
“Miiiiaoooo! Mi pareva un guaito – come dire? – leggerino, ‘nevvero?, miagolò Micio Figaro con languida ironia. Fingendo di sbadigliare sbirciò la Titina con la coda dell’occhio. “Cos’è? Hai la raucedine? Hau-huau”, le disse, imitandola ridacchiando.

“Non ho la raucedine”, replicò la cagnetta con aria austera e risentita. “Cosa stai insinuando, Micio? Contati le pulci, invece di fare ironia di terz’ordine. Fatti la toeletta e pussa via. Sciò! Sciò ! Sparisci”.

“Ooooooh! Ma come siamo su-scet –ti-bi-li stasera… Codina di paglia, eh?!? M’era parso di sentire che stasera c’è il  Ballo delle Pellicce Rosse alla Gran Quercia della Baraggia…Non è certo notte da caccia alle galline, con tutto il ben di Dio da mangiare alla festa…Ma magari avrò capito male, eh”. E ridacchiò sotto i lunghi baffi.

“….Ehhhhmmmm, appunto. Con tutte le volpi invitate da boschi vicini e lontani,  non si sa mai. Meglio essere prudenti”, replicò la Titina assumendo un’espressione da persona che sa il fatto suo.

“Eh già! Meglio spingere prudentemente quelle scioccherelle nel pollaio al caldo, e liberare le cucce arieggiate e fresche per invitare i cani cittadini in vacanza. Lo so, sai, che sono arrivati proooooprio ieri, guarda caso …miao, miao , sìsssìsìsì! Mmmmiaooo…mihi hihi hi hi”. E scoppiò in una risata miagolata alquanto irrispettosa.

“Ma cosa diavolo vai insinuando…Mi ricordo ancora di quando sei finito - bagnato -  nel mucchio di cenere,  eri ridicolo! Ridicolo come adesso! Lo stupido spettacolo di un gatto stupido.

Figaro strizzò l’occhio alla Titina.

“Dai, non prendertela, non ne farò parola. Però mi lasci il posto sotto al pergolato. Il fieno mi impolvera il pelo del collo”.

“OK!" annuì la TItina con aria complice, pregustando la nanna nella cuccia estiva de-luxe della Gegia.



Pian pianino scese l’imbrunire  sulla cascina e sul cortile, sul fienile ed il pergolato.

Il Micio sedeva immobile come una morbida sfinge grigia sul tetto del pollaio, le fessure degli occhi puntate verso l’infinito. Sotto alla luce chiara della luna sembrava avvolto in una pelliccia d’argento. Era facile pensare che i canti delle migliaia di rane nelle risaie venissero intonati in suo onore.

“Certo che ha un’aria molto elegante…Che sia davvero di nobili origini, come credono quelle sempliciotte di galline adoranti? Mah…che sia vera 'sta storia degli avi importanti in Egitto?”. 
Per qualche istante la Titina si immaginò Figaro – la schiena dritta a zampe unite – seduto sulla sabbia dorata, le Piramidi d’oro  in lontananza. Ma essendo l’Egitto lontano e la nanna nella cuccia de-luxe una certa e vicina realtà, la seconda immagine ebbe la meglio nella sua mente pratica.


“Che meraviglia….YAAWN!”. Sbadigliò con soddisfazione accoccolandosi sulla paglia. “Brezza giusta, luna piena, la pancia anche, le volpi impegnate…Oh sì! Una notte di vera vacanza. Meritatissima, per tutti i lupi della Siberia! Sìsssì…”.

Un vero cane da guardia, anche in una notte di ferie ha tuttavia sempre un occhio vigile. 
Nel dormiveglia le  sembrò di sentire leggere vibrazioni sul terreno. E infatti, un secondo prima che gli occhi si spalancassero del tutto, PATAPUNFETE, qualcosa di morbido era scivolato furtivo sulla paglia accanto a lei.

“Buon, buona, Titina”, sussurrò una voce delicata, mentre una mano le accarezzava la testa e la schiena.  “Dai che ci stiamo tutte e due, spostati un po’”.

“Uffffaaaaaaa…”pensò tra sé e sé. Ma pensò anche che addormentarsi con un massaggio non sarebbe stato poi così male. E poi la piccola Lela le era simpatica. Prendeva sempre le sue parti quando c’erano discussioni, e quando le faceva il bagno usava sempre di nascosto lo shampoo profumato della mamma. Ma cosa ci faceva la Lela da sola in cortile a quell’ora? Oh, ma piccolina! La cagnetta si accorse che la bimba aveva gli occhi lucidi e che il naso continuava a colare nell’enorme fazzoletto a quadri del nonno. Si pentì di aver sbuffato e si sedette sulle zampe per farle più posto. Il nido estivo della Gegia era di lusso, sì, ma pur sempre un nido di gallina. Non una doppia con servizi e balcone.


“La mamma e il papà stanno litigando, litigano sempre” sussurrò Lela singhiozzando direttamente dentro all’orecchio sinistro del cane. “Io a casa nel lettino  non ci dormo!2 E pianse quasi stritolando il cane fra le braccia esili.  Era sconsolata.

La Titina le leccò la mano in segno di affetto. “Oh, come mi dispiace, piccola!, pensò. E anche se si sentiva soffocare, non osò svincolarsi dall’abbraccio. “Ne parlerò al Micio. Si lascerà accarezzare fin sulla coda senza discutere anche lontano dai pasti. Sembra superiore a tutto, ma lo so che batte un cuore sotto a quell’aria da felino distaccato dal mondo”.

I pensieri e le carezze furono scossi da un vociare improvviso.

“LEEEEELA! Dove sei? Rispondi!”.

Il papà e la mamma la stavano cercando.

“SSSSsssssssssssshhhh….” Fece la bimbacon l’indice sulle labbra rivolta alla cagnetta . 
“Non tradirmi!”. E lei ubbidiente si accucciò ignorando i richiami. Ma ben presto una torcia le illuminò entrambe.

“Ah, meno male…ma cosa ci fai qui con la Titina? E cosa ci fa la Titina nel nido della Gegia?”

“E’ già successo”, rispose la mamma. “Quando fa caldo ogni tanto la sfratta. Chissà perché, con tutto il posto che ha”.

“Dai, Lela, torniamo a nanna”. Ma quando il papà allungo il braccio per sollevare la bimba, questa si fece pesante come il piombo, si abbarbicò ancor di più al cane e sibilò: “NO, NO! Lasciami stare! Io dormoo qui nella cuccia”.

“Possiamo lasciar dormire la TItina sul tappeto davanti al tuo lettino per questa notte”.

Sentendo ciò l’interessata s’illuminò tutta: mai, mai le era stato concesso un simile lusso. 
“Sai l’invidia, Figaro e compagnia?”, pregustò fra sé.  Purtroppo Lela fu irremovibile. “NO! Noooooooo! Resto qui. Non mi muovo”.

I genitori si sentivano un po’ in colpa. Non volevano lasciare la bimba da sola a dormire in cortile, ma nemmeno strapparla dalla cuccia a forza. Anche perché la Titina stessa non sembrava intenzionata a farsi smuovere. Aveva uno sguardo insolito e accennava a ringhiare non appena una mano si avvicinava troppo.

La notte era piacevole e fresca. Si stava meglio nell’aia che in casa. L’ora delle zanzare era finita. 
I concerti della rane erano al culmine. Nell’angolo più comodo del fienile dormiva Figaro a forma di ciambella. Aveva fatto i capricci per dormire sotto al pergolato, e poi  alla fine aveva spifferato tutto alla Gegia e le aveva ceduto il posto - da vero gentle-cat. 
Gli piaceva fare lo splendido ogni tanto.

La mamma e il papà lo imitarono sdraiandosi tra le balle di fieno. Ora dormivano tutti vicini, nessuno dove sarebbe dovuto essere.

Tutti dormirono tranquilli in cucce diverse dal solito, posando il capo sulla polvere dei sogni delle notti passate, mescolando così i loro sogni a quelli altrui.

Ci fu chi sognò una Gegia Faraona appollaiata su di un trono dorato; chi un gatto dall’aria nobile  su di un cuscino di porpora in navigazione su di una zattera tra le risaie. Chi sognò di volpi addomesticate ed ubbidienti ad una Titina molto ma molto autorevole. 
Qualcuno sognò di deporre uova d’oro e qualcun altro di raccoglierle. Ci fu chi si vide camminare in un prato bellissimo dove nessuno poteva litigare, e a chi sembrò di nuotare in uno stagno dall’acqua di rose che rendeva il pelo dei cani soffice come le piume dei pulcini.

Certi sogni sembravano senza capo né coda, ma tutti furono felici di averli sognati e poi di raccontarli e di ascoltarli, seduti o accucciati o appollaiati sotto al pergolato al riparo dal sole di luglio.

“Non è male questo pollaio pieno di sogni nuovi”pensò la Titina sdraiandosi all’ombra tra la Gegia e il Micio sull’erba verde e così morbida e invitante che avrebbe suscitato l’invidia di un re.

(Enea Grosso) 


Un ritratto (insolito) di Veglio


Non c'è un luogo di ritrovo, niente bar. Non si vedono ragazzi in giro. Anzi, non si incontra proprio nessuno. Sembra un paese addormentato, nel bosco. Ma non è una fiaba. E' Veglio, un paese di cinquecento, e sei, anime sulle colline biellesi. Perché mai allora se ne dovrebbe parlare, o peggio ancora, andarci?

La strada per raggiungerlo culla fra una curva e l'altra; offre a tratti scorci sulla valle, verdissimi, interrotti da macchiette, piccoli gruppi di case. Arrivati in piazza, la principale e forse l'unica, si trova subito tutto, roba da mettere in imbarazzo il navigatore satellitare: la chiesa, il municipio e persino il Sindaco, che lo si incontra a chiacchierare con i suoi concittadini, stringendo mani. E' appena stato eletto. Fargli le congratulazioni con un bel sorriso, o a denti stretti, è d'obbligo. Qui avviene la prima stoccata: è giovane; avrà trent'anni. E' bello pensarlo mentre si farà i risvolti alle maniche della camicia per dare una mano a ripulire il tombino o a servire ai tavoli alla festa del santo patrono. Perché nei piccoli Comuni funziona ancora così. Il senso della comunità è forte, è vivo. Le beghe ci sono, è chiaro, ma sono il sale della vita.











In piazza c'è anche una fontana che zampilla acqua a gogò e mette addosso una certa effervescenza. Poco oltre, una donna con i suoi begli anni, cammina con l'ausilio di un deambulatore. Si dirige verso un negozietto di generi alimentali, l'unico in paese che ancora garantisce i beni di prima necessità. Qui l'aspetto commerciale arriva ben dopo. Prima si offre un servizio, si crea giovialità e qualche simpatico pettegolezzo, che non guasta mai. Al banco c'è Bruna. Dal suo viso traspare una serenità difficile da comprendere per chi non è di queste parti. Con orgoglio racconta del pane, dei grissini e dei biscotti di loro produzione. "Mio fratello Gioachino - dice -, il pane lo fa ancora come si faceva una volta, con la vecchia alvà, la lievitazione. L'impasto si prepara la sera prima e si lascia a riposare". L'agente chimico si chiama tempo. E qui c'è il secondo affondo, che spiazza. E' un senso di benessere che arriva dritto al cuore e per un attimo ridicolizza tutti quelli che vivono più in basso, in pianura, e trascorrono i loro giorni a correre come matti appresso a tutto. "Il nostro pane è diverso - prosegue Bruna -; la differenza si sente. Le persone lo apprezzano molto, vengono anche da fuori a cercarlo". Come non crederle, anche perché ad arrivare da "fuori" non si impiega poi molto. Il paese è un pugno di case, ma averne di posti così. In negozio entra la donna incontrata poco prima, lungo la via, è la mamma di Bruna, si chiama Piera e ha 90 anni. Anche nei suoi occhi scorre una bella luce; sarà l'aria buona che ha respirato per tutta la vita perché è a Veglio che ha sempre vissuto e lavorato. "Il negozio è nato con mia mamma; di notte aiutava a fare il pane e di giorno lavorava al banco - prosegue Bruna -. Lei e il papà Marino hanno avviato l'attività almeno cinquant'anni fa. Adesso ci sente più poco e cammina a stento, ma la sua fonte di vita è ancora l'andirivieni della bottega: ogni giorno incontra i suoi affezionati clienti. Tant'è che alla domenica, quando è chiusa, va giù, si spegne". Lei, Piera, segue il discorso, rimane in silenzio, ma regala un bel sorriso.













Fuori, lungo la via, la tranquillità continua a farla da padrona. Ripercorrendo la strada che porta a valle viene la voglia di matta di invertire il senso di marcia, di gettare via le chiavi della macchina e il cellulare, almeno per qualche tempo. E' così che schiocca la terza frecciata. Perché i piccoli paesi, come Veglio, fanno strani effetti: senza rendersene ben conto, riportano dolcemente ai valori dimenticati.

Anna Arietti
Riproduzione riservata, pubblicato l'11 giugno 2016 su CARTABIANCAMEDIA

La provinciale per Valle Mosso come la Route 66


Non occorre fare tanta strada. La versione nostrana di Radiator Springs, la cittadina americana protagonista nel film di animazione "Cars - Motori ruggenti" che ha conquistato bambini piccoli e grandi nel 2006, è dietro l'angolo. Per chi non ne avesse memoria, è un pugno di case costruite lungo la mitica "Route 66", che collega la costa Occidentale a quella Orientale.

Nel cartone animato, la città pullula di automobili parlanti; gli umani non esistono. C'è vita che impazza, finché un giorno, poco distante da lì, realizzano la "highway", l'autostrada, che inevitabilmente taglia fuori Radiator Springs, facendola sprofondare in un lento degrado. Una storia da non augurare, tanto meno da vivere. Eppure è successo. Anche se con un terribile ritardo rispetto alle necessità, nel Biellese è stata costruita una via più scorrevole, che però esclude i paesi, rendendoli certamente più vivibili, ma anche più soli, visto che il lavoro scarseggia.

È così che percorrendo la vecchia strada della Valle di Mosso si inciampa nella frazione di Campore. Non è un abbaglio, si inciampa proprio. Nell'unico incrocio c'è un semaforo, che costringe a rallentare e a rimanere fermi per un tempo interminabile. Nell'attesa, spesso accade che dalla strada laterale non sopraggiunga nessuno e ci si domanda a cosa serva stare lì così tanto a lungo. Allora si inizia a capire. L'attesa ha un suo motivo; fa ritrovare il tempo per guardare. Si notano tante serrande abbassate, segno tangibile di un'epoca trascorsa decisamente migliore dell'attuale. Segnali incoraggianti arrivano dalle presenze di un giornalaio, di una pizzeria, di un fiorista e di una pasticceria, adiacente al semaforo. La scelta della posizione, pur sempre determinata dall'effetto commerciale, anche se definita prima del tracollo economico, oggi più che mai ne delinea la ragione. Cosa può trattenere a Campore più di un dolcetto? Farsi prendere per la gola è inevitabile. Due tavolini, di colore verde, invitano ad accomodarsi. Si segue il programma senza fiatare, concedendosi all'ebbrezza pannosa di un pasticcino, che viene suggerito, e agli effluvi burrosi che giungono dal vicino laboratorio.

Poco distante si scorge uno spazio che non c'entra con tutto il resto notato prima. La chiamano “saletta della luna”. A Campore? E' da visitare. Musica soffusa, pareti di un candore surreale, arredo minimalista. Ha un non so che di fascinoso, oppure si è finiti sulla luna per davvero. Dal soffitto pende un'enorme palla bianca, la luna appunto, o il lampadario, per chi non ama la poesia. Da un gioco di suggestioni nasce una sorta di confusione che trasporta lontano dalla piccola frazione, ma non troppo; si è sempre nella verde vallata biellese, però la gente sorride volentieri, l'economia guarda al presente con entusiasmo, diversificando l'offerta e si sentono parlare lingue diverse. Alcuni sono turisti, portano le infradito e si ciondolano qua e là con il tablet, pronti a scattare foto. Manuela, la pasticcera, entra. "Dove siamo?", le si domanda. Lei, stupita, come se le fosse capitato in casa lo scemo di turno: "A Campore", risponde. Poi lo sguardo finisce su un punto luminoso, fuori: è il semaforo che in quell'istante scatta verde.

È tempo di ripartire. Come direbbe il saggio, certe volte i crucci passano per scrollare di dosso la crisalide e far nascere la farfalla. Il flusso dei mezzi a Radiator Springs, nel finale del film, non è più stato importante. La cittadina è diventata attraente per le qualità delle persone, pardon, delle auto, che la abitano. Anche Campore allora può godere di grande vitalità, quanto è vero che nella fantasia germogliano i semi di ciò che si diventa.

testo e fotografie di Anna Arietti
pubblicato su BiellaCronaca.it il 26/06/2016
riproduzione riservata

http://www.biellacronaca.it/pages/la-provinciale-per-valle-mosso-come-la-route-66-7404.html



sabato 25 giugno 2016

Cascina Capitania


Cascina Capitania, dalla quale in primavera si ammira la fioritura dei narcisi, si raggiunge proseguendo sulla "Passeggiata dei preti" di Oropa, il sentiero più popolare del Biellese.

domenica 19 giugno 2016

Un'alba incredibile




Foto di Anna Arietti


In quell’alba incredibile tutti si fermarono a guardare la Luna.

Il traffico diventò sempre più lento lungo la superstrada, ma  non c’erano stati incidenti e nessuno si arrabbiò, quando  tutte le automobili furono ferme sulle tre corsie.

Erano le sette. 
La Luna era ancora enorme sulle montagne vestite d’un candore magico, un po' nascosta da nuvole  sparse qua  e là come frammenti di un velo, indecise se coprirla o meno, tanto era bella.  Si trovavano lì solo per proteggere gli uomini e le donne da una mattutina ubriacatura di bellezza: avrebbe provocato qualche sbandamento, ora che i loro occhi si erano aperti all’improvviso dopo tanto torpore.

Si fermarono  tutti e non ci fu bisogno di giustificazioni, di spiegazioni, di parole.

Gli sguardi erano incollati lassù, tra la prima neve scintillante e le tende di quella finestra sospesa nell’ aria intorno al cerchio della Luna.

Lentamente le nuvole iniziarono ad aprirsi – o forse fu la luna a scivolare più  in basso, o tutte e due le cose insieme. O forse furono gli uomini stessi a muovere il cielo, ora che erano tutti raccolti e tranquilli con il naso all’insù, senza pericolo di finire fuori strada, liberi dall’affanno del tempo. Chissà. Ma in fondo saperlo non interessava a nessuno.

Per una lunga manciata d’istanti un frammento d’eternità  caduto sulla superstrada per quel mattino speciale non ci fu più un “tutti” o un “nessuno”, solo un unico abbraccio di Bellezza.

Quando la Luna iniziò a sparire, gli occhi la seguirono in un’apnea estatica. 
E quando non rimase che una luce argentea sospesa nel cielo, fu su  quella luce che i cuori  si posarono per sbirciare al di là delle montagne. E così la videro mentre  ondeggiava lontano – non capirono se sulla superficie piatta di un oceano o se su di una coltre fitta di nubi – come un’ostia sospesa sul mare. Proprio non riuscirono a vedere oltre.

Qualcuno affermò che fosse scivolata  in una fessura verso il basso; secondo altri, invece, si erano aperte porte d’oro come quelle di un tabernacolo, e lei si era rifugiata lì dentro, a riposare tranquilla avvolta in un morbido piumone stellato. 


Luna Piena, Luna, Super Luna
https://pixabay.com/it/photos/luna%20piena/
* * * 

Tante volte ho pensato che lungo la superstrada ci vorrebbero delle piazzuole  apposta per fotografare le montagne biellesi al mattino. Abbiamo albe stupende.



(Enea Grosso)












Il Giardino di Corinna

borragine

Nel giardino di Corinna la vita semplicemente esiste.

Il castello di Ternengo


Il castello di Ternengo è un raro esempio di congiunzione fra il maniero medievale, di concezione bellica, e il rinascimentale, destinato a residenza signorile. Attualmente il complesso è di proprietà privata.

giovedì 16 giugno 2016

Opinioni di un piatto



 Ho ripescato dal pingue raccoglitore pieno di appunti un monologo del novembre 2005 scritto per svolgere un esercizio di scrittura  assegnatomi dal Professor  Marco Conti. 
Lo pubblico oggi - 16 giugno -  come minuscolo contributo al Bloomsday, il giorno in onore dello scrittore irlandese James Joyce.
Foto di Cristina Bernardi (blog LaChicchina)

Per lo meno potrebbero chiedere il mio parere, ogni tanto! Di che umore sei oggi? 
Gradisci qualche cosa di caldo o di fresco? Preferisci vestirti di rosso e di bianco o potresti sentirti a tuo agio con  qualche cosa di più discreto, magari un verdino tenue, con qualche sfumatura giallina?
Ed invece, macché…non se lo sognano neppure!
 Scialbi individui senz’anima e senza fantasia… Lo si capisce al primo sguardo.
Ecco qua: una splendida mattinata di sole, gli ospiti che scivolano  pigri al tavolo bianco e azzurro in veranda, le primule ai lati del giardino, tutto che parla di primavera…et voilà!   
Vengo bruscamente risvegliato dai miei vagheggiamenti bucolici da una doccia bollente di brodo giallino-epatite, con degli occhioni di grasso che sembrano le pupille di un gigantesco fantasma.
 Guai se respiro – ma chi respira più, immerso di colpo in un bagno a 70 gradi? – guai ad un passo falso, o il prezioso (si fa per dire !) liquido  finirebbe in grembo alla padrona di casa, o, forse peggio ancora, sulle primule appena sbocciate.  
 Ed allora  eccoci avanzare quatti quatti in fila, io tenuto ben in alto come se fossi un fragile gioiello in cristallo di Boemia (il che mi riempie di un certo orgoglio, a dire il vero)...ma  non si tratta solo di brodo, ahimè,  no. .. 
Sulla brodaglia – nient’altro che acqua di rubinetto sporca, puah... - galleggiano quattro stupidi cuscinetti altrettanto giallini, insignificanti, in balia del dondolio dei passi sotto di loro, inermi ed inerti come pesci scoloriti a pancia in su, poverini; e  a rendere ancor più ridicola e patetica la situazione, indossano dei frivoli gonnellini frastagliati come i costumi delle signorine in spiaggia anni cinquanta. Almeno un po’ di dignità, dico io…
 Forse qualcuno si rende conto del ridicolo  e pietosamente cerca di mimetizzarlo  con una generosa spolverata di ottimo formaggio grattugiato. 
Ma è la magia di un attimo. Subito le  briciole deliziose svaniscono tra un occhione ed un cuscino... e tutto ritorna come prima.
Solo rimane una scia di profumo in superficie che per fortuna basta a sedurre l’olfatto e ad ingannare il palato… 
Inebriato dall’aroma, persino io dimentico per un attimo  la verde freschezza di un piatto di lattuga, l’esplosione di colori e di profumi delle insalate estive, l’allegria patriottica della pasta con pomodoro e basilico, la delicatezza della crema di asparagi, la raffinatezza ed il bel colore caldo di un risotto allo zafferano, il calore rassicurante e familiare di una morbida polenta…Sogni, sogni…Per fortuna il ricordo di questo “brunch” insipido e incolore si dilegua con le bolle di sapone di un bel bagno di schiuma, e poi - evviva !-  una bella doccia fresca ed  un bel massaggio. Mi sento un altro!
 Stasera, sapete,  è festa di primavera. Ho sbirciato in cucina, mentre mi asciugavo nell’accappatoio: è tutto un tripudio di erbe e patate, trifoglio e colori  dei fiori di campo...


Minuscoli universi



Giardino a Rongio nei pressi della chiesa del falò
Quanta forza e gratitudine
nei fiori!
- minuscoli universi di bellezza
che risplendono sempre
dopo vento e tempesta
come piccoli soli.
(Testo e immagini di Enea Grosso)

A due passi dalla Via della Croce a Rongio
 In uno dei non rari giorni di pioggia della primavera  biellese  ho fatto una passeggiata  fotografica alla frazione Rongio di Masserano:  prima ho fotografato i fiori di campo di un  prato vicino al  recinto dei cavalli, nei pressi della Via della Croce e poi - fuori programma -  il bel giardino del Signor Dario e della moglie Maria Teresa, detta "Legia", a due passi dalla chiesa del falò celtico natalizio riportato in auge  da Don Vittorino Barale. E' grazie a lui che la storia del Principato di Masserano è riemersa dalla polvere del tempo; mentre la Via della Croce (e molto altro) si deve a Don Luigi Longhi. Entrambi riposano nel piccolo cimitero della frazione: sulla destra il sorriso buono di Don Vittorino, dall'altra il ritratto di Don Longhi con la sua folta barba bianca.



 



TESTO E IMMAGINI di Enea Grosso

mercoledì 15 giugno 2016

Le poesie non cadono dal tetto


 
Le poesie non cadono dal tetto
come un ragno al guinzaglio
aggrappato ad una scopa
di saggina sottile.
Non le stacchi dal soffitto
con un colpo di vento
né le scardini dal cielo
quando - a tuo piacimento -
sei in cerca  di parole
da esibire sulla carta.
Se vogliono ti cercano,
ti svegliano la notte,
sono voci dell'aria. 

(Enea Grosso)


***
Ho scattato diverse foto in sequenza - praticamente tutte uguali! - cercando di cogliere i pochi lampi che comparivano ogni tanto, rari e lontani, molto in alto. Non ne è rimasto nemmeno uno ! In compenso quando ho aperto l'immagine grande sullo schermo ho subito individuato sulla destra l'enorme testa di un signore molto compito, con gli occhi socchiusi e i lunghi capelli, intento a fare il baciamano ad una donna il cui braccio esce da un vestito di luce. Guardando la foto piccola invece perdo i contorni di entrambi. 

lunedì 13 giugno 2016

Ricordo di "Bioglio in fiore"


Mancano due ore all'inizio della festa che coinvolgerà tutta la popolazione, persone che vivono in piccole frazioni, seminate qua e là, come per mano di un agricoltore distratto. Sono a Bioglio, "Bioglio in fiore".

Parole di piume

Foto di Cristina Bernardi (Blog LaChicchina)
Nel Cielo di Aladfar
le parole tra la gente
sono morbide e bianche
come panna montata
adagiata sulle fragole
per renderle più belle
- ma crescersi l'un l'altro
con parole di piume
è un costume poco in uso -
più che altro è diffuso
tra i Paesi delle Stelle.
(Enea Grosso, foto di Cristina Bernardi)

I Vecchi sono stanchi

I Vecchi sono stanchi
di cercare il filo rosso
tra le pieghe della Vita
e l'amore che manca.
Invocano una guida,
una strada luminosa
su cui lanciare il cuore
e seguirlo verso Casa.

(Enea Grosso)

venerdì 10 giugno 2016

Filastrocca della notte - Expanding Universe - Libreria Robin

"Open cluster" - Dorado - 166,000 anni luce dalla Terra
Ho imparato 
ad accendere il silenzio
di luci segrete
che non vede nessuno.
Allora quando è buio
 e tutto quanto è spento
- fermo all'improvviso
sotto a un manto nero -
resto accoccolata
dentro alla mia notte
quieta nel segreto 
del mio cielo d'oro. 

(Enea Grosso)
* * * 


Una filastrocca del 2006 -  dimenticata in un raccoglitore pieno di appunti -  accompagnata da una pagina del meraviglioso libro fotografico "Expanding Universe"(Edizioni Taschen).

Avevo promesso al Conto in Banca del mese di maggio (e parte di giugno) e alle mie  Tracce di Intelligenza logico-razionale  di evitare acquisti superflui. 
Alla larga dai negozi di abbigliamento, profumi, frivolezze varie e soprattutto  dalle librerie.

Per un po' di giorni sono stata bravissima ad andare oltre le vetrine, con lo sguardo fermo e dritto di chi sa imporsi una cosa, quando è necessario. Ero fiera di me. 
Solo che ci sono momenti di stanchezza e di cedimento che ci colgono di sorpresa, specialmente dopo una delle tante giornate 6.16 - 19, quando la testa scoppia, tanto è piena di dati e moduli la cui importanza è tanto vitale quanto dubbia. 

Ero all'imbocco di Via dei Seminari a Biella ed essendo oramai le 19.27 consideravo superfluo il divieto di transitare davanti alla Libreria Robin per non cadere in tentazione. Mica bisogna pagare per guardare le vetrine, no? E' un'innocente attività scacciapensieri, come respirare l'aria della sera. Può essere pericolosa in pieno giorno, ma non alle 19 e 27 passate. Anche i librai si alzano presto ed hanno voglia di chiudere il negozio e di una boccata d'aria mentre tornano a casa. 
Solo che inaspettatamente alle 19 e 28 la porta era ancora spalancata - fatto che i due gendarmi (Conto in banca e Tracce di Intelligenza) non avrebbero poturo prevedere, razionali come sono. E tanto meno avrebbero potuto prevedere il resto.

Mi affaccio educatamente alla porta - un piede dentro ed uno fuori. 
Un sorriso mi invita ad entrare. La gentile negoziante è impegnata in fitta conversazione con una signora dai capelli bianchi. Ne approfitto per un'occhiata fugace allo scaffale di poesia (il più fornito di Biella) e poi a quello della letteratura di viaggio, veloce, perchè la conversazione di sicuro finirà entro pochi secondi. Invece continua, ed allora proseguo anch'io,  rapida come una faina in un pollaio.  
 Con lo sguardo attento e avido scruto a destra e a sinistra, prendo e poso "I lirici greci" tradotti da Bocinelli e poco più in là le "25 piccole città imperdibili in Piemonte"; e infine, non so perché, mi accuccio davanti ad uno scaffale a terra,  e  pur con l'occhio miope e stanco  scorgo le parole  "Expanding Universe".  Estraggo decisa il grosso volume... e volo via ad anni luce dai propositi buoni e giusti, risucchiata dalle spirali rosa e dorate di spettacolari galassie lontane. 
Un tuffo inatteso nella Bellezza assoluta. Un colpo basso alle mie due sentinelle, le cui voci nulla possono davanti alle immagini mozzafiato del telescopio spaziale Hubble. 

Sento che la conversazione sta per finire. Mi avvicino alla cassa con il mio bottino di poesie, città e stelle lontane.  Nemmeno il senso di colpa osa dire una mezza parola, quando più tardi sulla scrivania di casa riapro quei cieli meravigliosi. 


Rose galaxy-Andromeda- 340,000,000 anni luce dalla Terra